Il Primato Nazionale mensile in edicola

Questo articolo, che narra dell’eroismo degli italiani durante l’assedio di Costantinopoli, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di giugno 2018

Era la fine di maggio del 1453 quando, sulla grande linea del tempo, venne posto un segno, anzi una data, indelebile, un evento che sanciva e che sancirà per sempre la fine dell’era medievale: la caduta dell’Impero romano d’Oriente. L’assedio di Costantinopoli fu un evento catastrofico che causò la fine di un regno millenario, della sua tradizione, della sua cultura e del suo mos maiorum che affondava le radici nell’antico sigillo dell’aquila romana. Da tempo, ormai, la «nuova Roma» era diventata l’obiettivo militare del sultano Murad II e del figlio Mehmet II, sovrani dell’Impero ottomano, un regno immenso, in rapida espansione e con sempre maggiori risorse a disposizione.

Ma perché, per gli storici, è così importante studiare e valorizzare tale assedio? Innanzitutto a causa della posizione strategica della capitale bizantina, questo è indubbio. Non bisogna tuttavia dimenticare anche l’immenso apporto culturale che l’antica Bisanzio forniva a tutta Europa ancora nel XV secolo. Costantinopoli era infatti la città multiculturale per eccellenza, fulcro di commistione di varie culture: era l’ultimo baluardo dell’antichità, l’ultima traccia di quell’Impero romano, la cui propaggine occidentale era ormai caduta da quasi mille anni, e l’ultimo centro di studi e di ricerca che poteva ancora vantare un legame diretto con la cultura greca classica. Non a caso, saranno proprio i dotti bizantini a diffondere la conoscenza del greco antico in Europa occidentale, una volta riparati lì dopo la caduta della città fondata da Costantino.

Minotto e la Serenissima

Lo scontro fu epico e assolutamente memorabile. I Bizantini non demorsero e resistettero strenuamente agli attacchi degli obici ottomani. Di fondamentale importanza divenne, per i difensori, cercare un appoggio dall’esterno. Messi greci vennero mandati dovunque, in tutta Europa, alla ricerca disperata di combattenti per una sorta di «legione straniera» cristiana. Pochissimi risposero all’appello dell’imperatore Costantino XI Paleologo: alcuni contingenti catalani e un gran numero di truppe italiane, più precisamente veneziane e genovesi. I Veneziani avevano dei conti in sospeso con i Turchi ed erano pronti quanto mai a saldarli. Tra il giugno del 1422 e il marzo del 1430, la Serenissima era stata impegnata in un’aspra guerra contro l’Impero ottomano per la conquista di Tessalonica, l’attuale Salonicco, che si concluse in un totale massacro della popolazione civile, che venne resa schiava dai Turchi, vincitori incontrastati dello scontro.

La città fondata da Costantino
era l’ultimo centro di studi
e di ricerca che poteva ancora
vantare un legame diretto
con la cultura greca classica

Tornando alla battaglia di Costantinopoli, è utile ricordare che, malgrado sia stato descritto come evento di secondo piano, i primi caduti di questa guerra furono italiani, veneziani per essere precisi: i mercanti alle dipendenze di Antonio Rizzo (o Erizzo) furono i primi martiri dell’assedio. Ne parlano anche le fonti dell’epoca: i Turchi dovevano in qualche modo testare i loro micidiali cannoni forgiati da Orban l’ungherese; e quale bersaglio migliore si poteva scegliere di una galea veneziana che, malauguratamente, non aveva rispettato il posto di blocco turco? La nave di Antonio venne centrata ma, alla fine, lui e alcuni suoi compagni riuscirono a salvarsi raggiungendo a nuoto la riva. Lì, però, li attendevano i giannizzeri ottomani. I mercanti veneziani vennero portati ad Adrianopoli e lì vennero quasi tutti uccisi (alcuni furono inviati a Costantinopoli per raccontare l’accaduto, altri vennero fatti prigionieri), eccetto Antonio. Il malcapitato, dopo 14 giorni, venne brutalmente impalato ed esposto come «ammonimento» di ciò che i Turchi erano in grado di fare. I Veneziani non se lo lasciarono ripetere due volte ed inviarono un corposo contingente di navi e uomini a sostegno dei Bizantini. Al tempo spesso però, per evitare in ogni modo possibile lo scontro, inviarono anche diplomatici pronti ad aprire trattative con gli islamici. I Veneziani non erano sicuramente propensi ad una pace con i Turchi. La potenza ottomana continuerà ad ostacolare i commerci della Serenissima nel Mediterraneo orientale e a premere per ottenere il controllo di quelle zone occupate da Venezia. La Serenissima combatterà, infatti, sette guerre contro i Turchi dopo l’assedio di Costantinopoli.

Il personaggio veneziano più importante di Costantinopoli era, senza dubbio, il bailo Gerolamo Minotto. Il 21 aprile 1451, Minotto arrivò a Costantinopoli con la moglie e due figli per deliberare sul da farsi e su come agire nei confronti della minaccia ottomana. Dopo aver ricevuto la notizia della morte di Rizzo e del blocco navale imposto dai Turchi sui Dardanelli, per Minotto era ovvia l’imminenza dello scontro con la potenza musulmana. Per questo Gerolamo ordinò che le tre galee da mercato e le due leggere ferme a Bisanzio restassero in città e venissero preparate ed equipaggiate per essere pronte al fuoco. Ai 21 compatrioti presenti nella città latina, Minotto impose di restare e di combattere al suo fianco, pena una multa di 3mila ducati qualora fossero tornati in patria. Da quel momento in poi, Minotto e i suoi fedeli compagni Trevisan e Diedo intrattennero degli intensi rapporti con la madrepatria, esortandola a rifornire Costantinopoli di armi per l’esercito e mezzi di sostentamento per i civili.

I mercanti alle dipendenze
del veneziano Antonio Rizzo
furono i primi caduti
di questa guerra

All’inizio di aprile, la battaglia infuriò. Minotto, volendo restare vicino il più possibile ai suoi fedelissimi compagni, si spostò sul palazzo di battaglia più vicino alle armate. Da lì riuscì a coordinare attacco e difesa in maniera magistrale, ma poco poterono i Latini contro l’impeto dei nemici musulmani. Il 30 maggio i nemici aprirono un’irreparabile breccia nelle mura bizantine. Minotto venne raggiunto e catturato dai Turchi che lo portarono al cospetto del sultano. Il sovrano ne ordinò la decapitazione assieme al figlio, mentre la moglie e l’altro figlio vennero liberati. Tornati a Venezia, ormai consapevole della sconfitta subito nell’Egeo, il Consiglio della Serenissima altro non poté fare che garantire una dote alla moglie e al figlio di Minotto.

I genovesi di Giustiniani

Il contingente più numeroso per truppe, però, era quello genovese. Furono 700, infatti, i soldati che, al seguito di Giovanni Giustiniani, giunsero in Anatolia per difendere la città dagli attacchi ottomani. Le truppe genovesi erano quanto mai preparate, forti ed audaci, interessate a difendere l’ultimo baluardo di cristianità in Oriente che, peraltro, avrebbe potuto concedere agevolazioni finanziarie e commerciali all’indomani della vittoria. Il numero dei soldati presenti sulle mura di Costantinopoli oscilla secondo le fonti tra le 3.500 e le 4000 unità, delle quali 2.000 erano solo Veneziani e Genovesi. Le stime dicono che, se si fosse potuto disporre l’intero esercito di Costantino attorno alle mura, ci sarebbe stata una media di un uomo ogni due metri. Lo storico veneziano Nicolò Barbaro calcola che le truppe ottomane ammontavano a circa 160mila unità all’inizio delle ostilità, mentre arrivarono a circa 400mila alla fine dell’assedio.

Ma chi era Giustiniani? Giovanni Longo, così faceva di nome, era uno dei più illustri cittadini genovesi, lontano parente di Antonio Giustiniani, uno dei pochi cittadini della Repubrica de Zena ad aver ottenuto il titolo di miles. Fin da giovane, lavorò nei vari centri dell’impero coloniale genovese: a Chio, Pera e Caffa. Le zone costiere rimasero a lungo obiettivo dei Turchi finché questi, agli inizi degli anni Cinquanta del XV secolo, non diedero sfogo al loro imperialismo sfrenato. Pera diventerà un quartiere di Istanbul mentre Caffa, sul Mar Nero, verrà conquistata nel 1475. Giustiniani chiese immediatamente aiuto al Gran Consiglio di Genova per ottenere approvvigionamenti militari e il comando supremo delle truppe. Pur non dimenticando il suo passato da pirata, ma conoscendo anche la sua abilità in guerra, il Doge di Genova concesse questo incarico a Giustiniani all’inizio del 1453.

Il soldato genovese
Giovanni Longo era forte,
carismatico e deciso
a schiacciare l’invasore ottomano

Giovanni Longo, come affermano le fonti ottomane, fu l’unico vero e proprio avversario del sultano. Il soldato genovese era forte, carismatico e quanto mai deciso a schiacciare l’invasore islamico. I Genovesi, però, divennero tristemente famosi, poiché alcuni di loro si lasciarono corrompere dai Turchi e passarono dalla parte del nemico, tradendo la patria. Fu quest’atteggiamento dei rivali storici di Venezia che fece imbestialire i lagunari, tanto che per poco non si assistette a uno scontro armato tra le due fazioni italiane. Fu Giustiniani che riuscì a placare le ire di tutti, promettendo vendetta per i fratelli traditi. A differenza di Minotto, anche se quest’ultimo rimase vicino ai suoi soldati fino alla fine, Giustiniani scese direttamente in campo e combatté nello scenario più pericoloso e apocalittico: la porta di San Romano. Ivi il capo dei Latini venne ferito gravemente il 29 maggio, giorno dell’attacco finale dei Turchi. Il soldato venne pertanto portato in salvo dai suoi commilitoni: solo la sua abilità bellica avrebbe potuto salvare la città dalla distruzione totale e, di conseguenza, doveva riprendersi il prima possibile. Giustiniani fu trasportato sulla vicina isola di Chio dove, malgrado tutto, morì di lì a pochi mesi per le ferite riportate in guerra. Al posto di tributargli onori da eroe, a Giustiniani venne attribuita la colpa del disastro bizantino e della capitolazione dell’Impero romano d’Oriente. I suoi soldati e i Latini vennero marchiati con il nome di «traditori», di infami e sfruttatori, accusati di combattere solo per il denaro promessogli e per nient’altro. Insomma, dei mercenari che combattevano per difendere non l’Impero, non la cristianità, ma solo i loro interessi economici.

Ovviamente, sappiamo che non fu così. I soldati veneziani, genovesi e catalani combatterono usque ad finem, abbandonando la città a malincuore tra pianti e disperazione per non essere stati in grado di difenderla. E infatti fecero bene a disperarsi. I Turchi imposero la legge del vincitore sulla capitale bizantina. Le fonti rimasteci (i diari e i commentari dei preti e dei monaci rimasti a Costantinopoli durante l’occupazione) descrivono il comportamento a dir poco irrispettoso dei vincitori che, in spregio alla cultura e ai riti cristiani, defecarono nei calici consacrati, stuprarono le donne bizantine e uccisero preti e sacerdoti crocifiggendoli alle porte delle chiese. Misfatti crudeli e agghiaccianti pesanti che ricordano a tratti le deturpazioni attuate dai terroristi dello Stato Islamico nei mesi scorsi.

Un errore costato caro

E la Chiesa di Roma? Insomma, si combatteva praticamente una crociata tra Latini ed islamici, tra Croce e Mezzaluna. Che fine aveva fatto l’ardore del papa per difendere l’Europa dagli infedeli? Ebbene, era finito nel dimenticatoio nel momento in cui a chiedere aiuto furono gli ortodossi e non i cattolici, i nemici di sempre della Chiesa di Roma, i «cugini bastardi nati da un capriccio», secondo la visione dell’allora papa Niccolò V. E questo malgrado vi fosse stato un riavvicinamento tra le due Rome negli anni precedenti. Non solo lo Stato della Chiesa, ma anche tutte la grandi potenze europee non badarono minimamente all’appello di Costantino XI. Costantinopoli era infatti vista come la capitale di un impero vecchio, retrogrado e sull’orlo del disfacimento: intervenire in sua difesa non avrebbe giovato a nessuno. Anzi, una difesa attiva della città avrebbe potuto ostacolare un futuro dialogo con la potenza ottomana.

I soldati veneziani e genovesi
combatterono fino alla fine,
abbandonando la città a malincuore
tra pianti e disperazione
per non essere riusciti a salvarla

Queste speculazioni politiche degli europei verranno però pagate a caro prezzo: di lì a pochi decenni i Balcani, la Bulgaria, il Medio Oriente e il Maghreb cadranno sotto il dominio mezzalunato e, a metà del XVII secolo, i Turchi attaccheranno addirittura Vienna, città-fortezza dell’Europa centrale. Solo allora ci si renderà conto che, forse, aiutare i nostri fratelli caduti sul suolo anatolico non sarebbe stata una cattiva idea. Costantinopoli era allora uno degli ultimi vessilli di ordine e di onore dell’Occidente europeo, e solo i nostri avi «dall’Alpe a Sicilia» scesero in campo armati e pronti ad offrire la loro vita per far sì che quella città-simbolo continuasse a splendere. L’unico fatto certo è che il loro sacrificio non è stato vano: il loro sangue scorre ancora sulla lama della spada che combatte per difendere l’Italia e l’Europa.

Tommaso Lunardi

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

  1. Anche in questo caso la scellerata politica di un Papa ebbe sull’Europa conseguenze pesantissime…
    Lo scenario attuale – con i deliri di Bergoglio relativi ad immigrazione ed accoglienza ormai all’attualità quotidiana – non si discosta purtroppo molto da quei tempi infausti.

Commenta