Roma, 17 lug – Al via all’insegna delle polemiche l’iter del decreto Dignità nelle commissioni Finanze e Lavoro della Camera. Per gli emendamenti c’è tempo fino a giovedì, venerdì inizia il voto. Le opposizioni, Forza Italia in primis, sono sul piede di guerra, con Fratelli d’Italia e Liberi e Uguali che chiedono di far slittare l’arrivo in Aula del decreto dal 24 al 30 luglio. Ma la maggioranza vuole chiudere prima possibile: si prevedono sedute sabato e domenica, magari notturne per le audizioni che partiranno oggi.
Dovrebbe cominciare proprio il presidente dell’Inps Tito Boeri, al centro della polemica con il ministro del Lavoro Luigi Di Maio (che accusa Boeri di aver manipolato la relazione tecnica del decreto facendo “spuntare” ottomila posti di lavoro in meno). A seguire, l’intervento del vicepremier grillino. Mentre in Senato è prevista l’audizione del ministro dell’Economia, Giovanni Tria.
Non si placa lo scontro tra governo e Inps sulla previsione di ottomila posti di lavoro in meno all’anno per le nuove norme sui contratti a tempo determinato. Di Maio respinge le accuse: “Non ci sto a far passare questo come un decreto per licenziare le persone, io voglio solo ridurre il precariato per i nostri giovani”. E annuncia incentivi per i contratti a tempo indeterminato e a fine anno sul costo del lavoro. Certo, Di Maio sottolinea “il diritto” del Parlamento di modificare il decreto, ma da capo politico del M5S avverte che “non si arretrerà” sulla lotta alla precarietà, cavallo di battaglia pentastellato.
Silvio Berlusconi, dal canto suo, cavalca l’onda del malcontento delle imprese e lancia la campagna di Forza Italia contro il provvedimento, contando che in quest’occasione “si ricostituirà il centrodestra”. La Lega, però, non ha alcuna intenzione di rompere l’alleanza di governo. FI intanto alza il tiro, chiedendo anche la reintroduzione dei voucher nonché che in Aula il governo renda conto al Parlamento di “uno scontro istituzionale senza precedenti”.

Accusarmi di fare politica è una colossale sciocchezza. Chi mi conosce lo sa: ho sempre detto quello che penso, senza mai preoccuparmi di chi fosse a Palazzo Chigi”. Così Boeri nell’autodifesa in una intervista a La Repubblica. Sulla questione immigrazione non arretra: “Siamo tutti d’accordo che va contrastata quella irregolare, ma l’unico modo per farlo è aumentare quella regolare“. Perché “in Italia – è la tesi di Boeri recidivo – c’è una forte domanda di lavoro immigrato”, e i migranti fanno “tanti lavori che gli italiani non vogliono più fare”. Non commenta sulle polemiche con il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, limitandosi a dire: “Non l’ho mai incontrato, e forse a questo punto è meglio così”. Nega attriti con il titolare dell’economia, Giovanni Tria, e dopo aver già respinto le accuse di “complotto” sulla questione della stima di 8.000 posti di lavoro persi l’anno a seguito del decreto dignità, sull’ipotesi di dimissioni a seguito del persistere di dissapori con il governo è netto: “Dimissioni? E perché mai? – chiede – Il mio incarico scade nel febbraio 2019. Fino ad allora io non mi muovo di qui. Ho un mandato, e lo porto a termine“. “Se mi vogliono cacciare prima, lo facciano. Se no, se ne riparla con l’anno nuovo. Certo – aggiunge – con l’aria che tira diciamo che non mi aspetto una riconferma”.
Al di là delle scaramucce con l’Inps, la tenuta del governo si misurerà su quanto verrà modificato del decreto-simbolo del M5S e del suo leader Di Maio, il quale non può concedere troppo per non perdere la faccia con il suo elettorato. D’altro canto, la compattezza dell’esecutivo sul fronte immigrazione lascia intendere che la Lega voterà il decreto così com’è.
Adolfo Spezzaferro

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