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Roma, 12 dic – “Così come non puoi far sciogliere un partito perché sta antipatico a qualcuno, o chiudere un giornale, allo stesso modo non puoi oscurare una pagina social di un movimento politico”. E’ il commento del professor Marco Gervasoni, docente Storia contemporanea all’Università del Molise, intervistato dal Primato Nazionale sul provvedimento del Tribunale di Roma che obbliga Facebook a riattivare la pagina di CasaPound. “L’odio non può diventare una categoria giuridica – spiega Gervasoni, chiamando in causa anche la Commissione Segrealtrimenti si entra nell’arbitrio più assoluto“.



Il giudice ha stabilito che la pagina ufficiale di CasaPound va riattivata perché non viola gli standard della community. Il giudice ha tenuto conto anche del fatto che la pagina di un movimento politico con centinaia di migliaia di utenti non può essere trattata alla stregua del profilo personale di qualcuno e che la comunicazione politica sui social non può essere impedita…

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“Si tratta di un precedente molto importante. Così come in un ordinamento liberal democratico non si possono sciogliere i partiti politici perché sono antipatici a qualcuno, a chi sta al governo o a chi sta all’opposizione, allo stesso modo non puoi farlo sui social. Ormai la comunicazione su Facebook e sui social in genere è considerata come quella di un giornale. Così come non si può chiudere un giornale online o cartaceo, allo stesso modo non si può fare con una pagina Facebook. Una vittoria importante quindi, da questo punto di vista. Che di sicuro non piace a qualcuno, visti i commenti sui social…”

Che dicono i commenti?

“In sostanza che chi non sostiene le posizioni che piacciono a determinati soggetti non avrebbe diritto di parola. Stiamo parlando di nostalgici del diritto socialista che c’era in Unione Sovietica. Il cui scopo era di verificare la congruità politica delle posizioni e vedere se si conformavano alla società socialista. Questa sinistra è un po’ nostalgica di quel periodo lì”.

Facebook, come ha confermato il giudice, ha parlato di una generica violazione della policy, senza addurre esempi concreti di istigazione all’odio. Ma senza prove, come si fa a parlare di “hate speech”? Non trova che questo precedente sia importante anche in vista dell’insediamento della Commissione Segre, che a quanto pare applicherà al concetto di odio confini assolutamente ampi ed elastici?

“Questa storia dell’odio è molto pericolosa dal punto di vista giuridico. Negli Stati Uniti se ne discute tra giuristi già da molti anni. Molti giuristi di sinistra, liberal, sono giunti alla conclusione che l’odio non è una categoria giuridica che può essere tenuta in considerazione, perché troppo labile e soggettiva”.

Questo che cosa significa?

“Significa che se una categoria di questo tipo entra in un dispositivo giuridico può dare adito all’arbitrio più assoluto. Che cosa è odio? Che cosa non lo è? Ora non so se il giudice italiano era a conoscenza di questo dibattito negli Usa ma ha tenuto una linea di certo prevalente tra i giuristi. Per quanto riguarda la Commissione Segre, spero che quando si insedierà e partirà si terrà conto sia del dibattito che c’è stato intorno all’istituzione di questa commissione, sia di questa sentenza su CasaPound e infine del fatto che l’odio non può diventare una categoria giuridica”.

Adolfo Spezzaferro

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