Roma, 19 mag – Uscito nelle sale cinematografiche nel novembre 2024, nell’ultimo fine settimana Il Gladiatore II – film diretto da Ridley Scott e sequel della famosa pellicola di inizio millennio – ha avuto la sua prima serata sul piccolo schermo italiano. Nonostante gli squali nella naumachia del Colosseo e altre licenze “poetiche”, la storia di Annone – che si scoprirà essere Lucio Vero Aurelio, figlio naturale di Massimo Decimo Meridio – è culturalmente interessante perché mette il telespettatore più attento di fronte a un tema a noi familiare. Tornare romani, scriveva appunto su queste pagine Sergio Filacchioni. A tal proposito: proprio il mese scorso per i tipi di Passaggio al Bosco è uscito Cercate l’antica madre, volumetto d’esordio dell’Istituto Eneide.
Il Gladiatore e l’Eneide
L’opera collettanea, pubblicata nel giorno del Natale di Roma, è dedicato alla figura di Enea, eroe virgiliano, ovvero alla meta del suo viaggio iniziato dalle fiamme di Troia. C’è una frase che troviamo almeno un paio di volte nel secondo capitolo del Gladiatore: è un passo tratto dal poema del poeta mantovano. Con questa Annone dimostrerà, dopo un combattimento privato per la corte imperiale, di essere qualcosa di più di un semplice schiavo numidico. E, davanti alla folla festante dell’Anfiteatro Flavio, farà capire a Lucilla – figlia di Marco Aurelio e in passato amante di Massimo – di aver ritrovato il figlio.
Il quale come Achille è mosso dalla rabbia – un’ira che inizialmente non lo riconcilierà nemmeno con l’amore materno – e come Enea ha compiuto il suo viaggio, non solo fisico, nella terra dei padri.
L’immagine originale e originaria
Eppure, come fa notare Stefano Bianchi nel suo contributo al libro che rilegge il grande racconto di fondazione spirituale e civile del popolo italiano, il solo ritorno – di per sé – non può bastare. Per meglio dire, sarebbe riduttivo «inserire l’Eneide all’interno del genere letterario dei nostoi, cioè dei ritorni degli eroi Achei dalla guerra di Troia»: il mito virgiliano infatti è al contempo «riappropriazione delle proprie radici», una «straordinaria narrazione storica della etnogenesi di una terra, di un popolo e di una nazione, come quella romano-italica e dell’Italia stessa».
Per Valerio Benedetti, autore del primo capitolo, l’Eneide è «l’immagine originale (e originaria)» che i romani, quindi gli italiani, avevano di loro stessi. E il suo protagonista è l’eroe di un’intera comunità di destino. Custodisce le antiche divinità e si prende carico della trasmissione della propria memoria storica: su queste basi va alla ricerca del futuro del suo popolo. Come nella statua del Bernini: Enea porta sulle spalle Anchise, il padre, e accompagna il piccolo Ascanio.
Cercate l’antica madre
È il ritorno, non senza difficoltà, verso l’antica madre, nella terra che diede i natali a Dardano, giunto in Samotracia dalla città etrusca di Corito (l’attuale Cortona, in Toscana). Ma – scevro da verità rivelate, assolute e indiscutibili – è anche il compimento di una scelta umana nella sua libertà storica, suggerita prima e confermata poi dal consenso divino. Un’origine – per dirla con Carlomanno Adinolfi – sempre proiettata in avanti. Destino, fondazione e rivoluzione: il mito continua a parlarci, per continuare ad essere quelli con il sangue di Enea.
Marco Battistini