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Berlino, 25 ago – Il tritacarne del politicamente corretto fa polpette di una nuova vittima. Questa volta a farne le spese è nientemeno che la cerimonia di premiazione del Festival del Cinema di Berlino. Rende infatti noto la Berlinale di aver riorganizzato completamente i premi che vengono assegnati dalla Giuria Internazionale per i film in concorso. La svolta, «epocale», consiste nel far scomparire la dizione di «miglior attore» e di «miglior attrice». Saranno quindi sostituite da una unica formula, rispettosa della neutralità di genere.

Il cinema e il mondo dello spettacolo naturalmente ci hanno già abituato al meglio – o al peggio, dipende dai punti di vista – sul delicato crinale del lagnoso politicamente corretto. Del resto, come dimenticare la sostituzione della famosa formula «and the winner is…» (e il vincitore è…) che caratterizzava la stessa cerimonia degli Oscar, con il grigio «and the Oscar goes to…» (e l’Oscar va…), perché non sia mai che competizione, rivalità e termini come «vincitore» possano penetrare in un festival o in una cerimonia in cui, di fatto, si premia chi vince. E dato che ogni forma di competizione, di qualità, fino ad arrivare alla suddivisioni in categorie di genere, sono ormai sinonimi di sopraffazione e violenza patriarcale, era inevitabile che anche il cinema del Vecchio Continente si prostrasse ai piedi del politicamente corretto.

Quale inclusività?

Viene naturalmente da chiedersi – seguendo le premesse del ragionamento di chi cancella ed eradica suffissi maschili e femminili nel nome di una presunta maggiore inclusività: su quali basi questi criteri possono davvero essere inclusivi? La formula neutra che andranno ad escogitare non finisce per essere essa stessa discriminatoria? In fondo, chi traffica con il bilancino del «chi viene discriminato di più e chi di meno», rischia sempre di lasciar fuori qualcuno dalla inclusione. O di penalizzare chi in precedenza era stato incluso. Cosa succede se, per esempio, nella giuria vi sono membri misogini, o misandri, che hanno intimo e segreto pregiudizio nei confronti di un particolare genere?

Le quote rosa non vanno più di moda

Gli ultrà del buonismo già si sono affrettati a precisare che eliminando le categorie per genere vincerà solo «chi effettivamente se lo merita». Ma come, non erano stati proprio loro, per anni, a ergersi a paladini delle quote rosa, ad alfieri del «genere prima del merito»? Eh sì: ma l’animaletto da proteggere nei decenni passati e di cui strumentalizzare politicamente le battaglie – la donna – ormai non va più di moda. E’ il turno di coccolare gli unicorni genderfluid che una mattina si alzano uomo, nel pomeriggio si credono donne e verso sera si identificano come giraffa transgender.

Cristina Gauri

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