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costituzione-referendumRoma, 2 ott – Il referendum costituzionale prossimo venturo ha se non altro il merito di aver aperto il dibattito in merito alla costituzione anche in seno ad ambienti tradizionalmente “ostili” alla medesima. Che la costituzione del ’48 non sia certamente “la più bella del mondo” come cianciano veruni comici falliti è pacifico. Una costituzione che prevede un esecutivo strutturalmente debole, un bicameralismo inefficiente, la totale indipendenza della loggia dei magistrati dal Governo, la cessione di sovranità come prassi e mille altre storture non può essere considerata perfetta. Stranamente, però, i comici di cui sopra sono abbastanza restii ad affrontare quello che è il nodo centrale e quindi la ragion d’essere della nostra costituzione, ed è l’aspetto che nel dibattito passa sempre e comunque sotto silenzio: il modello di sviluppo che essa prevede.



Ora, le antenne di chi viene da determinate esperienze non conformi dovrebbero già essersi drizzate, dato che i “padri costituenti”, non si sono in effetti inventati nulla, avendo già ricevuto un certo modello dall’esperienza precedente, ma andiamo con ordine. Partiamo dall’articolo 4, che recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Questo è l’articolo meno compreso probabilmente della storia costituzionale moderna, eppure gli atti della Costituente sono chiarissimi in merito. Il riferimento esplicito dell’articolo riguarda il dovere imprescindibile per un Governo eletto di attuare politiche fiscali anticicliche di stampo keynesiano qualora la situazione economica lo pretenda. In pratica, si parla della necessità di investimenti pubblici in disavanzo per riassorbire la disoccupazione. Oltretutto, molto chiaramente non si parla di abitanti, ma di cittadini, e chi vuole intendere la portata di questo distinguo nell’epoca della grande sostituzione.

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Andiamo poi al Titolo III, quello che disciplina i rapporti economici. L’articolo 36 recita: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. In questo articolo si afferma il contrario di quanto fatto nelle riforme deflattive del lavoro da Treu in poi, e cioè che le imprese non possono e non devono puntare sul contenimento dei salari per la loro competitività. L’articolo 38: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. È ben noto che in un certo ambiente sopravvive l’idea darwinistica-liberale della selezione della razza a mezzo soppressione dei malati, ma per chiunque non sia irrimediabilmente sociopatico, e sia realmente italiano (ovvero umanista) e non un algido anglo-tedesco, la prospettiva dello Stato sociale e della tutela attiva della salute e della vita non potrà che suonare bene. L’articolo 39 poi è un’autentica bomba atomica: “L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. E` condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”. Ricorda qualcosa? Del tipo, un sistema “antico, eppure così moderno” in cui l’inevitabile dialettica di classe viene risolta all’interno dello Stato e quindi del diritto, senza che essa possa sfociare nella contrapposizione diretta? A noi sembra di sì, e questo è anche provato dal fatto che i principali oppositori della registrazione dei sindacati, siano stati proprio i sindacati medesimi, ovvero quelli che in caso di applicazione letterale avrebbero perso l’autonomia soprattutto del bilancio, in cui notoriamente sono nascoste le peggiori ruberie ed inefficienze. L’articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. In questo caso non servono spiegazioni di alcun tipo: niente comunismo, niente liberismo, ma una adeguata terza via che non rinuncia al fondamentale apporto dell’imprenditoria privata. L’articolo 42, al terzo comma, stabilisce infatti che: “La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”, ovvero che i settori strategici devono essere immantinente nazionalizzati e controllati direttamente dallo Stato, come meglio precisato nel successivo articolo 43. L’articolo 47 poi entra nel merito di un settore in particolare che in nessun modo, in nessun senso, può essere lasciato al “mercato”, ovvero alla camarilla degli speculatori internazionali: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. In altre parole, le banche devono essere direttamente o indirettamente controllate dallo Stato, e devono servire a promuovere e tutelare il risparmio. Non ci sembra che questo principio sia così assurdo, di per sé. Oltretutto, l’articolo specifica anche come questo risparmio debba essere composto. In pratica dovremmo tutti avere la casa di proprietà, qualche azione Eni, Enel e Finmeccanica e se possibile l’orticello privato, la cui cura fa oltretutto bene alla salute per la gioia degli eugenisti fuori tempo massimo. Anche in questo caso, non sembra esattamente una sciocchezza. Ma per chi guardi con simpatia ad esperienze del passato, è l’articolo 46 a rivestire un’importanza fondamentale: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Ebbene sì: la costituzione parla esplicitamente di socializzazione delle imprese, anche se preferisce usare il più neutrale termine “cogestione”. Non cambia la sostanza, perché si tratta della morte della asfittica retorica della lotta di classe nel nome di un più alto principio nazionale.

Veramente per snobismo destrorso dobbiamo rinunciare ad un modello di sviluppo del genere? Veramente dobbiamo sputare su qualcosa che è sicuramente nella nostra tradizione e nella nostra forma mentis solo perché la costituzione non prevede il senato dei bottegai o un’altra di quelle frescacce con cui il MSI ha rabbonito il suo elettorato per decenni? Veramente dobbiamo discutere su un modello di sviluppo che non può che essere il nostro? Se la costituzione deve essere riformata su molti fronti, lo sarà quando e se riusciremo a liberarci del cappio imperiale della Troika. Pensare di cambiarla adesso per fare un favore all’ambasciatore americano e subordinare definitivamente il nostro sistema al diritto europeo è da folli. L’alternativa è chiarissima: difendere la costituzione, ora come ora, è il compito dei patrioti, sovvertirla dei traditori.

Matteo Rovatti

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7 Commenti

  1. Tempistiche e opportunità di cambiamento non sono mai state spiegate così bene: veramente complimenti!
    Tecnicamente non mi sembravano assurde le proposte di cambiamento. Appunto, tecnicamente: è tutto il resto che difetta.

  2. Le costituzioni si scrivono con il sangue. Altrimenti servono solo a chi sta da troppo tempo dietro le quinte a manovrare per i suoi interessi o per quelli cui fa le veci..

  3. Indiscutibilissime le conclusioni, meno ficcante di quello che si vorrebbe l’argomentazione. Davvero la costituzione dello stato-fantoccio creato dagli occupanti andrebbe “difesa” per quei quattro scampoli in essa contenuta che ancora risentono di qualche complesso liberal-conservatore nei confronti dello Zeitgeist della prima metà del novecento? Diciamo semplicemente che il fatto di trovarci nella padella non giustifica il fatto di saltare nella brace. E che proprio il fatto che la stessa perduri immutata anche nei suoi aspetti eventualmente inefficienti rappresenta semmai una migliore scommessa per un seppure remoto abbattimento del regime in essa descritto. Ma facciamo se possibile che il costo della sacrosanta battaglia per il “no” non diventi ulteriore confusione mentale, per di più di stampo conservatrice, tra le fila di coloro che in teoria dovrebbero considerare la repubblica italiana come una pura jattura e che un malinteso “patriottismo” porta oggi invece a considerare in termini più che ambigui.

  4. Ragazzi, io personalmente penso che la Costituzione attuale strutturalmente sia molto buona, nonostante il bicameralismo imperfetto ridondante e le solite sparate antifasciste, che comunque sarebbero transitorie. Lo credo perché, salvo alcune differenze tipo il capitolo sulla difesa della stirpe e il presidenzialismo spinto, sia molto simile alla costituzione che sarebbe dovuto essere della RSI. A me pare lampante, non so a voi…

    • Confermo che nessuno degli articoli citati da Rovatti verrà modificato. Credo che il senso del suo intervento sia più ampio: come altri, ritengo che l’attuale costituzione non sia perfetta (ci mancherebbe altro, niente lo è a questo mondo), ma che sia comunque molto buona (nasce infatti, anche se tanti cretini non se ne rendono conto e parlano a vanvera, direttamente dall’esperienza fascista più sociale) e che negli anni passati si sarebbe potuto migliorarla nei suoi punti più deboli, soprattutto negli articoli riguardanti camere, governo e presidente. Lo dico perché è evidente come il sistema delineato dall’attuale costituzione sia stato concausa della mancanza di stabilità, di autorità e di efficacia politica dei governi. Per il resto se, come sottolinea Rovatti, la costituzione fosse stata applicata a pieno negli anni passati, probabilmente vivremmo in un paese migliore sotto molti punti di vista. Purtroppo per svariati motivi (soprattutto per interessi lobbistici) non si è mai data piena applicazione alla costituzione repubicana.
      Le riforme che vuole metter in campo Babbeo Renzi sono un papocchio allucinante che va a peggiorare la situazione.
      E poi io penso sempre che non è lo strumento che è efficace o meno, ma chi lo usa.

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