Escalation Siria: tutto per un pugno di gasdotti

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I progetti di gasdotti dal medio oriente verso l’Europa in feroce competizione (fonte: mintpressnews.com)

Doha, Qatar, 12 set – Nel pieno delle crisi, soprattutto quelle che includono confronti armati e catastrofi umanitarie, è spesso facile dimenticare le ragioni che le hanno prodotte e ne sostengono gli sviluppi. Non fa eccezione quella siriana, dall’avvento dell’Isis estesa all’Iraq.

I fondamentali della tragedia che si protrae dal 2011 sono in realtà abbastanza evidenti: in fondo, si tratta di una competizione globale per il controllo delle vie del gas, in cui non si è fatto risparmio dell’uso di alcun mezzo, per terribile che possa essere.

L’Unione Europea, in questo quadro, si configura come un attore relativamente passivo, in qualità di “cliente finale” del gas naturale, attualmente legata mani e piedi alla Russia anche in virtù della propria produzione rapidamente declinante, da quella un tempo ricca del Mare del Nord a quella già modesta ma significativa e oggi irrilevante dei campi dell’Adriatico.

Nel tentativo di diversificare gli approvvigionamenti, sia per ragioni strategiche alimentate da Washington, sia per motivi riconducibili ai legami sempre più stretti di Mosca con Pechino, e nella previsione di una crescita del proprio fabbisogno, che potrebbe essere anche priva di reale fondamento e comunque contraria agli stessi interessi europei, si sono trovate in competizione quattro giganteschi progetti.

Il primo di questi, che avrebbe legato ancora di più l’Europa alla Russia, era il South Stream, attraverso il Mar Nero e la Grecia, fatto fallire da Bruxelles sotto le pressioni americane (e con il succedaneo Turkish Stream già in grosse difficoltà).

Il secondo è il Nabucco Pipeline, dal Caspio e attraverso Armenia e Turchia, sponsorizzato da oltre-atlantico, che tuttavia prevede un investimento insostenibile finché sarà basato soltanto sui campi dell’Azerbaijan.

Il terzo è il Islamic Pipeline, o Gasdotto Islamico, dal sud dell’Iran (campo principale di South Pars, confinante con il North Field del Qatar), attraverso Iraq e Siria, in grado di raccogliere anche il gas qatariota ed eventualmente quello saudita prelevato in Qatar.

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Suggestiva immagine di Doha, lussuosa capitale del Qatar

Il quarto è il Gasdotto Qatar-Turchia, attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia, in grado di raccordarsi con il Nabucco e di raccogliere- a monte – anche il gas iraniano e – lungo il percorso – l’eventuale gas saudita.

Quale prima conseguenza, il gasdotto Nabucco ha bisogno, per la propria realizzazione a guida Usa, del gasdotto Qatar-Turchia, che a sua volta potrebbe convogliare in futuro anche l’eventuale gas saudita. Questa è l’unica opzione sostenuta da Washington, che realizzerebbe, direttamente e per interposti alleati di ferro, un controllo americano diretto su una fondamentale arteria di rifornimento per l’Europa.

Quale seconda conseguenza, la realizzazione del Gasdotto Islamico, alternativo a quello Qatar-Turchia, oltre a tagliare fuori l’insignificante Nabucco, lascerebbe nella mano iraniana alleata della Russia la fondamentale gestione a monte, e alla Siria, alleata – sotto il governo di Bashar El-Assad, sia dell’Iran che della Russia, il controllo della tratta finale prima del Mediterraneo.

Quale terza conseguenza, in ragione dei ricchissimi diritti di transito, all’Iraq converrebbe decisamente la realizzazione del gasdotto Islamico proveniente dall’Iran (sciita, come la maggioranza degli iracheni e sempre più alleato di Baghdad), mentre ad Ankara converrebbe la realizzazione del gasdotto Qatar-Turchia, doppiamente in quanto questo si porterebbe dietro anche il Nabucco e il suo migliaio di chilometri di passaggio sul territorio turco.

Il rifiuto della Siria, tra il 2010 e il 2011, di consentire il passaggio sul proprio territorio del gasdotto Qatar-Turchia è da solo del tutto sufficiente a spiegare le origini del tentativo di sovvertimento del regime di Assad, al quale non possono essere imputate persecuzioni o anche discriminazioni etniche o religiose, né una malagestione dell’economia interna di natura socialista.

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Riunione del Gcc – il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Oman)

Così come questa mortale competizione spiega il sostegno ai tagliagole del cosiddetto Esercito libero siriano, ad Al-Nusra (Al-Quaida in Iraq e Siria) e infine all’Isis da parte degli Stati Uniti, degli Stati del consiglio di cooperazione del golfo (Gcc) dominato da Arabia Saudita e Qatar, con la partecipazione più defilata della Giordania e quella invece sempre più diretta di Israele, di fatto alleato del Gcc oltre che ovviamente degli Usa, infine della Turchia anche col doppio scopo di colpire i Curdi.

Al contrario, il coinvolgimento crescente dell’Iran a sostegno del legittimo governo siriano, sia direttamente sia attraverso la formazione libanese di Hezbollah, e il più recente intervento – almeno in forma diretta – della Russia, tanto attivo da suscitare la concreta preoccupazione per un confronto diretto con le forze americane e degli altri Stati avversi al regime di Assad, possono vedersi più chiaramente alla luce degli interessi di questi paesi nel quadro della competizione per i gasdotti.

Ci si potrebbe chiedere se la posta in gioco valga la pena infernale di centinaia di migliaia di vittime civili e milioni di profughi tra reali e potenziali. Pare proprio di si, almeno sul freddo piano economico.

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Bilancio petrolifero e demografico del Qatar

Delle tanto inattese quanto gravissime difficoltà economiche della monarchia saudita, sebbene più tendenziali che correnti, si è già scritto, mentre meno nota è l’inversione delle fortune del Qatar, la cui produzione petrolifera è in declino da alcuni anni a fronte di una popolazione esplosivamente in aumento insieme alle spese a carico dello Stato, solo marginalmente compensate dalla posizione di leadership del piccolo emirato nella produzione ed esportazione di gas naturale liquefatto (Lng), il cui mercato è limitato anche in ragione dei prezzi elevati risultanti dai maggiori costi dei processi di trasformazione. Per ambo i paesi della penisola arabica, poter sfruttare e controllare direttamente la consegna delle proprie risorse di gas rappresenta una prospettiva vitale per non dover abbandonare gli standard di vita stellari cui le stesse relative popolazioni si sono ormai abituate, nonché la protezione offerta dall’ombrello militare americano.

La stessa Turchia, a causa della recessione globale e della cronica instabilità politica del regime di Erdogan, sta fronteggiando una crisi economica senza precedenti, unitamente a una brusca svalutazione della propria moneta. Gli immensi diritti di transito rappresenterebbero per Ankara molto più che una boccata d’ossigeno.

L’Iran, dal canto suo, con la fine delle sanzioni legate al proprio presunto programma nucleare, scalpita per valorizzare al massimo le risorse di idrocarburi rimaste sotto terra per anni e riprendere così la via della crescita invocata da una popolazione giovane e attiva che si appresta a raggiungere le 90 milioni di unità.

La Siria non avrebbe avuto niente da perdere qualora avesse sostenuto il progetto caldeggiato dagli americani e dal Gcc, ma la storica e strategica alleanza con Russia e Iran, ha impedito a un governo leale di piegarsi alle pressioni per la realizzazione del gasdotto Qatar-Turchia. Per questo sarebbe stato impensabile per i due grandi paesi alleati di tradire Damasco nel momento del bisogno. Nuovamente per questo, anche se non solo, tutti i mezzi possibili sono stati utilizzati nel tentativo di piegare – senza successo – Teheran e Mosca, dalle sanzioni per il nucleare iraniano alla crisi ucraina, fino alle sanzioni contro il Cremlino, e forse inizialmente anche attraverso l’arma del prezzo del petrolio, che si è però presto e drammaticamente rivelata a doppio taglio per quasi tutti, Arabia Saudita e Usa in testa.

La Russia stessa, da parte sua, è probabilmente consapevole dell’utilità di assicurare all’economia europea una ulteriore fonte di approvvigionamento di gas naturale, anche per disporre di un forte partner commerciale e industriale, nonché delle opportunità offerte da una Repubblica Islamica forte e prospera, legata a doppio filo a Mosca per tramite delle molteplici cooperazioni economiche e militari nonché della partecipazione come osservatore (per il momento) allo Sco (organizzazione per la cooperazione di Shanghai), e per tutto questo non appare per niente contraria alla realizzazione del gasdotto Islamico, sulla parte terminale del cui percorso sulla terraferma avrebbe comunque un completo controllo attraverso il fedele alleato di Damasco e – non da meno – delle proprie installazioni militari sul territorio siriano.

Così stando la situazione, se nessuno dei blocchi in competizione farà un passo indietro – e per le ragioni sopra esposte è impensabile che lo faccia la Russia, pena la perdita di qualsiasi credibilità con possibili drastici effetti anche sull’assetto interno del potere del Cremlino – lo scontro sul territorio siriano (e iracheno) è destinato a un pericolosissimo crescendo, tanto più alcuni paesi europei come Francia e Gran Bretagna potrebbero unirsi alla coalizione guidata dagli Usa (la Francia in realtà lo ha già fatto).

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Centro di produzione di gas naturale liquefatto (Lng) in Qatar

Gli unici soggetti in grado di cedere sono il Qatar e l’Arabia Saudita, che potrebbero anche accontentarsi di consegnare il proprio gas attraverso le condotte iraniane, al prezzo di sacrificare la Turchia e di dare uno smacco storico alle ambizioni unipolari di Washington, verosimilmente perdendone allo stesso tempo la protezione militare (o peggio). In questo caso, il gas consegnato all’Europa potrebbe perfino non essere scambiato in dollari Usa, il che rappresenterebbe un ulteriore drammatico colpo all’economia americana.

Per il momento, comunque, a pagare il prezzo più alto è certamente la popolazione siriana e in parte quella irachena, e gli Stati europei inondati da rifugiati di guerra infiltrati da masse sconfinate di emigranti economici e probabilmente anche da cellule terroristiche. Ma le élite e anche la conformista e suicida opinione pubblica europea non sono degne della stessa pietà.

Francesco Meneguzzo

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