Questa estate ci eravamo illusi. Ci eravamo illusi di aver attraversato il deserto, di aver superato la notte più oscura e di essere usciti a riveder le stelle. Pia illusione, appunto. A pochi mesi dal trionfo di Wembley, è successo di nuovo: l’Italia è fuori dal Mondiale. Fuori dal mondo, anche, come ha titolato la Gazzetta dello Sport all’indomani della disfatta con la più che modesta Macedonia. Per la seconda volta di fila, gli azzurri non parteciperanno all’evento calcistico più prestigioso del globo: non sentiremo il nostro inno risuonare nei cieli della penisola arabica, non vedremo i nostri giocatori dare il sangue per una maglia e una bandiera. Non era mai successo prima che l’Italia non accedesse al Mondiale per due volte consecutive. E forse non succederà mai più. Forse.

Il brusco risveglio

Per capire come siamo sprofondati nell’abisso in cui l’azzurro non brilla e l’oscurità inghiotte ogni speranza, sono necessarie alcune riflessioni. Né autoconsolatorie, né tantomeno distruttive, queste riflessioni devono però essere lucide e spietate. Anche perché qui c’è da ricostruire sulle macerie. Per questo motivo, il Primato Nazionale ha voluto analizzare la situazione contattando alcuni esperti del settore.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di maggio 2022

In questi casi, infatti, è molto forte la tentazione di fare processi sommari: «La verità è che siamo tutti colpevoli, e tutti insieme dobbiamo uscirne. Dopo l’eliminazione con la Svezia nel 2018, ci si è limitati a cercare il capro espiatorio, cioè Ventura e Tavecchio», ricorda ai taccuini del Primato Giorgio Perinetti, direttore sportivo di lungo corso con un passato anche a Napoli, Juventus e Roma. Ma fatti fuori allenatore e presidente della Figc, prosegue Perinetti, «il problema rimaneva: abbiamo vinto a Berlino nel 2006, meritatamente, ma poi nel 2010 abbiamo fatto un Mondiale flop, nel 2014 abbiamo fatto un Mondiale flop e nel 2018 non ci siamo qualificati. Nonostante questi insuccessi, non si è pensato a che cosa fare per migliorarci. E così siamo arrivati completamente impreparati a queste qualificazioni, anche perché c’era stata la vittoria all’Europeo. Sicuramente meritata ma, a questo punto, pure casuale».

Dello stesso avviso è Andrea Di Caro, vicedirettore della Gazzetta dello Sport e direttore di Gazzetta.it: se vogliamo analizzare le cause tecniche dell’eliminazione, spiega, «è chiaro che dopo l’Europeo si è sbagliato qualcosa nella gestione del gruppo, nel come si sono affrontate le partite. Anche per gratitudine verso Mancini e la squadra che ha trionfato a Londra, non ci si è voluti accorgere che quella magia che abbiamo vissuto in estate stava pian piano svanendo. Non dobbiamo infatti dimenticare che l’Italia ha vinto l’Europeo grazie al gruppo e a una serie di condizioni favorevoli, pur non avendo fuoriclasse che potessero vederla come favorita alla vigilia di Euro 2020».

Italia dalle stelle alle stalle

Al di là delle prestazioni insufficienti offerte dai giocatori nelle qualificazioni ai Mondiali, e al di là – come ricorda Perinetti – dell’«imprevedibilità del calcio, che poi è quello che lo rende lo sport più amato al mondo», è evidente che ci sono problemi strutturali che riguardano tutto il «movimento» del calcio italiano: gestione dei club e dei settori giovanili, mancanza di stadi di proprietà e discutibile impiego delle risorse. Tutti questi fattori, continua Di Caro, «hanno portato al fatto che il nostro calcio vivesse negli ultimi dieci anni un periodo di grande difficoltà nel contesto europeo, sia a livello di club che di Nazionale. Non dimentichiamo che l’ultima Champions League vinta da una squadra italiana è quella dell’Inter di Mourinho. Poi ci sono state due finali della Juventus, peraltro perse nettamente, e tutt’al più una semifinale, quella della Roma di un paio di anni fa».

In sostanza, riassume il vicedirettore della rosea, «è chiaro che i problemi del calcio italiano hanno radici lontane. In passato altre federazioni, come quelle di Francia, Germania e Spagna, sono state in grado di riorganizzarsi e di ricreare un ciclo di vittorie. Mentre l’Italia ha sempre vissuto di successi estemporanei: successi legati a eventi che hanno compattato il gruppo, a pianeti che si allineavano, alla capacità molto italiana di risorgere nel momento delle difficoltà. Mai, insomma, si è fatta vera programmazione».

Maledetta globalizzazione

Se volessimo cercare un’immagine-simbolo della disfatta della Nazionale, basterebbe andare a poco prima del gol di Trajkovski che ci ha spedito all’inferno: per puntellare l’attacco, Roberto Mancini mette in campo João Pedro. È un oriundo come Jorginho, Emerson Palmieri e – perché no? – come Raimundo Orsi, che segnò nella vittoriosa finale di Italia 1934? Nossignore: come ci ha spiegato il telecronista Rai di Italia-Macedonia, João Pedro è un brasiliano che ha avuto la ventura di sposare una cittadina italiana e, quindi, di accaparrarsi passaporto e convocazione. Ora, João Pedro è attaccante di discreta qualità, ma gioca nel Cagliari in lotta per non retrocedere. Sicuri non avessimo di meglio?

Beninteso, non è certo colpa del povero João Pedro se l’Italia non andrà al Mondiale. Ma la sua presenza in campo spiega tutto. Lo ha fatto notare con grande lucidità Arrigo Sacchi: «Continuiamo a comprare stranieri per i nostri club, e anche i settori giovanili sono pieni di ragazzi che vengono dall’estero: siamo sicuri che questa sia la strada giusta o, invece, non è questo il vero problema?», si è chiesto l’ex ct intervistato dalla rosea. La domanda è retorica: è ovvio che il problema è quello. C’è chi chiede la testa di Mancini, ma non è colpa sua se la Serie A scarseggia di calciatori italiani e si è riempita di stranieri, peraltro spesso mezzecartucce. «Mancini va solo ringraziato: ha vinto un Europeo con una squadra di qualità non eccelsa, nascondendo sotto al tappeto tutta la polvere accumulatasi in anni di politiche sbagliate», sottolinea Alberto Faccini, campione d’Italia con la Roma di Liedholm e oggi procuratore. «Se in Serie A giocano per il 70% calciatori stranieri, è chiaro che c’è un grosso problema», gli fa eco Roberto Pruzzo. «Poi non saprei dire se oggi gli italiani non giocano perché sono meno bravi degli stranieri. Eppure è incredibile: a parte il centrocampo, la Nazionale non ha giocatori di livello mondiale», aggiunge l’ex bomber della Roma. In effetti, il…

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Romano, classe 1986, è diventato caporedattore del Primato Nazionale dopo essersi laureato in Lettere (Roma Tre) e aver conseguito il dottorato di ricerca in Storia (Francoforte e Innsbruck). Poliglotta e versatile (e assai modesto), cura la rubrica «Pensieri armati» e si occupa principalmente di politica, storia, filosofia ed economia, non disdegnando qualche stoccata ai chierici dell’anti-nazione. Lo hanno definito sovranista, estremista, «spiegone», pignolo, arrogante e terribilmente polemico. Ma giura di avere anche dei difetti. Crede nel destino storico d’Italia.

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