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Da Berizzi a Report: schedare la destra e chiamarla “inchiesta”

by Sergio Filacchioni
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Report

Roma, 18 mag – Report ha ufficialmente concluso la sua trasformazione in Paolo Berizzi. La trasmissione d'”inchiesta” è diventata a tutti gli effetti un dispositivo di sorveglianza ideologica, una centrale di schedatura televisiva incaricata di ricomporre, puntata dopo puntata, il solito calderone della “galassia nera“: sigle, volti, pagine social, amicizie, sedi, fotografie, dichiarazioni estrapolate. Tutto nello stesso pentolone, tutto dentro la stessa cornice narrativa, tutto orientato a dimostrare una tesi già scritta prima ancora di accendere le telecamere: la destra italiana sarebbe sempre e comunque lambita da un “losco” sottobosco neofascista che va stanato, isolato e messo fuori dal perimetro democratico.

Report si è trasformata ufficialmente in Paolo Berizzi

L’ultima puntata dedicata ai rapporti tra FdI e la galassia della destra giovanile è stata esattamente questo: non un’inchiesta, ma una mappa del sospetto. Una lunga operazione di collegamento, accostamento, allusione. Il metodo di Sigfrido Ranucci ormai è noto. Si prendono una pagina Instagram, alcune dichiarazioni provocatorie, una sede militante, un movimento giovanile, qualche esponente locale, un precedente di cronaca giudiziaria, poi si impasta tutto con le parole magiche del repertorio progressista: “neofascismo”, “odio”, “xenofobia”, “apologia”, “costituzione”, “chiusura delle sedi”. Il risultato non spiega nulla perchè non ha nulla da spiegare. Report vuole produrre un solo effetto con i suoi “servizi”: far apparire ogni espressione politica, culturale ed economica della destra identitaria come una minaccia pubblica, un’ipotesi di complotto contro la democrazia. Repubblica, naturalmente, si è accodata con entusiasmo. Nell’articolo dedicato a Fashowpinion ci ricorda che uno dei sui animatori ha subito un procedimento in seguito ai fatti del liceo Michelangiolo. Ma il passaggio, letto con un minimo di onestà, dice l’esatto contrario di ciò che il frame mediatico vorrebbe suggerire: per due imputati maggiorenni il gup ha emesso sentenza di non luogo a procedere perché, in assenza di denuncia delle vittime, è caduta la condizione di procedibilità; un terzo maggiorenne ha ottenuto l’estinzione del reato con la messa alla prova; stessa sorte pergli altri imputati minorenni. Dunque la vicenda giudiziaria viene ricordata, ma non per rispettarne l’esito. Viene usata come marchio morale permanente.

E allora la domanda è semplice: che cosa volevano? Una condanna senza processo? Una pena simbolica anche quando il procedimento non arriva a sentenza? Un’interdizione civile a vita per chi viene associato a un fatto di cronaca, anche se l’esito giudiziario non consente la narrazione manichea che loro desiderano? È questo il punto più grottesco: gli stessi ambienti che parlano ogni giorno di garanzie, diritti, Stato di diritto e Costituzione diventano improvvisamente allergici alle garanzie quando il bersaglio appartiene alla destra radicale, identitaria o semplicemente non allineata. Per loro il processo conta solo se conferma la condanna politica già pronunciata in redazione.

Repubblica se la prende con Fashowpinion

Il caso Fashowpinion, in fondo, è perfetto proprio perché mostra il panico della sinistra davanti a un linguaggio che non controlla. Una pagina social seguita da centinaia di migliaia di persone, capace di parlare ai giovani con format semplici, domande secche, provocazioni, temi divisivi, diventa immediatamente un’emergenza democratica. Non importa discutere nel merito le posizioni espresse. Non importa capire perché certi temi — immigrazione, identità, remigrazione, 25 aprile, Lgbt, aborto — intercettino una parte crescente del dibattito giovanile. La risposta è sempre la stessa: patologizzare, criminalizzare, chiedere distanze, invocare chiusure. Si può essere d’accordo o contrari, ma fingere che il solo porre una domanda equivalga a uscire dalla civiltà democratica significa blindare il dibattito pubblico dentro gli schemi dell’antifascismo permanente. Come abbiamo detto in passato, dietro questo schema si nasconde un dispositivo di potere: l’antifascismo contemporaneo può consolidarsi solo a condizione di sottrarsi al conflitto e di presentarsi come norma costituzionale e incontrovertibile. Ha bisogno di congelare la dialettica, di trasformare l’avversario in anomalia, di rendere intoccabile la categoria stessa.

Report fa esattamente questo. Non indaga un “potere occulto”, non svela una struttura criminale, non porta alla luce un sistema corruttivo. Prende un’area politica, la osserva come un corpo estraneo, la collega a tutto ciò che può risultare inquietante per il pubblico progressista e poi consegna il pacchetto alla solita liturgia dell’allarme democratico. A quel punto arrivano le dichiarazioni dei consiglieri di sinistra, le richieste di chiusura delle sedi, gli appelli a Fratelli d’Italia perché prenda le distanze, la solita sceneggiata sul “vero volto della destra italiana”.

Report e l’antifascismo dei dossier

La verità è che questa ossessione rivela più cose su chi la coltiva che su chi viene colpito. La sinistra non sopporta che esista una destra giovanile non addomesticata, non liberalizzata, non ridotta al clichè dei collettivi. Non sopporta che ci siano ragazzi capaci di parlare di identità, nazione, appartenenza, confini, comunità, senza passare dal confessionale progressista. Non sopporta che una pagina Instagram possa avere più presa di tante strutture ufficiali, più linguaggio, più ritmo, più capacità di entrare nell’immaginario. A tutto questo la sinistra può soltanto opporre il dossieraggio con la copertura nobile dell’inchiesta. Ed ecco a trasformazione di un servizio pubblico in Berizzi: costruire mappe dell’“estrema destra”, evocare pericoli, assemblare frammenti, criminalizzare ambienti, chiedere prese di distanza e poi presentare tutto come difesa della democrazia. È un vecchio metodo dopo tutto: isolare, schedare, colpire. Quindi no, Report non ha scoperto un pericolo per la democrazia. Ha soltanto mostrato, ancora una volta, quanto l’antifascismo sia bigotto e sbirresco.

Sergio Filacchioni

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