Prato, 18 Nov – Il Tibet paragonato all’Alto Adige. La Cina descritta come uno Stato democratico, nient’affatto totalitario, dove “si svolgono libere elezioni alle quali partecipano ben 8 diversi partiti”. Con queste dichiarazioni il consigliere comunale di origine cinese Marco Wong, eletto a Prato all’interno di una lista civica di centrosinistra, ha supportato pubblicamente la mozione da lui presentata in risposta a quella della Lega, che invitava il Comune ad esprimere solidarietà ai manifestanti di Hong Kong.

Apriti cielo ovviamente. Non solo per il vergognoso paragone fra l’invasione militare del Tibet da parte della Cina con le istanze autonomiste presenti in Alto Adige, ma anche perché la mozione presentata da Wong e votata unanimemente dalla maggioranza avrà dei risvolti pratici. Con la delibera di approvazione, infatti, il comune di Prato sarà obbligato in futuro a fare pressioni sulle associazioni, in primis quella degli avvocati, affinché i clandestini cinesi residenti sul territorio pratese ricevano adeguata assistenza al fine di richiedere il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

“Provocazioni” cinesi

Preoccupanti, con riguardo a questo ultimo punto, potrebbero essere i risvolti per una città come Prato che vanta, in proporzione a dimensione e rilevanza, la più grande comunità cinese in Italia, fra cui un numero di clandestini a 4 zeri. Non è pertanto tardata ad arrivare la presa di posizione dell’opposizione che ha chiesto all’unisono le dimissioni del consigliere Wong che con queste dichiarazioni ha “dimostrato che più che essere un consigliere comunale della Repubblica Italiana, risponde alla Cina”.

Da sinistra invece si tende a minimizzare: lo stesso Wong ha parlato di provocazioni con riferimento alla sua mozione. Sta di fatto che il tema ha lasciato qualche scricchiolio anche  nella maggioranza del sindaco Biffoni, se è vero, come recita il comunicato del centrodestra, che addirittura un assessore di giunta avrebbe preso le distanze dalle parole del consigliere cinese. Provocazione o meno, le parole di Wong restano delle affermazioni inaccettabili per un rappresentante delle istituzioni italiane.

Un paragone inaccettabile

Settanta anni di occupazione militare in Tibet hanno causato quasi un milione di morti e la distruzione del 90% del patrimonio artistico-architettonico, oltre che l’esilio del leader politico-religioso Dalai Lama. Dal 2009 ad oggi si contano 98 monaci che si sono dati alle fiamme in segno di protesta contro il regime repressivo di Pechino. Tutte cose che invece non risultano ovviamente essere avvenute in Alto Adige, dove anzi la minoranza germanofona elegge tranquillamente propri rappresentanti nelle istituzioni.

Francesco Corrieri

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