Roma, 22 nov – In tempi di legge Fiano, bisogna rivedere anche i repertori musicali. Qualcuno lo dica anche a chi, qualche giorno fa, ha allietato i convenuti per la presentazione del calendario storico dell’Esercito, presso il salone d’onore dello stato maggiore con una serie di canti storici. A un certo punto è “scappato” il celebre motivetto: “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza”. Il presidente della commissione Difesa della Camera, Francesco Saverio Garofani, del Partito democratico, non ha nascosto un certo imbarazzo: “Hanno spiegato che era una canzone che precedeva il fascismo, però un qualche disagio, onestamente, l’ho provato. E non credo sia successo soltanto a me”.

La versione eseguita dai cantanti invitati dall’Esercito era infatti quella stesa nel 1908 dal torinese Nino Oxilia, che divenne poi popolare fra i volontari universitari partiti per la Grande Guerra. La musica, invece, la dobbiamo a Giuseppe Blanc. Il brano era divenuto all’inizio l’inno di commiato dagli studi degli studenti universitari di Torino. Il canto goliardico, il cui titolo iniziale era per l’appunto Il commiato, fu eseguito nella sala della trattoria del Sussambrino, al termine della cena di fine corso, per poi essere cantato tutta la notte per le vie deserte di Torino. Attraverso il suo autore, Giuseppe Blanc, diventato l’anno seguente sottotenente di complemento, Giovinezza fu l’inno degli Alpini e, durante la Grande Guerra, l’inno degli Arditi, con il testo riadattato da Marcello Manni. Tra il 1919 e il 1921 lo stesso Manni trasformò il testo in chiave fascista facendolo diventare l’inno ufficiale delle squadre d’azione. Toccò infine a Salvator Gotta, nel 1925, scrivere il nuovo testo di Giovinezza che divenne così, dopo l’approvazione definitiva del Direttorio del Pnf, l’inno del Partito nazionale fascista. La sua importanza per il regime era tale che l’inno veniva eseguito in tutte le ricorrenze pubbliche subito dopo la Marcia Reale.

Di versioni, in verità, ne esistono diverse. Quella di Oxilia recitava: “Stretti stretti sotto braccio / di una piccola sdegnosa… / trecce bionde, labbra rosa / occhi azzurri come il mar… / Giovinezza, giovinezza / primavera di bellezza”. L’anno dopo ecco comparire la causa irredentista: “Ma se un dì sorgesse un grido / dei fratelli non redenti / alla morte sorridenti / il nemico ci vedrà”. Nel 1915 si faceva notare invece la commozione della partenza per il fronte: “Salve nostra adolescenza / te commossi salutiamo”. Nel 1919 i legionari fiumani alzavano il tiro: “La mia splendida bandiera / è di un unico colore / una fiamma tutta nera”. Con il rafforzarsi delle camicie nere, infine, nel testo entravano riferimenti espliciti al fascismo e a Mussolini. Il resto è storia. Nel 1923 ne uscì addirittura la versione “in rosa”: “Cosa importa se siam donne? / Non alberga in noi paura / né c’intralciano le gonne / nella lotta santa e pura / sempre unite e sempre forti / o fratelli pugneremo / vendicando i nostri morti / con italica virtù”. E ancora, ecco l’incipit della versione sindacalista-corridoniana: “Sventoliamo al sol di maggio / il vessillo redentore / su compagni, su coraggio / della lotta suonan l’ore”.

Ma, sorpresa: persino gli Arditi del popolo, i primi antifascisti armati della storia, finirono per farsi su misura la propria Giovinezza, in linea di continuità con l’opposizione inconsapevolmente affascinata al fascismo che avrebbe contagiato anche i loro tardi epigoni: “Or ci dicono che la pace / è voluta dai fascisti / mentre l’arditismo tace / dagli sgherri siam malvisti”. Insomma, c’è una Giovinezza per tutti i gusti.

Giorgio Nigra

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