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867727-shellRoma, 24 mar – All’interno del recente disegno di legge del 3 marzo scorso sugli “ecoreati” è stato approvato un emendamento che vieta l’utilizzo di una particolare tecnica esplorativa in mare aperto chiamata “air gun”, o cannone ad aria, utilizzata dall’industria petrolifera e dalla ricerca oceanografica, perché dannosa per la vita dei cetacei e di altra fauna marina.

L’articolo in questione recita testualmente: “Chiunque, per le attività di ricerca e di ispezione del fondali marini finalizzate alla coltivazione di idrocarburi, utilizza la tecnica dell’air gun, o altre tecniche esplosive è punito con la reclusione da uno a tre anni”. Queste poche, semplici e chiare parole, bastano per porre una pietra tombale sul futuro della ricerca petrolifera offshore e sugli studi geofisici/strutturali effettuati in mare in Italia.

seismicsetup2Ma che cos’è l’air gun? La tecnica dell’air gun oggetto dell’emendamento citato è riassumibile nella propagazione di onde sonore generate da aria compressa immessa impulsivamente in acqua: una sorta di esplosioni subacquee di aria che servono per generare onde paragonabili a quelle sismiche per studiare la conformazione del fondale marino ed avere uno spaccato 3D che permetta di leggerne la stratigrafia e le strutture geologiche presenti.

Questa tecnica, usata da decenni, viene sfruttata quindi per la ricerca di trappole di idrocarburi in mare aperto ma anche per con scopi prettamente legati ad attività della pesca, alla realizzazione di costruzioni marittime (ad esempio le aree portuali) e a scopo di ricerca scientifica, svolta in Italia da istituti di ricerca come il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), l’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale) e da numerose università.
A questo proposito, quindi, la Società Geologica Italiana (che, lo ricordiamo, è uno dei primissimi enti pubblici fondati in Italia essendo nata nel 1881), esprime le sue perplessità e preoccupazioni in una serie di comunicati stampa in cui sostiene, seppur sottolineando che assicurare la compatibilità ambientale delle attività di prospezioni geofisiche a mare sia irrinunciabile, che l’attuazione di questo decreto “colpisce mortalmente anche il mondo della ricerca scientifica”, in quanto il divieto dell’uso dell’air gun vanificherebbe ingenti investimenti in un settore, l’economia del mare, su cui l’Italia, con il proprio patrimonio di 8 mila chilometri di coste, con settori industriali tra i più avanzati del mondo, ed una tradizione di eccellenza scientifica, sta puntando con strategie proprie e all’interno del programma Horizon 2020.

Inoltre, la stessa Società Geologica fa sapere in un comunicato stampa che “pare evidente che la norma sia stata introdotta non tanto per il reale impatto sull’ambiente dell’air gun, dato che vi sono centinaia di azioni dell’uomo che sono incredibilmente più dannose per l’ambiente, ma per colpire le attività minerarie in Italia. Non entrando in merito al problema macroeconomico che questo comporta, la nuova legge di fatto colpisce mortalmente anche il mondo della ricerca scientifica” e rincara la dose affermando che la decisione presa in Aula è stata presa sulla base di numerose inesattezze scientifiche e, soprattutto, senza la preventiva consultazione di esperti del settore. Non si capisce poi con che spirito si pensa di salvaguardare la fauna marina quando i Paesi a noi limitrofi come la Croazia, Montenegro e Grecia, non intendono assolutamente percorrere questa strada, considerata, appunto, una follia: del resto le onde sismiche, come le balene, hanno la cattiva abitudine di non rispettare i confini nazionali.

Si auspica, quindi, che le decisioni che il Parlamento sta prendendo in tal senso siano riviste e venga dato un cambio di rotta tenendo però in considerazione che le procedure attualmente disponibili ed ulteriori pratiche di minimizzazione dell’impatto devono essere adottate in modo rigoroso; sulla bilancia del resto non c’è solo il futuro economico di questo Paese, ma soprattutto il futuro della ricerca scientifica, che, continuando su questa strada, verrebbe fortemente penalizzata facendoci fare un salto indietro di almeno 30 anni.

Paolo Mauri

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