Roma, 13 mag – Alla fine ci è arrivato anche il governo di Pedro Sánchez. La Spagna, il Paese trasformato negli ultimi mesi in una specie di idolo delle sinistre “pacifiste” occidentali, oggi chiede che l’Unione Europea si doti di una propria capacità militare, autonoma e credibile. A dirlo non è un falco dell’Est europeo, non è un conservatore atlantista, non è un ministro polacco o baltico abituato a ragionare in termini di deterrenza sul confine russo. A dirlo è José Manuel Albares, ministro degli Esteri del governo socialista spagnolo, intervistato da Politico alla vigilia del Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea a Bruxelles.
La frase più significativa è questa: “Non possiamo svegliarci ogni mattina chiedendoci cosa farà l’America. I nostri cittadini meritano di meglio“. Albares ha poi aggiunto un passaggio ancora più netto: “È il momento della sovranità e dell’indipendenza dell’Europa. Sono gli americani stessi a spingerci in quella direzione“. Secondo quanto riportato da The Independent, il ministro spagnolo ha chiesto che l’Unione Europea costruisca una propria forza militare permanente per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, pur precisando che una difesa europea indipendente non dovrebbe indebolire la NATO.
L’idolo pacifista scopre la difesa europea
Il dato politicamente interessante è proprio questo. Sánchez, negli ultimi mesi, è stato canonizzato da una vasta area della sinistra europea come il leader del “no alla guerra”, il capo di governo capace di opporsi a Donald Trump, di denunciare l’intervento americano e israeliano contro l’Iran, di rivendicare una postura autonoma rispetto a Washington. Dopo il rifiuto spagnolo di concedere l’uso delle basi di Rota e Morón per missioni legate agli attacchi contro Teheran, Madrid è stata presentata come il simbolo della dignità europea contro l’avventurismo americano. La stessa Reuters, il 4 marzo, ha riportato le parole della vicepremier spagnola María Jesús Montero, che davanti alle minacce commerciali di Trump ha dichiarato: “Non saremo vassalli di nessuno, non tollereremo minacce e difenderemo i nostri valori”. Nello stesso contesto, Sánchez ha ribadito la linea contro la guerra, affermando: “Non saremo complici di qualcosa di dannoso per il mondo, contrario ai nostri valori e ai nostri interessi, solo per evitare ritorsioni”.
Fin qui, il copione sembrava perfetto per la sinistra occidentale: il premier socialista che sfida Trump, Madrid che rifiuta la guerra, il governo progressista che si oppone ai ricatti americani. Ma la realtà, come sempre, è meno comoda delle narrazioni. Perché proprio quel governo oggi ammette ciò che il pacifismo europeo si ostina a non capire: la pace non si difende con le conferenze stampa. La pace, quando non è semplice resa o dipendenza, richiede potenza. Richiede eserciti, industria militare, tecnologia, comando, intelligence, deterrenza. Richiede esattamente tutto ciò che per anni è stato demonizzato in nome di un moralismo impotente.
Trump ha mostrato la verità del protettorato
A costringere Madrid a questa presa d’atto è stata soprattutto la brutalità politica di Donald Trump. Il 3 marzo, il presidente americano aveva minacciato un vero e proprio embargo commerciale contro la Spagna dopo il rifiuto del governo Sánchez di consentire l’uso delle basi spagnole per missioni collegate agli attacchi contro l’Iran. Spain has been terrible è diventato l’ennesimo tormentone della comunicazione trumpiana. Ma la questione, ovviamente, non riguarda solo la Spagna. Trump ha semplicemente detto ad alta voce ciò che l’architettura atlantica contiene da sempre: la protezione americana non è carità strategica. È uno strumento di potere. Quando Washington ritiene che gli alleati europei non siano abbastanza obbedienti, la sicurezza diventa immediatamente una leva negoziale. Oggi si minacciano dazi, domani si minaccia il ritiro delle truppe, dopodomani si mette in discussione l’impegno NATO. Il problema, allora, non è tanto l’umore di Trump. Il problema è che l’Europa occidentale, per decenni, ha potuto coltivare una comoda illusione: delegare agli Stati Uniti la propria sicurezza e, nello stesso tempo, costruirsi un’immagine civile, pacifica, post-storica. Gli americani garantivano basi, missili, portaerei, intelligence, ombrello nucleare e superiorità tecnologica. Gli europei potevano permettersi di parlare il linguaggio dei valori, della cooperazione, del diritto, del commercio, della diplomazia permanente. Una divisione del lavoro perfetta: a Washington la forza, a Bruxelles la buona coscienza.
Inutile ricordare che questa stagione è finita. La guerra in Ucraina, la crisi del Medio Oriente, il ritorno della competizione tra potenze e il trumpismo hanno fatto saltare il grande alibi europeo. Non esiste un continente “post-storico” circondato da un mondo ancora storico. Non esiste una sovranità senza difesa. Non può esistere un’Europa davvero adulta che continua a vivere sotto tutela. E il punto, ovviamente, non è diventare semplicemente “antiamericani”, ma tornare eurocentrici.
La Spagna tra opt-out NATO e autonomia europea
La contraddizione spagnola è ancora più evidente se si guarda al dossier della spesa militare. Già nel giugno 2025 Sánchez aveva respinto il piano NATO che chiedeva ai membri dell’Alleanza di portare la spesa per la difesa al 5% del Pil, definendo quell’obiettivo irragionevole e controproducente. In una lettera al segretario generale della NATO Mark Rutte, il premier spagnolo aveva sostenuto che impegnarsi al 5% sarebbe stato incompatibile con lo Stato sociale spagnolo e con la visione del mondo del suo governo. Aveva anche rivendicato il “legittimo diritto” di ogni governo a decidere se accettare o meno quei sacrifici. Alla fine, al vertice NATO dell’Aia, Sánchez ottenne una sorta di eccezione politica rispetto all’obiettivo comune. Associated Press ha scritto che il premier spagnolo lasciò il summit con un opt-out sull’aumento della spesa militare e con nuove minacce tariffarie da parte di Trump. Sánchez sostenne che Madrid avrebbe speso fino al 2,1% del Pil, cifra da lui definita sufficiente e realistica. Trump, al contrario, accusò la Spagna di voler scroccare e minacciò di farle “pagare” quella scelta attraverso il commercio.
Eppure proprio questo passaggio rende ancora più significativa la svolta di Albares. La Spagna non vuole seguire automaticamente la linea americana del 5%, non vuole farsi trascinare nella guerra contro l’Iran, non vuole accettare il ricatto tariffario di Trump. Ma allo stesso tempo capisce che tutto questo ha senso solo se l’Europa costruisce una propria capacità militare. Altrimenti il rifiuto della dipendenza americana resta un gesto vuoto, un esercizio retorico, una posa morale destinata a dissolversi appena la realtà presenta il conto.
L’Articolo 5 europeo non nasce dai buoni sentimenti
Albares ha posto anche un altro tema decisivo: la necessità di ricreare in ambito europeo l’effetto deterrente dell’Articolo 5 della NATO, cioè il principio secondo cui un attacco contro un alleato equivale a un attacco contro tutti. “La magia della NATO”, ha spiegato il ministro spagnolo, consiste nel fatto che nessuno osa davvero verificare se l’Articolo 5 funzioni, proprio perché la deterrenza scoraggia l’aggressione prima ancora che avvenga. Ed è esattamente questo effetto che l’Europa dovrebbe essere in grado di riprodurre: se qualcuno vuole colpire uno Stato europeo, deve sapere di trovarsi davanti un blocco politico e militare compatto. Qui si apre un punto centrale. L’Unione Europea dispone già di una clausola di mutua assistenza, l’Articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, ma quella clausola non produce da sola deterrenza. Una formula giuridica può affermare un obbligo di assistenza, ma senza mezzi militari, comando comune, capacità industriale, logistica condivisa e volontà politica resta debole. L’Articolo 5 della NATO pesa perché dietro ha la macchina militare statunitense. Un eventuale meccanismo europeo peserà solo quando dietro avrà un’Europa capace di agire come potenza.
È qui che il pacifismo occidentale entra in crisi. Per anni ha trattato la difesa come un residuo del passato, l’industria militare come una vergogna, la deterrenza come una bestemmia, la sicurezza come un sottoprodotto della diplomazia. Poi però arriva Trump, minaccia dazi e ritiro della protezione, e perfino il governo Sánchez è costretto a dire che l’Europa deve dotarsi dei superpoteri. E non perché sia diventato improvvisamente militarista, ma perché evidentemente ha capito che senza forza non esiste autonomia.
Dalla buona coscienza alla potenza
Lo abbiamo detto molte volte negli ultimi mesi: Trump ha trasformato la protezione americana in un contratto a prestazione. Ha detto agli europei che se non pagano, se non obbediscono, se non seguono Washington nelle sue guerre, la garanzia può essere ridiscussa. Si può gridare allo scandalo, certo. Oppure si può prendere atto che una potenza imperiale si comporta da potenza imperiale, che gli Stati Uniti difendono se stessi e i propri interessi, che il problema è che l’Europa non ha mai iniziato sul serio a farlo. E il fatto che proprio Madrid, proprio il governo Sánchez, proprio l’idolo dei pacifisti anti-Trump, chieda una difesa europea autonoma dimostra che la realtà ha iniziato a sfondare anche le porte dell’utopia. Se l’Europa vuole davvero emanciparsi dalla tutela americana, deve costruire i mezzi materiali della propria indipendenza. Non basta dire “no alla guerra” e “no alla NATO”: va costruita una struttura europea capace, un giorno, di superare la NATO senza trasformare il continente in uno spazio disarmato e ricattabile. Che poi è il desiderio segreto di molti “pacifisti”: scambiare Washington con Mosca, o ancora meglio Pechino. E se perfino il governo più celebrato dal pacifismo occidentale riconosce che l’Europa ha bisogno di difesa, deterrenza e autonomia strategica, vuol dire che il tempo delle scuse è finito.
Sergio Filacchioni