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Argentina in deafult. Lo decidono i soliti avvoltoi finanziari

by Giuseppe Maneggio
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Non è stato raggiunto alcun accordo tra il governo di Buenos Aires e i fondi usciti vincitori dalla sentenza del giudice Usa, Thomas Griesa, definiti “avvoltoi” dai politici e dalla stampa del paese sudamericano.

Buenos Aires, 31 lug – La borsa argentina aveva creduto fino alla fine ad un accordo in extremis, tanto da aver spinto al rialzo, +6,95%, l’indice Merval. Ma alla fine nessuna intesa è stata raggiunta tra i rappresentanti del governo argentino e un gruppo di hedge fund statunitensi che chiedevano di essere rimborsati pienamente per i bond su cui il paese era fallito nel 2001.

Per due giorni di fila New York è stata sede di incontri mediati tra i legali di Buenos Aires e i creditori (NML Capital, divisione di Elliott Management, e Aurelius Capital Management). Il mediatore, ovviamente statunitense, già nel pomeriggio di ieri aveva detto che il default del paese sudamericano era imminente. Di fatto l’Argentina vive il suo secondo default in tredici anni.

Invero, il governo argentino aveva depositato la cifra richiesta presso la Bank of New York Mellon, incaricata dei pagamenti, ma gli è stato fatto divieto da una sentenza americana di pagare i creditori ristrutturati, se non avesse fatto lo stesso con i fondi dissenzienti.

Trenta erano i giorni di tempo stabiliti per effettuare il pagamento di 539 milioni di dollari. Ieri sono scaduti, e con essi la scarsa pazienza degli investitori statunitensi che come faine si sono immediatamente catapultati sulla vittima designata da tempo. Standard & Poors ha fatto scattare subito la bocciatura portando il rating argentino a “selected default” da CCC-, che comunque già rappresentava un livello spazzatura.

I 539 milioni di dollari sono una parte degli interessi sui titoli a debito in scadenza il 30 giugno scorso. Ma questo default argentino è ben diverso da quello di tredici anni fa. L’economia locale non è in crisi, anche se considerata vulnerabile dagli analisti finanziari mondiali – ma quale paese sarebbe immune da un attacco speculativo finanziario? – la produzione industriale è comunque seconda soltanto a quella del Brasile, se si considera tutta l’area sudamericana e anche la bilancia commerciale, pur avendo chiuso il leggera sofferenza nel 2103, resta tra le più performanti (le esportazioni del paese sono cresciute nel 2013 ad un tasso annuo del 4%).

Un default non è solo una condizione tecnica legata ad aspetti di macroeconomia, è un evento reale che farà del male a molti dei 40 milioni di argentini. Ed è qui che sta il nocciolo della questione: la guerra in atto tra l’oro e il lavoro, per citare Ezra Pound, è una guerra finanziaria quotidiana in grado di sterminare milioni di esseri umani, privandoli della loro dignità, delle loro certezze, del loro futuro.

I bond argentini nell’ultimo periodo erano lievitati di molto. Il prezzo, come sempre succede prima della tempesta annunciata, era salito illudendo numerosi piccoli risparmiatori che da questa mattina resteranno con un pugno di mosche in mano.

Inevitabilmente il default unilaterale deciso dai fondi speculativi statunitensi, avrà delle ripercussioni anche nell’economia reale e già stamane le prime avvisaglie erano palpabili con quasi tutte le aziende argentine in forte ribasso sulle piazze borsistiche. Perdite che si tradurranno in tagli ai posti di lavoro e in una diffusa scarsa fiducia degli investitori stranieri.

Le carcasse che il turbocapitalismo produce cominciano ad essere troppe. Fallimenti e squilibri si susseguono e si moltiplicano. Fiumi di denaro sporco o insanguinato vengono spesso, troppo spesso, decontaminati riconvertendoli in pacchetti ed operazioni finanziarie. Sono miliardi di euro, cifre di fronte alle quali anche l’Italia potrebbe soccombere. Truffe, frodi e manipolazioni sono l’essenza di questo sistema e gli avvoltoi agiscono indisturbati socializzando le perdite.

Giuseppe Maneggio

 

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