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Washington, 6 ago – Il popolarissimo film Matrix sarebbe un’«allegoria trans». Questo è quanto ha dichiarato Lilly Wachowski in una recente intervista video su Netflix. Questa rivelazione arriva a più di 20 anni di distanza dall’uscita della pellicola nelle sale (Matrix è del 1999), tanto che Wachowski deve al pubblico una spiegazione: «Sono felice che oggi sia emersa l’intenzione originale. All’epoca il mondo non era pronto». Sia come sia, la tempistica è quantomeno sospetta: sono ormai diversi anni che i fratelli Wachowski (Andy e Larry) sono diventati le sorelle Wachowski (Lilly e Lana), eppure solo adesso si verrebbe a sapere che il loro capolavoro sarebbe tutta una grande allegoria della transizione.

Matrix è davvero un’ode al gender?

Essendo diventato un film di culto, è ovvio che Matrix ha lasciato ampio spazio alle speculazioni più ardite. Il suo immaginario, del resto, ha fatto breccia anche negli ambienti dell’Alt-Right, quella destra alternativa americana che costituisce un vero e proprio esercito «irregolare» a supporto di Donald Trump, e che anzi è risultata decisiva nella sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Nel gergo dell’Alt-Right, in effetti, ricorre spesso l’espressione redpilled, per indicare coloro che, scoprendo la «verità», sono ormai immuni all’ideologia globalista sostenuta dai media mainstream. Il riferimento a Matrix è evidente e voluto. Nella pellicola Morpheus offre al protagonista Neo due opzioni: la pillola blu, che prevede la permanenza nel mondo virtuale della Matrice, e la pillola rossa, quella che dischiude il mondo reale, «per vedere quant’è profonda la tana del Bianconiglio».

Le tentazioni eroiche di un capolavoro

Insomma, spesso un’opera d’arte va ben oltre le – vere o presunte – intenzioni dell’autore, in un gioco tutto fatto di riletture, riscritture e colonizzazioni dell’immaginario. E Matrix è appunto un’opera potente, che trasmette suggestioni sovrumaniste e cela in sé sentieri interrotti e percorsi imprevedibili. Per quanto possano essere vere le dichiarazioni di Lilly Wachowski, che al tempo era ancora Andy, ridurre il film a una banale allegoria transessuale è un’operazione del fiato corto, che non risolve affatto il «mistero», né tantomeno disinnesca la forza polisemica di una pellicola innervata da tentazioni eroiche.

Valerio Benedetti

3 Commenti

  1. Dopo aver saccheggiato, finanche con una certa coerenza, varie forme tradizionali inerenti soprattutto l’ambito metafisico (la trilogia poteva far affiorare qualche rigurgito di newageismo che tuttavia non ne inficiava l’impianto complessivo comunque rimarchevole) ora gli stessi autori ci vengono a raccontare che era soltanto una sorta di spot pubblicitario sociale: perdonate il francesismo ma l’affermazione è davvero una bella minchiata, checché ne pensino i Wachowski medesimi (finanche si potrebbe allora dire che la stessa Bhagavad Gita – quod absit – sia una metafora del transgenderismo ai tempi dei Kaurava e dei Pandava).
    Come ha già suggerito l’autore dell’articolo, può capitare che opere pregevoli sopravanzino poi il loro stesso artefice: e ciò dovrebbe adeguatamente far riflettere su quanto ad esempio intendeva Guénon nel ripetersi in merito all’ambito sovraindividuale.

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