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Veneto nazione: separatismo all’italiana

by Michele de Nicolay
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votaoraRoma, 22 marzo – A detta degli organizzatori del referendum online il passo ormai è breve, e di qui a poco tempo tornerà agli antichi splendori la Repubblica della Serenissima. Secondo gli organizzatori il 63% degli aventi diritto al voto avrebbe partecipato alla consultazione, con un 89,10% che si sarebbe espresso in maniera favorevole sull’eventualità di una definitiva scissione della regione Veneto dalla Repubblica italiana con conseguente formazione di un vero e proprio Stato nazionale, indipendente e sovrano. Ora, l’attendibilità di questa votazione a detta dei più è tutta da verificare e anche se nell’era della democrazia 2.0 un blog come quello del Movimento 5 Stelle può effettivamente spostare gli equilibri parlamentari, una semplice consultazione online non può certo sancire lo stravolgimento di confini nazionali riconosciuti. Allo stesso tempo però bisogna fare i conti con un dato che, se realistico, risulterebbe quanto meno inquietante. La questione dell’indipendenza veneta affonda le proprie radici in tempi sicuramente più remoti e questa ennesima accelerazione (anche se assomiglia più a una trovata propagandistica e neanche delle migliori)  va a inserirsi in un periodo storico in cui diverse realtà geografiche europee sono interessate dai venti delle spinte secessioniste. Così gli irredentisti nostrani cavalcano l’onda lunga che attraversa il vecchio continente dai Paesi Baschi spagnoli fino all’Irlanda del Nord, forti della svolta territoriale e politica che sta sconvolgendo proprio in questi giorni il confine Russo-Ucraino.

Ma quanto c’è di reale in questa improvvisa voglia di indipendenza? Il rischio maggiore è che queste istanze si rivelino alla fine l’ennesima “camera di decompressione”, che non farebbe altro che spostare l’attenzione da quelli che sono i reali problemi che l’intera penisola sta attraversando. Ora più che mai, in un periodo in cui le identità nazionali restano forse l’ultimo baluardo contro un asset finanziario apolide che annichilisce ogni sovranità, qualsiasi tipo di spinta secessionista (soprattutto se priva come questa di ogni fondamento storico, parliamoci chiaro) non solo influisce in chiave totalmente negativa da un punto di vista prettamente politico, ma va a minare alla base quei legami che dovrebbero essere faro e bussola di ogni popolo.

Figuratevi il Piave, il Monte Grappa, Vittorio Veneto. Immaginate il sangue di migliaia di soldati che ha bagnato il suolo patrio (Patria, che parola inusitata). Pensate all’epopea risorgimentale che permise di strappare all’invasore quelle terre così profondamente italiane. Tutto questo perduto per la pretesa folle di una novella Svizzera, una sorta di piccolo paradiso economico fondato sul paradigma trito e ritrito della “brava gente che lavora” e che non può essere penalizzata dal resto delle regioni-macigno che ne frena lo sviluppo economico.

Un campanilismo talmente ottuso e miope da non capire neanche il meccanismo elementare per il quale una repubblica federale (che poi dovrebbe federare le province) di così piccole dimensioni per poter nascere avrebbe bisogno di un budget economico talmente elevato che solo affidandosi all’Europa potrebbe essere in grado di sostenere. Praticamente ha perso prima ancora di cominciare.

Allora superate le manie di grandezza o le crisi di accerchiamento bisognerebbe ricominciare a concepire l’Italia in tutta la sua interezza come una risorsa e non un peso, come un’unità di intenti forgiata da dieci secoli di legislazione. E il Veneto, terra prediletta da D’Annunzio, dovrà respingere ogni tentativo di spinta autonomista per rimanere colonna portante della Nazione.

Michele De Nicolay

 

 

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