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Roma, 22 set – La Toscana resta “rossa”, esattamente come l’Emilia-Romagna. Il centrodestra, Salvini in primis, ha perso la seconda scommessa e il Pd può festeggiare, ha conservato un altro traballante fortino. Tutto questo significa che non ci sarà nessuno scossone nel governo post elezioni regionali, già di per sé chimerico ma potenzialmente generabile soltanto da una sconfitta della sinistra proprio in questa regione. Le altre, parliamoci chiaro, non erano e non saranno così dirimenti. Per due sostanziali motivi: sono meno essenziali per gli equilibri politici nazionali (è il caso delle Marche), sono da sempre combattute (si veda Puglia e Campania).

Fin qui il succinto sunto post voto, con molti elettori di destra indispettiti per l’ingiustificato entusiasmo degli avversari e di buona parte dei media. A questi ultimi viene imputata una fotografia distorta della realtà, visto che il centrosinistra adesso governa soltanto in 5 regioni. Inoltre, sempre secondo gli elettori di centrodestra “giustificazionisti”, è indubbio che per la prima volta nella storia politica del dopoguerra i “rossi” hanno tremato in Toscana. Al solito però, tra riflessi pavloviani e accecanti specchi ustori, l’illusione ottica generale è garantita.

Effetto Firenze

I numeri non mentono mai e da qui dobbiamo partire per comprendere bene cosa è successo davvero in Toscana. Partiamo allora dalle percentuali secche: il centrosinistra ha ottenuto il 48,62%, a fronte del 40,45% ottenuto dal centrodestra. In termini di voti, fattore meno considerato ma che aiuta maggiormente a capire l’esito elettorale, Eugenio Giani ne ha presi 863.365, Susanna Ceccardi 718.302. Lo scarto è dunque di 145mila voti circa. Cosa significa? Significa che il centrosinistra ha vinto soprattutto grazie a Firenze e provincia, dove ha ottenuto 128mila voti più del centrodestra. A questi basterebbe sommare i voti ottenuti a Siena e provincia, 20mila in più per il centrosinistra.

Viceversa nelle altre province la situazione appare molto meno netta, finanche nella storica roccaforte “comunista”: a Livorno il centrosinistra si è affermato con appena 13mila voti in più. Ci sono poi province dove la piramide è completamente rovesciata, con in testa il centrodestra: Arezzo, Lucca, Massa, Grosseto, Pistoia. Ergo, e per capirlo non serve rivolgersi a un mago dell’algebra, potremmo parlare di sinistra che vince essenzialmente a Firenze, più che in Toscana. Ma il capoluogo regionale è ovviamente l’ago della bilancia che determina il risultato generale e che al contrario di quanto sostenuto da miopi analisti, per il centrodestra non è peggiore rispetto a quello centrato in Emilia-Romagna. Nell’altro fortino “rosso”, a gennaio la leghista Borgonzoni ottenne il 43,63% (1.014.672 voti), a fronte del 51,42% ottenuto dal dem Bonaccini. Di poco, ma lo scarto fu più netto che in Toscana.

Renzi o son desto

In Toscana ha vinto il Pd anche perché ha conservato lo storico apparato. A ben vedere però, in modo diametralmente opposto rispetto a quanto accaduto in Puglia, qua il deus ex machina è stato Matteo Renzi e non tanto perché Italia Viva ha preso il 4,5% (72.299 voti). E’ l’ex sindaco di Firenze ad averla spuntata perché il candidato alla presidenza della Regione è stato scelto da lui, non dal Pd che si è meramente accodato. Eugenio Giani non ha esitato a ribadirlo ieri sera ai microfoni di La7 e questo dovrebbe far pensare molto i dem. A differenza che nelle altre regioni, in Toscana non c’è stato poi alcun “effetto coronavirus”. Non è stato premiato il governatore uscente, come in Liguria, Campania, Veneto e Puglia. E’ vero che il “partigiano” Rossi non poteva ricandidarsi, ma è altrettanto lapalissiano che senza l’asso nella manica renziano la sinistra non avrebbe avuto grossi jolly da giocarsi.

Il quarto potere al quadrato

La sinistra vince in Toscana anche grazie alla conservazione dei gangli sistemici oliati in decenni di fedeltà al gramscianesimo. Non è questione di idealismi, quelli pesano meno di un tempo. Il richiamo alla resistenza contro la presunta “orda nera” alle porte è fumo negli occhi per qualche nostalgico delle balere mugellane. Nel contado non c’è più lo spaventapasseri con l’immagine di Berlinguer, men che meno incidono totalmente gli anziani riservisti. Il Pd è crollato anche in piccoli comuni e frazioni dove un tempo aveva garantito un bulgaro plebiscito. Lì sembrava impossibile scardinare le truppe cammellate “portate a votare” all’uopo. Eppure, fatta eccezione per qualche residuale Stalingrado al sapor di ribollita, la sinistra non si ritrova più i tappetti rossi di un tempo stesi nelle accidentate viuzze bucoliche.

A contare davvero è ancora la macchina del sociale e la mietitrebbia della comunicazione. Dall’associazionismo alle cooperative, passando per i media locali, chi controlla il quarto potere al quadrato batte la concorrenza elettorale. E’ il vecchio insegnamento di Gramsci, in Toscana vivo ben più che altrove. Qua la destra non detiene nemmeno una bocciofila, e questo è un problema anche allorquando si ritrova a governare nei comuni (piccoli o grandi che siano). Perché poi, quando devi dare in gestione anche un decadente teatrino locale, sei costretto ad affidarti all’Arci di turno.

Il campo dell’avversario

La destra in Toscana non ha mai creato un contropotere. Neppure minimo. Ma non è l’unico errore strategico, anzi. Quello più lampante è la rincorsa dell’avversario nel suo campo. A luglio la candidata leghista alla presidenza, Susanna Ceccardi, si recò nel cuore rosso toscano per eccellenza, un bel quartiere popolare di Livorno. E se ne uscì così: “Io sono antifascista, la mia famiglia è di sinistra”. Poi ad agosto la Lega ha espulso Christian Braccini, consigliere comunale a Scandicci (Firenze), perché reo di essersi scattato un mero selfie a Predappio. Ce lo vedete il Pd ad espellere un esponente politico per una foto davanti a una statua di Lenin? No? Appunto.

E’ questo continuo – e del tutto ingiustificato – senso di colpa, questo parlare la lingua del nemico, questo fingersi altro da sé privandosi della propria identità, a farti perdere sistematicamente. Perché i tuoi elettori vogliono viceversa sentire un esponente politico di destra usare le loro parole d’ordine, non quelle degli altri. Tanto per capirsi: Susanna Ceccardi ha perso anche nella “sua” Cascina, comune di cui è stato sindaco dal 2016 al 2019. Capolavoro ottenuto a forza di piroette imbarazzanti sul piano ideale, prima che ideologico. Chi al contrario non ha abdicato alle proprie radici può adesso brindare a ragione: è il caso ad esempio di Francesco Torselli a Firenze.

Un problema di classe dirigente

C’è infine una questione di preparazione politica e culturale. La destra è asserragliata al trend nazionale, di per sé inevitabilmente effimero. L’effetto Salvini (o Meloni) è estemporaneo e non puoi affidartici all’infinito senza strutturarti a livello locale. Prova ne è l’inconsistenza dei candidati toscani, in particolare della Lega. Il primo partito nazionale in Toscana ha un commissario di Bergamo, ha pochissimi esponenti preparati e peggio ancora riempie le liste con sconosciuti, in quanto tali invotabili agli occhi dei cittadini. E lo fa con la supponenza del parvenu, che si ritiene un soldato infallibile soltanto perché “il capitano” è ancora in auge. Ecco, questo forse è il più grosso errore ontologico della destra toscana: pensare di essere vincente perché il proprio commodoro comanda bene le fregate, senza accorgersi che la zattera su cui è sdraiato sta andando alla deriva.

Eugenio Palazzini

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4 Commenti

  1. Come toscano e simpatizzante per l’ultra destra devo spezzare una lancia a favore della Ceccardi, a volte non è facile essere diretti quando tutti a torno ti additano come minimo come fascista e razzista, come se la due cose andassero per forza a braccetto, confesso comunque la grande delusione, non ci credevo ma ci speravo fortemente, poteva essere un cambiamento storico, il tutto condito con la vittoria del sindaco uscente del PD a Viareggio, per noi dal dopo guerra mai una soddisfazione.

  2. Vero, tutto vero e totalmente condivisibile. Ma a guardar bene si nota che ad ogni tornata elettorale per le regioni, il centro sinistra ne perde una ( a volte anche due ). Adesso su 25 regioni ne amministra solo 5. Se poi guardiamo il Pil delle singole regioni non c’è storia. Quello che bisogna chiedersi, è come mai se il centro destra governa le regioni più forti economicamente e con un Pil che sommato rasenta quello nazionale non governa il Paese? Il centro destra è maggioranza nel paese si o no ?

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