images[10]Bruxelles, 27 ago – Circa sei mesi fa entrava in vigore la nuova legge sull’Iva digitale. In realtà era un provvedimento inserito in un progetto modernizzatore di lungo periodo e con un raggio d’azione che doveva interessare tutto il Vecchio Continente. Le cose in realtà sono andate diversamente. Ma prima di analizzare questo aspetto è bene fare un passo indietro.

Leggendo il sito web della Commissione Europea si nota come gli euroburocrati non riuscivano a trattenere il loro entusiasmo di fronte al Piano Junker sul mercato unico digitale. Ad esempio, Andrus Ansip, Vicepresidente responsabile per il Mercato unico digitale, affermava: “Sbarazziamoci di tutte le barriere che ci bloccano. Le persone devono poter attraversare liberamente i confini quando sono online, come già avviene offline”. Il Commissario responsabile per l’Economia e la società digitali, Günther H. Oettinger aggiungeva: “Abbiamo bisogno di un mercato europeo, che consenta il fiorire di nuovi modelli di business e permetta alle start-up di crescere e all’industria di sfruttare l’internet delle cose. Anche le persone devono investire, migliorando le proprie competenze informatiche, in relazione sia al lavoro che al tempo libero”. L’azione della Commissione, dunque, durante il suo mandato aveva definito tre ambiti principali su cui si concentrerà la sua azione. In primis, migliorare l’accesso ai beni e ai servizi digitali da parte di consumatori e imprese. In secundis, creare un ambiente favorevole alla diffusione delle reti e dei servizi digitali. E in ultimo, dar vita ad un’economia digitale europea con potenzialità di crescita a lungo termine.

Dopo i primi mesi qualcuno ha però pensato di fare un primo bilancio dei risultati raggiunti. L’argomento viene affrontato dal quotidiano on line Wall Street Journal Italia citando una notizia tratta dal sito https://euobserver.com. L’articolo parla chiaro e rivela come: “A causa dell’entrata in vigore della nuova legge sull’Iva digitale migliaia di piccole e medie imprese sono già state costrette a chiudere. La nuova legge in materia fiscale minaccia seriamente di compromettere gli obiettivi iniziali del piano per il mercato digitale”.

La novità introdotta è assai semplice da capire: l’Iva sulla fornitura di servizi digitali viene spostata dalla residenza fiscale del fornitore al luogo dove vive il cliente. Un provvedimento, però, che non ha risolto nulla. Il motivo di questo fallimento è semplice: le PMI  non hanno accesso ai dati richiesti per dimostrare quale e dove si trova il luogo a cui vengono forniti i servizi. L’imprenditore si ritrova in un vero e proprio dedalo di regimi fiscali diversi in cui non sa quale aliquota versare per il bene venduto.   Le imposte fiscali e le complicazioni che portano con sé comportano costi di gran lunga superiori ai ricavi ottenuti dalla vendita di servizi digitali. L’unico modo per sopravvivere è affidarsi a costose consulenze che hanno fatto perdere alle imprese circa il 70% del loro fatturato.

È naturale che anche nell’Information Technology esistono economie di scala. La start up non compete facilmente con giganti come Google e Apple. È bene dire, però, che il fallimento delle sopracitate normative fiscali non è frutto del caso. Il motivo è semplice il decisore viene indirizzato dalle lobbies nelle sue scelte. Ergo, le leggi europee, al contrario, di quanto si afferma, non facilitano la libera concorrenza. Solo le grandi Corporate possono permettersi dei lobbisti che all’interno dei Palazzi del potere orientano le scelte dei burocrati, in maniera più o meno lecita. È la democrazia bellezza!

Questa vicenda non rappresenta una rarità. È solo l’ennesima puntata di uno sceneggiato che ha come vittima il ceto produttivo europeo. Che fare allora? Due appaiono le strade all’orizzonte. La prima ci invita ad aspettare che il decisore si metta una mano sul cuore per difendere a spada tratta l’economia reale. Ma, qui entriamo nel campo della fantascienza.

Un’altra via, però, può esser percorsa. Certo, è una strada stretta, ma il sentiero è praticabile. Le aziende possono e anzi devono fare rete, utilizzando uno schema concentrico. Prima il livello locale e poi quello nazionale ed europeo. Un sano intreccio di relazioni che renderà forti anche le realtà produttive più piccole. Una sfida da non perdere per non rimanere preda di un piagnisteo inconcludente.

Salvatore Recupero

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