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Roma, 4 apr – I giornalisti, si sa, anche quando si occupano di storia, non sono dei veri e propri storici. Cionondimeno riescono ad arrivare dove sovente gli storici falliscono, facendo giungere anche alle orecchie del grande pubblico quelle informazioni che gli accademici, coi loro volumi corposi, la prosa farraginosa e i riferimenti che lasciano spiazzati i più fra i non addetti ai lavori, non sono in grado di diffondere a tale livello. E capita anche che le opere di questi divulgatori siano vendute in centinaia di migliaia di copie, facendo storcere il naso agli storici “di carriera”. Doppia irritazione se essi non si prestano a fare da grancassa alla storiografia ufficiale, riprendendone le tesi spesso faziose e le verità di comodo, ma decidono di sfidare il mainstream, affrontando temi e assumendo prospettive eretiche agli occhi dei “gendarmi della memoria”. Uno di questi è stato senz’altro Arrigo Petacco, classe 1929, giornalista col pallino per la storia, scomparso nella giornata di ieri, al quale va riconosciuto il merito di aver avuto il coraggio, già in tempi non sospetti, di trattare argomenti non facili, o comunque non graditi nel clima culturale della “Repubblica antifascista nata dalla Resistenza”.
In una delle sue fatiche più recenti, La Storia ci ha mentito: dai misteri della borsa scomparsa di Mussolini alle «armi segrete» di Hitler, le grandi menzogne del Novecento (2014) – opera che ci sentiamo di consigliare a chiunque, giovane o meno, intenda avvicinarsi alla storia da un punto di vista scevro da condizionamenti di parte e conoscere aspetti del nostro passato taciuti dalla vulgata storiografica dominante – Petacco ha composto un vero e proprio mosaico dove affiorano pagine della nostra storia nascoste o peggio ancora mistificate: si va dalle bufale sulla guerra di Etiopia, che l’autore si prodiga a smontare con precisione, alla questione del “Carteggio Mussolini-Churchill”, alla politica estera italiana ed europea degli anni ’30, la cui onesta disamina mette in luce la condotta diplomatica tutt’altro che guerrafondaia del Duce, ad alcuni retroscena poco trattati dalla storiografia ufficiale, come l’episodio di Dunkerque, quando gli inglesi in rotta furono incredibilmente “graziati” dalle armate tedesche avanzanti, al misterioso atterraggio in Scozia di Rudolf Hess, numero due del Reich, in piena guerra, sul quale permangono ancora varie ombre. L’ultima parte, denominata Mussolineide, contiene numerosi episodi poco noti della vita del Duce: si va dal primo discorso pubblico ai primi passi come politico ai tempi della militanza socialista, condivisa con personaggi come Nenni e Bombacci, le cui storie, in seguito, si intrecceranno di nuovo con quella del futuro statista, fino all’epilogo della Repubblica Sociale Italiana, alle “uova di drago”, quelle “mine sociali” dalla portata rivoluzionaria, in primis le leggi sulla socializzazione, che avrebbero dovuto essere disseminate fra le masse lavoratrici per poi “schiudersi” a guerra finita e sopravvivere al Regime stesso.
Una prolifica attività, quella di Petacco, che si è concentrata quasi prevalentemente sulla Seconda guerra mondiale e sul fascismo, al quale dedico anche un’opera in sei volumi. Fra i suoi scritti più di successo si ricorda Il prefetto di ferro. L’uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia, del 1975, dedicato all’affascinante figura di Cesare Mori, il risoluto funzionario inviato da Mussolini in Sicilia negli anni ’20 per contrastare il fenomeno mafioso. A tale scopo fu dotato di pieni poteri, tanto che riuscì sostanzialmente a debellare Cosa Nostra e poté riconquistare le posizioni poi perdute solo in seguito all’invasione alleata della Sicilia, agevolata – come noto – dalla stessa organizzazione malavitosa. Per Petacco, Mori – per cui ebbero parole di sincero elogio anche Falcone e Dalla Chiesa – «fu indiscutibilmente l’unico, in più di centotrent’anni di storia nazionale [lo scrive nella prefazione all’edizione del 1992, ndr], a mettere la mafia in ginocchio». L’unica pecca del libro è quella di aver avallato la tesi, propria della vulgata antifascista, secondo cui la rimozione dall’incarico di Mori – in ogni caso avvenuta, fino a prova contraria, per cessazione dal servizio per “raggiunti limiti di età” – sarebbe da ascrivere alla volontà di Mussolini che il prefetto non iniziasse a colpire “troppo in alto”. In realtà, come dimostrato dagli studi del prof. Giuseppe Tricoli, l’attività del prefetto, che fin dall’inizio aveva avuto carattere di eccezionalità, aveva raggiunto gli scopi previsti, e si decise così di riportare l’isola nella situazione di normalità necessaria per realizzare la grandiosa opera di redenzione morale e sociale che il Regime aveva in mente. Quanto alla risibile accusa relativa all’interesse che non fossero scoperti eventuali legami fra la mafia e le alte sfere del fascismo e della burocrazia isolana, si può facilmente ribattere menzionando la destituzione di Alfredo Cucco, capo del fascio palermitano, peraltro successivamente scagionato in sede giudiziaria, oppure le inchieste che lambirono il fratello del potente generale Antonino Di Giorgio, già ministro della Guerra con Mussolini, che vide così troncata malamente la sua carriera politica, o ancora le indagini inflessibili che non risparmiarono esponenti del Partito fascista o ufficiali della Milizia, tutte sugellate da dure condanne.
Molte altre le opere di Petacco su fatti o personaggi del fascismo: dai due libri su Pavolini (Pavolini. L’ultima raffica di Salò, 1982; Il superfascista. Vita e morte di Alessandro Pavolini, 1998), a quelli su Muti (Ammazzate quel fascista! Vita intrepida di Ettore Muti, 2002), su Bombacci (Il comunista in camicia nera, 1996), su Mussolini (fra gli altri ricordiamo L’uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, 2004). Non mancò di trattare anche pagine di storia il cui ricordo è stato per molto tempo appannaggio esclusivo di una memoria “di parte”, come quella relativa ai prigionieri di guerra italiani “non collaboratori”, descritta nel libro Quelli che dissero no. 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, del 2011. Petacco si occupò anche delle drammatiche vicende del confine orientale italiano col libro L’esodo. La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia del 1999. Proprio riguardo al dramma della Foibe denunciò il vergognoso silenzio che per decenni ha circondato questa tragedia. Una volta raccontò di quando una giornalista, che lo intervistava per il suo libro, gli chiese se la pronuncia corretta fosse «fuàb», alla francese…
Cadde nel vuoto invece, negli anni ’90, la sua proposta di realizzare una trasmissione, dal nome provvisorio Il rovescio della medaglia, che trattasse le pagine dimenticate del Novecento. Egli, che pure aveva militato giovanissimo nelle file dei partigiani, non ha mancato di esprimere giudizi fortemente negativi sulla Resistenza e la sua narrazione agiografica: «Molti non sanno che il 25 aprile, che festeggiamo ogni anno quasi come una gloriosa vittoria, fu in realtà per noi italiani una dolorosa sconfitta. Tanti addirittura non sanno, perché non lo insegnano neppure a scuola, che a liberarci dal nazifascismo sono stati gli Alleati angloamericani e non… l’insurrezione popolare, che in realtà non c’è mai stata», scrisse in un suo libro. “Osò” poi mettere in discussione anche un altro mito fondante dell’antifascismo, quello relativo al delitto Matteotti, sia nel succitato libro del 2014 che in una inaspettata intervista (visto l’argomento trattato) pubblicata sul blog di Beppe Grillo. Petacco negò categoricamente che potesse esserci l’interesse di eliminare il deputato socialista da parte di Mussolini, che alle elezioni del 1924 aveva conseguito un ampio consenso, e non avrebbe potuto che trarre nocumento dall’uccisione del debole rivale, vieppiù in un momento in cui cercava di includere i socialisti nella compagine di governo. Ci lascia insomma un autentico revisionista, al quale senz’altro possiamo ascrivere una piccola parte di merito circa la nascita di un approccio critico, quale quello che si è faticosamente fatto largo negli ultimi decenni, alla memoria storica ufficiale del nostro Paese per come si è sviluppata negli ultimi settant’anni.
Filiberto Maffei

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