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Roma, 23 ott – Il 24 ottobre 2017 cade il primo centenario della più famosa battaglia della storia d’Italia: Caporetto. Nome entrato nel linguaggio comune per indicare lo sfacelo e la debacle più totali; battaglia sulla cui interpretazione sono stati espressi i pareri più disparati, da quelli stigmatizzanti lo sciopero militare dei fanti di Luigi Capello alle fanfaluche marxistoidi sulla rivoluzione mancata. Come disse Mussolini– che se non aveva sempre ragione pure l’aveva spesso- a Yvon De Begnac:



Sfogli Cadorna, e ti sembra di capire tutto. Leggi Capello, e concludi che la verità ha due volti egualmente degni di far testo. Analizzi i capitoli della commissione d’inchiesta su Caporetto, e comprendi l’inutilità di qualsiasi senno del poi[1].

Anche noi abbiamo data la nostra interpretazione, sulla base dei documenti e degli ordini emanati dal Comando Supremo. Queste considerazioni escono in un periodo in cui si pretende, nel centenario della Grande Guerra, di equiparare disertori e combattenti, chi abbandonò i propri compagni e chi fece il proprio dovere fino all’ultimo. E per giustificare una simile stolida imbecillità, si rispolvera Luigi Cadorna, il mostro assetato di sangue, il macellaio affetto da sadismo mistico. Scrisse il generale Alfred Krauss, che Cadorna dopo la disgrazia della dodicesima battaglia

…dovette giustificarsi davanti a delle nullità.

Adesso delle nuove nullità stanno cercando di cancellare il nome di Cadorna, come ha fatto il sindaco di Udine, la capitale della Guerra!, e con esso cancellano anche la Storia. Su una rivista divulgativa dedicata alla storia militare, in una ricostruzione alquanto abborracciata degli avvenimenti di Caporetto, si trovano perle come quella che Cadorna sarebbe stato un militare più per tradizione familiare che per vocazione, inefficiente e retorico; nel 1924 Mussolini nominò Cadorna maresciallo d’Italia. I reduci di Caporetto protestarono, ma non servì a niente. Il che, come dimostrai altrove, è esattamente l’opposto della verità. Furono i reduci a imporre dal basso la nomina di Cadorna a Maresciallo d’Italia, che Mussolini concesse malvolentieri[2]. C’è anche un trafiletto intitolato E’ un militare perdente: dedichiamogli una piazza[3]. A conferma di tali genialità, si possono leggere la parole di Nicola Labanca: In effetti le colpe di Cadorna furono determinanti,

ossia aver trascurato le dichiarazioni di disertori e prigionieri austriaci circa l’imminente offensiva austro- tedesca (ivi, p. 85);

la posizione dell’artiglieria che alla vigilia di Caporetto era avanzatissima, quindi incompatibile con la pura difesa.

Ora, Labanca, che, come viene accuratamente ricordato nell’articolo, è docente di Storia Contemporanea all’università di Siena, autore di due libri su Caporetto, evidentemente non sa come Cadorna avesse emanato ordini assai precisi circa l’offensiva avversaria (n. 4470 del 18 settembre 1917 e 4741 del 10 ottobre 1917), dandola per molto probabile già a settembre, malgrado l’aperto scetticismo degli Alleati, e aveva disposto l’arretramento delle artiglierie dalle posizioni avanzate e dalla Bainsizza: il 10 settembre Cadorna ordinò:

A tale precisa direttiva prego pertanto V. A. R. (l’E. V.) di orientare fin da ora ogni predisposizione, l’attività delle truppe, lo schieramento delle artiglierie ed il grado d’urgenza dei lavori

e, il 10 ottobre, aggiungeva:

Perché qualsiasi evento, compresi quelli più inverosimili, non ci colga impreparati, dei medi calibri non rimangano sull’altipiano di Bainsizza che quelli più mobili; ed anche per questi non si tralasci di predisporre, in dannata ipotesi, mezzi acconci per un tempestivo ripiegamento.

Di tali ordini parleremo nel testo. Labanca, docente di Storia Contemporanea all’università di Siena, autore di due libri su Caporetto, li ignora. Come ignora che nel già citato ordine del 18 settembre, Cadorna aveva scritto:

Il continuo accrescersi delle forze avversarie sulla fronte Giulia fa ritenere probabile che il nemico si proponga di sferrare quivi prossimamente un serio attacco, tanto più violento quanto più ingenti forze potrà esso distogliere dalla fronte russa, dove tutto sembra precipitare a vantaggio dei nostri avversari.

Ed ignora la lettera del 23 ottobre al Ministro della Guerra (num. prot. 4929) con cui Cadorna annunciava l’imminente offensiva nemica, sottolineando l’importanza di quelle testimonianze dei disertori che per il Labanca e per l’articolista egli avrebbe invece colpevolmente trascurate:

Le mie previsioni si avverano. Il nemico ha ormai completato sulla fronte giulia il concentramento di forze e di artiglieria da me segnalato fin dal 18 settembre u.s., e sta per scatenare l’attacco. Notizie controllate ed informazioni via via raccolte da fonti sicure e confermate dalla deposizione di due ufficiali disertori di nazionalità romena mi consentono di determinare con sufficiente approssimazione l’entità delle forze nemiche ed il piano generale dell’offensiva imminente.

Evidentemente se al tempo di Giolitti un sigaro ed una croce di cavaliere non si negavano a nessuno, oggi si può dire lo stesso delle cattedre di Storia Contemporanea, a quanto pare. Soprattutto se si è di un determinato- e sinistrorso- schieramento politico. A prescindere da altro. Infatti, troppo spesso, nella crescente dimenticanza degli avvenimenti della Grande Guerra, s’incontra nella pubblicistica e nella storiografia corrente una rappresentazione caricaturale e parodistica di Cadorna e della guerra italiana, con il Generalissimo visto come una sorta di idiota gallonato e stupidamente feroce, capace solo di mandare a morire centinaia di migliaia di soldati contro reticolati e mitragliatrici, o di farli decimare da plotoni di esecuzione, e che a Caporetto ebbe la meritata punizione per la sua vuota superbia ed inettitudine. Ancor oggi capita di leggere, in una guida ai luoghi della Grande Guerra sul fronte italiano, frasi come queste:

…Offensivismo esasperato, ottusa concezione di fare la guerra del comandante in capo, senza però che ogni nuova esperienza significhi apprendere qualcosa di positivo per quella successiva, modo illogico di far la guerra del generale Cadorna,

e perfino 

Sadismo mistico del generale Cadorna.s[4].

Quanto al fatto che i soldati venissero mandati al macello senza però che ogni nuova esperienza significhi apprendere qualcosa di positivo per quella successiva, a smentire questa sciocchezza c’è lo studio dei colonnelli Cappellano e Di Martino, due tra i maggiori storici militari italiani, che dimostra esattamente l’opposto, ossia come Cadorna abbia saputo costantemente aggiornare le proprie tattiche con l’evolversi della guerra (Cappellano, Di Martino, Un esercito forgiato nelle trincee. L’evoluzione tattica dell’esercito italiano nella Grande Guerra, Udine 2008). Il problema è che il lettore comune o l’escursionista che non abbia un interesse specifico nella storia militare della guerra 1915- 18 difficilmente leggerà il testo di Cappellano e Di Martino, molto tecnico, ma più facilmente acquisterà la guida del Bussoni, oltretutto- a parte la parte storica ed i giudizi contestabilissimi- ben fatta e con utili informazioni pratiche, e così crederà davvero che Cadorna fosse un sadico mistico! Insomma, un idiota, un pazzo o quanto meno un incapace.

Viene da chiedersi, leggendo certi giudizi e certe affermazioni sulla stupidità e l’incapacità del Comando Supremo, l’ottusità e l’inutilità (ci si perdoni la proliferazione d’accenti) delle offensive, il perché di giudizi come quello dato da Erich Ludendorff sulla battaglia della Bainsizza, solitamente descritta da pseudo- storici et similia come inutile, stupida e priva di risultati:

Alla fine di agosto era cominciata sulla fronte dell’Isonzo l’11a battaglia dell’Isonzo, su un’ampiezza di settanta chilometri, e aveva portato successo agli Italiani. Al principio di settembre si continuò accanitamente la lotta. Fu un nuovo successo per gli Italiani. Le armate austro-ungariche avevano resistito, ma le loro perdite erano state tanto gravi e il loro morale così scosso che nei competenti circoli militari e politici dell’Austria- Ungheria entrò la convinzione che le armate austro- ungariche non sosterrebbero una continuazione della battaglia e un dodicesimo attacco sull’Isonzo. (…) Si dovette decidere l’azione contro l’Italia per impedire la rovina dell’Austria Ungheria.

L’ufficiale di collegamento tedesco presso il Gran Quartier Generale austro- ungarico, generale August von Cramon, a sua volta scrisse:

Gli italiani avevano sferrato nuovi attacchi sul fronte dell’Isonzo. Benché questi attacchi non fossero stati coronati da un successo decisivo avevano però indebolito sensibilmente la forza di resistenza dell’Armata austriaca ed avevano fatto perdere alla Monarchia danubiana una distesa di territorio, che non era affatto trascurabile, sull’altipiano della Bainsizza e in direzione di Castagnevizza. Non si era sicuri di poter salvare Trieste se gli Italiani avessero continuato i loro attacchi[5].

E, ancora von Cramon:

[Era] stato preveduto (…) durante l’estate 1917 che il crollo dell’Armata austro- ungarica era prossimo e certo[6].

Evidentemente stando a taluni storici o presunti tali, i generali tedeschi dovevano essere quantomeno scemi e non capire nulla di cose militari! Se questa è l’Italia del centenario, sarebbe stato meglio non avere avuto un Cadorna e tornare ad essere un’espressione geografica. Altro non ci meritiamo.

(continua…)

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

[1]Benito Mussolini, in Yvon De Begnac, Taccuini mussoliniani (a cura di F. Perfetti), Bologna 1990, pp. 40-41.

[2]Pierluigi Romeo di Colloredo, Luigi Cadorna. Una biografia militare, Genova 2011, pp. 191 segg., Cadorna ricordò questo fatto nel proprio testamento, ringraziando i suoi soldati:

Invio un particolare saluto ai combattenti della grande guerra. Sono essi che (…) mi hanno dimostrato, mediante entusiastiche dimostrazioni in tutte le città d’Italia nelle quali mi sono recato, in quanta stima mi tenevano. Sono essi che hanno in tal guisa sfatato la leggenda del malgoverno degli uomini, (…) e che hanno avuto la massima influenza nel determinare, finalmente, il governo a concedermi, nel 1924, la riparazione morale alla quale avevo diritto, nominandomi Maresciallo d’Italia. Ad essi va il mio pensiero vivamente riconoscente.

 (cit. in ibid., pp.256- 257). Cadorna nel proprio testamento non fece menzione né del Re né del Duce: ma non mancò di ringraziare i suoi vecchi soldati. E’ un atteggiamento che getta molta luce su cosa albergasse nei sentimenti di un uomo tanto riservato quanto mal compreso.

[3] Nino Gorio, “E Cadorna li chiamò codardi” ,Focus Storia n. 14, giugno- luglio 2007, p. 82- 88.

[4] Mario Bussoni, La Grande Guerra,. Percorrendo i fronti degli italiani, Fidenza 2008, pp. 37 , 40, 42. Senza oltretutto segnalare che la definizione di sadismo mistico non è farina del sacco dell’autore, ma del capitano Alessandro Sforza, fratello di Carlo, futuro ministro nittiano e ferocemente avverso a Cadorna, poi esponente antifascista nei governi a guida cln, frase riportata in D. Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1858, tr. It. Bari 1961, p. 484.

[5]August von Cramon, Unser österreichisch- ungarischer Bundsgenosse im Weltkriege, Berlin 1919 (tr. it. Quattro anni al Gran Quartier Generale Austro-ungarico, Palermo 1924. p.193).

[6]Ibid. pp. 199- 200.

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