Se trent’anni fa qualcuno avesse parlato di una trasmissione tutta dedicata a Julius Evola, apertamente schierata «a sinistra», andata in onda all’ora di pranzo e poi in prima serata sulla televisione di Stato, probabilmente i lettori avrebbero pensato a uno scherzo, oppure a una delle mille improbabili «trame nere» con cui di tanto in tanto il pessimo giornalismo nostrano ama solleticare il sonnambulico pubblico italiota.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di maggio 2022

Negli anni Venti del nuovo millennio qualcosa è cambiato: lo dimostra la puntata di Passato e presente di Paolo Mieli, andata in onda su Rai Storia il 30 marzo scorso, dal titolo Julius Evola contro il mondo moderno. Questa puntata – insieme ad altre iniziative, come la mostra evoliana al Mart di Rovereto, diretto da Vittorio Sgarbi, che verrà inaugurata il 15 maggio (la più ricca mai realizzata sinora, con oltre cinquanta opere) – rivela un vero e proprio cambio di registro nei confronti di un filosofo che ancora in molti considerano tabù. Per trenta e passa minuti Mieli ha dialogato con la professoressa Alessandra Tarquini e tre giovani studenti – secondo il consolidato formato della trasmissione – su Evola, cosa che fino a qualche tempo fa sarebbe stata semplicemente impensabile. C’è solo da sperare che questo sia il primo di una serie di passi volti a portare al centro di un dibattito culturale serio, corretto e approfondito la sua figura.

Un’alterità radicale

Siamo di fronte a un «recupero», come sostenuto da alcuni ipercritici nelle (ahinoi prevedibili) polemiche nate dalla diffusione della notizia? Niente affatto: tutti sanno bene che Evola ha e continua ad avere un rapporto di assoluta alterità rispetto alla cultura cosiddetta ufficiale. Troppo elitario nella cachistocrazia imperante, troppo aristocratico in un mondo che ama dirsi democratico, salvo poi dare e togliere la parola secondo pruriti ideologici contingenti. Questa «alterità assoluta» è semmai una patente di nobiltà, considerando tra le altre cose lo stato delle patrie arti e lettere. Che Evola sia «recuperabile» da parte di un mondo del genere è impossibile. Ed è un bene che lo sia.

Questo non toglie, però, che si possa impostare la questione su altre basi. Da decenni, la Fondazione che porta il suo nome si batte per alimentare il dibattito, costruttivo e non demonizzante, sul filosofo romano in diversi ambienti, a seconda delle relative aree di competenza. Questi tentativi – a differenza di quanto sostenuto da taluni – non vogliono né «edulcorarlo», né consegnarlo all’Accademia (accuse ridicole e mai dimostrate) o farlo accomodare alla tavola imbandita del dibattito sedicente democratico. La strategia è differente e molto più semplice. Nella sua vita Evola è stato artista, filosofo, orientalista, storico delle religioni, politologo… Tutti questi ambiti non sono ovviamente a tenuta stagna, ma dialogano di continuo, coagulandosi attorno alla sua equazione personale, che è poi quanto ne costituisce l’assoluta unicità e peculiarità (queste sì, davvero inassimilabili).

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Nondimeno, è possibile – anzi, doveroso – affrontare criticamente ognuno di questi aspetti nelle sedi più opportune. Parlare della filosofia di Evola nelle università, tematizzare la sua esperienza artistica in mostre ed eventi, e così via. Dopodiché, ognuno è naturalmente libero di trattare questi e altri aspetti, purché all’insegna della completezza e della buona fede. Così come potrà non farlo, senza che la generale mediocrità ne risulti in qualche modo alterata.

Storici «distratti» su Evola

Secondo questa prospettiva, fare divulgazione è fondamentale. Qui risiede l’importanza dell’operazione di Paolo Mieli la quale, pur tra scelte autoriali che hanno privilegiato alcuni momenti – la misura dell’adesione evoliana al fascismo e il suo «razzismo», scelte quasi inevitabili e si potrebbe dire «giustificative» del fatto di avergli dedicato una intera trasmissione – a discapito di altri, ha consentito al nome di Evola di raggiungere un pubblico che nemmeno la più nutrita platea di studenti universitari o la più gremita delle conferenze organizzate dalla Fondazione avrebbe mai pensato di coprire. Eppure, nemmeno in quest’occasione sono mancati errori, soprattutto di fatto, al di là delle linee interpretative già accennate (in parte motivate dal particolare che siamo di fronte a un programma di taglio storico). Così, ad esempio, nel cappello introduttivo di Mieli il nostro viene definito…

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