Roma, 14 mar – Per anni il memorandum di cooperazione militare e della difesa tra Italia e Israele è andato avanti quasi per inerzia, protetto da automatismi diplomatici e da una subordinazione politica che a Roma veniva scambiata per prudenza. La decisione annunciata oggi da Giorgia Meloni — la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo — non equivale a una rottura strategica con Tel Aviv, né a una conversione improvvisa della politica estera italiana. Sarebbe sbagliato e fuorviante raccontarla così. Però sarebbe altrettanto sbagliato minimizzarla. Per la prima volta, infatti, il governo italiano interrompe la continuità passiva di un’intesa che fino a ieri sembrava destinata a proseguire senza vero dibattito politico.
Meloni: “Sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele”
Precisiamo: non si tratta della denuncia clamorosa di un trattato, ma del congelamento di un meccanismo di rinnovo tacito. Il memorandum, firmato nel 2003 e ratificato dall’Italia nel 2005, prevede infatti una durata quinquennale con proroga automatica per altri cinque anni in assenza di una notifica scritta di recesso; in quel caso, la cessazione dell’accordo avviene sei mesi dopo la ricezione della notifica. Non siamo dunque davanti a uno “strappo” consumato, ma a una presa di distanza che ha ancora forma procedurale, graduale, controllata. Ed è proprio questa sua misura a renderla politicamente significativa: il governo non ha scelto la via della rottura spettacolare, ha scelto però di non far finta di niente. Del resto, non stiamo parlando di un’intesa marginale. L’accordo copre un perimetro ampio: industrie della difesa, politica degli approvvigionamenti, importazione ed esportazione di materiali d’armamento, formazione e addestramento del personale, organizzazione delle forze armate, cooperazione tecnica e persino operazioni umanitarie e servizi medici. In altre parole, il memorandum non è un simbolo astratto, ma una cornice concreta di cooperazione militare. Proprio per questo il suo mancato rinnovo automatico non può essere ridotto a semplice gesto cosmetico. Non è ancora la revisione complessiva del rapporto con Israele, ma è il primo segnale formale che quel rapporto non può più essere amministrato come se nulla fosse cambiato nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.
L’escalation in Libano e gli attacchi all’Unifil
A rendere politicamente inevitabile questo scarto è stato anzitutto il deterioramento rapido dei rapporti bilaterali. Il 13 aprile l’ambasciatore italiano a Tel Aviv, Luca Ferrari, è stato convocato dal ministero degli Esteri israeliano dopo le parole di Antonio Tajani contro i raid dell’Idf in Libano; pochi giorni prima, l’8 aprile, era stata l’Italia a convocare l’ambasciatore israeliano dopo i colpi di avvertimento sparati contro un convoglio italiano di Unifil nel Libano meridionale, con un proiettile finito a un metro da un militare italiano. In quella circostanza Meloni aveva definito “completamente inaccettabile” l’accaduto e aveva chiesto a Israele di fermare gli attacchi in Libano. Insomma, quando il conflitto tocca direttamente uomini e interessi italiani, il margine per la retorica dell’allineamento si restringe bruscamente. Ma il quadro, se vogliamo, è ancora più largo. Nelle ultime settimane Roma aveva già iniziato a prendere le distanze dalla linea americana e israeliana sulla crisi regionale. L’11 marzo Meloni aveva definito l’intervento americano e israeliano contro l’Iran parte di una dinamica di interventi “fuori dal perimetro del diritto internazionale”, in una delle sue critiche più nette alla gestione della guerra. Il 27 marzo – come abbiamo riportato anche su Il Primato Nazionale – l’Italia ha negato l’autorizzazione all’uso di Sigonella per velivoli militari statunitensi diretti verso il Medio Oriente, perché Washington non aveva richiesto il via libera secondo le procedure previste. E il 7 aprile Guido Crosetto ha avvertito che il conflitto con l’Iran mette a rischio perfino la leadership globale americana, evocando apertamente il pericolo di una escalation nucleare. Tutti segnali che anticipano e spiegano la decisione comunicata oggi rendendola leggibile come una correzione, già avviata, della postura italiana.
Lo scontro senza precedenti tra Washinton e Santa Sede
Dentro questa correzione pesa anche un altro fattore, meno tecnico ma forse ancora più decisivo: la crescente insostenibilità politica dell’asse Trump-Netanyahu nello spazio europeo e italiano. Il caso più evidente è lo scontro pubblico tra Donald Trump e Papa Leone XIV, un confronto insolitamente duro nella storia dei rapporti tra Washington e Santa Sede, che ha obbligato Meloni a esporsi in difesa del pontefice. Il 13 aprile la premier ha definito “inaccettabili” le parole di Trump contro il Papa, mentre oggi ha ribadito di non sentirsi “a proprio agio” in una società in cui i leader religiosi debbano dire ciò che vogliono i leader politici. Per una presidente del Consiglio che aveva coltivato con attenzione il rapporto con Trump, si tratta di un passaggio rivelatore: quando il presidente americano entra in collisione frontale con il Vaticano, cioè un centro di autorità simbolica realmente influente in Italia, l’equilibrio precedente diventa molto più difficile da difendere. Questo non significa che il governo italiano abbia scelto una linea “anti-israeliana”, né che stia rompendo con Washington. Roma sta cercando di sottrarsi ai costi politici di una fedeltà automatica in un momento in cui la guerra allargata in Medio Oriente produce effetti diretti sulla sicurezza, sull’energia, sui traffici marittimi e sulla tenuta diplomatica europea. Meloni ha detto che la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è vitale per l’Italia e per l’Unione Europea; l’Italia lavora con la coalizione guidata dal Regno Unito per ripristinarla, ma Salvini ha escluso l’invio di navi senza un mandato ONU, mentre Francia e Regno Unito stanno costruendo una missione difensiva separata dalle parti belligeranti. In questo contesto, continuare a rinnovare automaticamente un’intesa militare con Israele avrebbe significato restare incagliati in una postura che la realtà ha già superato.
L’Italia deve riprendere a ragionare “nel” Mediterraneo
La notizia va letta per quello che è, senza forzature ma senza ridimensionarla. Non è il giorno in cui l’Italia rompe con Israele. È il giorno in cui il governo Meloni prende atto che quella normalità di rapporti, difesa per anni come “naturale” e “inevitabile”, non regge più. Fino a ieri il memorandum si rinnovava da sé; oggi, per la prima volta dopo governi di segno diverso, quella continuità viene interrotta. Non è una svolta strategica, ma è una crepa politica che registriamo con favore: negli ultimi mesi siamo tornati più volte sulla necessità di sgretolare, a destra, quel riflesso neocon che ha progressivamente deformato il dibattito politico e culturale italiano, allontanandolo dalla sua tradizionale proiezione-vocazione mediterranea. Una crepa che speriamo si allarghi sempre di più – anche in Europa – per lasciare spazio a una ventata d’aria fresca. Nelle relazioni internazionali almeno una cosa è sicura: quando saltano gli automatismi, significa che la realtà ha già superato le formule con cui si è provato a gestirla.
Sergio Filacchioni