Roma, 5 dic — C’è un termine inglese in voga da qualche anno, un insulto usato per bollare quella tendenza, tutta sinistroide, di mostrare perpetua debolezza e resa incondizionata ai dogmi del politicamente corretto, in particolare al verbo antirazzista e femminista: il termine è cuck, letteralmente il cornuto che trae piacere feticista nel vedere la moglie posseduta da terze persone. E cuck è l’unica parola che affiora sulle nostre labbra nel vedere le immagini del fischio d’inizio di Inghilterra – Senegal.

Inghilterra si umilia davanti al Senegal

Dove la squadra inglese si inginocchia all’unisono, a molla, in ossequio al Black lives matter — quel Blm che in Usa è ormai una barzelletta, sepolto da una coltre di scandali sui fondi rubati dai vertici per acquistare ville in quartieri bianchi — mentre il team africano non si presta alla manfrina e rimane orgogliosamente in piedi. Se persino la nazionale Usa, terra d’origine della ridicola consuetudine nata con la morte di George Floyd, si è stancata di inginocchiarsi e prima dell’ultima partita giocata contro l’Inghilterra era rimasta bellamente in piedi prima del fischio d’inizio, il team calcistico di Sua Maestà è rimasto l’ultimo cretino del villaggio a insistere e coprirsi di ridicolo persino di fronte ai colleghi africani.

Chi esce dal campo a testa alta?

Nessuno lo richiede più, la tutela delle minoranze è semi archiviata, un cappotto di moda due stagioni fa. Adesso vanno per la maggiore gli arcobaleni, il gender, gli unicorni, gli uomini che mestruano e le donne barbute. Per farla breve, prima di annoiarvi del tutto: la partita è finita 3 a 0 per l’Inghilterra, il Senegal se ne torna a casa, gli inglesi esultano beati nel loro cuckismo. Ma che onore c’è nel vincere dopo essersi prostrati? Quale delle due squadre sarà tornata negli spogliatoi realmente a testa alta dopo il fischio di fine partita?

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

3 Commenti

  1. Genuflessi.. come i servi

    ma facciano pure, tanto la storia non si può cambiare; gli Europei di un tempo erano dominatori, gli Europei di oggi delle larve sottomesse.. e se i primi si sono goduti gloria e successi, i secondi non so quale destino li attenda.

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