Roma, 4 apr – Alla fine, dopo tanto clamore (e strumentalizzazione), il Tribunale di Milano ha dato ragione a Ikea e giudicato “non discriminatorio” il licenziamento di Marica Ricutti, la mamma che aveva fatto ricorso e chiesto il reintegro – oltre al risarcimento danni per essere stata licenziata per non avere rispettato i turni di lavoro. Fatto che se iterato nel tempo – come in questo caso – di per sé è sufficiente per interrompere un rapporto lavorativo.
Il giudice ha valutato “gravi” i comportamenti della lavoratrice, al punto tale da “ledere il rapporto di fiducia tra datore e lavoratore”. Ikea all’epoca del licenziamento aveva giustificato la decisione sottolineando che “negli ultimi 8 mesi la signora Ricutti” aveva “lavorato meno di 7 giorni al mese e, per circa la metà dei giorni lavorati” aveva “usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e con la direzione del negozio”.
Inoltre, si legge nella dichiarazione dell’azienda, “in più occasioni, la lavoratrice – per sua stessa ammissione – si era autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso né comunicazione di sorta, mettendo in gravi difficoltà i servizi dell’area che coordinava e il lavoro dei colleghi, creando disagi ai clienti e disservizi evidenti e non tollerabili”.
Secondo il colosso svedese, pertanto, il Tribunale di Millano ha riconosciuto “la gravità dei comportamenti” tenuti dalla ex dipendente e, “conseguentemente, ha confermato la legittimità della decisione di interrompere il rapporto lavorativo”.
La donna, divorziata con due figli di cui uno disabile, era stata licenziata il 21 novembre dello scorso anno.
C’è da dire che Ikea ha dimostrato “di aver regolarmente concesso negli anni di usufruire di permessi ex Legge 104 per l’assistenza ai genitori e successivamente al figlio disabile, senza che ciò abbia influito minimamente” sulla carriera della Ricutti che, dal 2000 l’aveva portata al 2017 ad assumere la qualifica di coordinatrice nel reparto Food.
Soddisfatto l’avvocato Luca Failla, legale di Ikea: “Il giudice ha seguito tutta l’impostazione ed è stata fatta una istruttoria approfondita. Dunque sono state sentite testimonianze e all’esito di questo è stata esclusa ogni discriminatorietà del comportamento di Ikea”. “Dunque il giudice – sottolinea – ha escluso ogni discriminazione a carico della società e sono stati accertati i gravi fatti che erano alla base della lettera di contestazione. Comportamenti gravi e reiterati che il giudice ha valutato come seri e dunque ha ritenuto che il licenziamento fosse proporzionale rispetto ai fatti”.
E soprattutto è da escludersi la discriminazione per via dei permessi chiesti per il figlio disabile. “Gli episodi contestati non attengono in alcun modo a giornate in cui veniva in discussione l’esigenza del bambino – specifica l’avvocato. È stato escluso che in quei giorni in cui la persona si è determinata con orari non in linea con quelli di lavoro fossero giustificati da esigenze di cura del bambino”.
Per il legale Failla “la decisione, confermata dai testimoni che sono stati ascoltati durante il procedimento, restituisce la verità dei fatti a una vicenda che in questi mesi è stata interpretata in maniera strumentale e di parte, diffondendo tra l’opinione pubblica un’immagine di Ikea che non corrisponde ai valori che esprime nel suo impegno quotidiano verso clienti, dipendenti e fornitori”.
La Cgil comunque non si arrende. Il provvedimento che ha respinto il ricorso presentato dalla Ricutti “a nostro avviso appare ingiusto e non condivisibile, e per questo la lavoratrice, con il sostegno della Filcams Cgil Milano, ha già dato mandato ai suoi legali di presentare il ricorso in opposizione, che nei prossimi giorni verrà depositato”. Secondo il sindacato, “la decisione del giudice non sembra tenere in alcuna considerazione una serie di questioni”.
La donna, che all’epoca del licenziamento fu sostenuta dai social che chiedevano giustizia, ora – come purtroppo spesso accade – viene anche criticata. Proprio su quei social dove era stata difesa, infatti, oggi si legge che “andare a fare la vittima in tv” non sempre premia, quando si ha torto. Almeno secondo la legge.
Adolfo Spezzaferro



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