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Il Fronte del lavoro e la via tedesca al corporativismo

by Corrado Soldato
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Roma, 22 mag – Uno degli aspetti meno indagati dalla storiografia sul Terzo Reich è il significato che ebbe il lavoro (Arbeit) nella rappresentazione del mondo (Weltanschauung) nazionalsocialista. E, di conseguenza, il ruolo che esso rivestì nell’edificazione dello Stato hitleriano. Se infatti è comprensibile l’enfasi posta dalla storia delle idee e delle istituzioni sugli aspetti più propriamente politici e lato sensu ideologici del regime tedesco, ciò ha tuttavia contribuito a mettere in ombra uno degli elementi chiave per una più adeguata comprensione del fenomeno nazionalsocialista. Come, cioè, il regime provò a disciplinare, in una cornice totalitaria, l’intricata materia dei rapporti tra imprenditori e maestranze in un’economia industrialmente avanzata. Fu peraltro, quello crociuncinato, un modus operandi del tutto peculiare, la cui analisi va condotta con cura e circospezione.

Detta analisi, infatti, si presterebbe a semplificazioni ed equivoci qualora, ricorrendo acriticamente ai concetti di corporativismo o «terza via», si fosse tentati di giudicare il modello tedesco come una mera riproposizione – più o meno condizionata dal retroterra culturale germanico, oltre che dai princìpi ideologici nazionalsocialisti – dell’ordinamento corporativo già avviato nell’Italia fascista quando Hitler ascese al potere. È quindi giocoforza evidenziare che i sistemi economico-sociali italiano e tedesco degli anni Trenta del Novecento, pur presentando innegabili affinità, erano però caratterizzati da differenze tutt’altro che marginali.

Comunità di stirpe e pace sociale

Senza poter ovviamente approfondire, nello spazio di questo saggio, i dettagli delle articolate strutture economico-sociali costruite dai regimi di Mussolini e Hitler (apparati la cui complessità, del resto, degenerò spesso in una proliferazione di enti, istituzioni e uffici che irrigidirono e burocratizzarono meccanismi che avrebbero dovuto funzionare, in teoria, in modo libero e spontaneo), un confronto tra esse deve necessariamente partire dalla constatazione dei loro diversi princìpi ispiratori. Se in effetti il modello italiano evidenziava una matrice storico-giuridica, quello tedesco – ça va sans dire – era invece imperniato sul «sangue», elemento biologico e al contempo «mistico». Qui si radicavano i concetti nazionalsocialisti di comunità di stirpe e di lavoro (Volksgemeinschaft e Werkgemeinschaft).

Tale fondamento razziale era d’altronde, nel modello tedesco, la premessa indispensabile al conseguimento della pace sociale (Arbeitsfrieden). L’armonia di fini da instaurare nella nazione tra compagni di stirpe (Volksgenossen) impegnati nel medesimo compito economico. Il tutto, va aggiunto, con l’obiettivo di realizzare in seno alle aziende un autentico socialismo völkisch. Capace di annullare non tanto le differenze di classe – per quanto reinterpretate, nel Terzo Reich, come gerarchie di funzione. Quanto di annichilire la possibilità stessa di una conflittualità strutturale tra capitalista e salariato (marxisticamente intesi come soggetti antagonisti spinti all’inevitabile scontro da interessi economici oggettivamente divergenti).

Fronte del lavoro, un corporativismo senza sindacato

L’obiettivo dell’Arbeitsfrieden spiega inoltre perché nell’ordinamento nazionalsocialista era di fatto assente il sindacato. Istituzione la cui stessa esistenza implicava l’irremovibilità del dualismo di classe, e che era invece una componente fondamentale del corporativismo italiano. Quando infatti, nell’aprile 1933, Hitler ingiunse a Robert Ley – Reichsorganisationsleiter della Nsdap – di sopprimere le organizzazioni sindacali esistenti, per poi metterlo a capo del nuovo Fronte del lavoro tedesco (Deutsche Arbeitsfront), egli non intendeva certo sostituire all’antico pluralismo sindacale un sindacato unico nazionalsocialista. È pur vero, a tale proposito, che alla genesi del Daf contribuirono le Cellule aziendali nazionalsocialiste (Nationalsozialistische Betriebszellen-Organisation), l’elemento più simile a un sindacato nell’organigramma del partito. Ma è ancor più vero che il Fronte di Ley non era un sindacato, né aspirava a esserlo.

Definito da un decreto dell’ottobre 1934 come «l’organizzazione dei tedeschi operanti con lo spirito e con il braccio» – in cui si fondevano «gli iscritti ai vecchi sindacati, alle cessate associazioni degli impiegati e alle unioni degli imprenditori» – il Daf era piuttosto un «clone», sebbene numericamente più cospicuo, della Nsdap. La sua articolazione territoriale replicava infatti quella del partito, dovendo esso riprodurre, nel mondo del lavoro, la funzione politico-pedagogica che la Nsdap svolgeva nel Reich a livello sistemico. Compito del Fronte, infatti, era educare le forze produttive tedesche ai princìpi etico-razziali che informavano la concezione nazionalsocialista del lavoro. Il Daf, perciò, non aveva un’esatta corrispondenza nell’ordinamento italiano, che era invece centrato proprio sui sindacati – o meglio sulle corporazioni, «organi di collegamento» tra le associazioni sindacali fasciste di imprenditori e maestranze.

L’azienda come istituzione «feudale»

Se è dato ritrovare nel Daf un’aurorale somiglianza con il corporativismo italiano, essa forse stava nella sua originaria articolazione in «colonne» professionali di operai, impiegati e imprenditori. Articolazione che fu però presto soppressa da una direttiva di Ley del novembre 1933, secondo cui l’adesione del lavoratore e dell’imprenditore al Fronte sarebbe avvenuta da allora in poi «singolarmente», onde evitare che gli aderenti all’organizzazione si suddividessero in associazioni parasindacali finalizzate «a proteggere soltanto interessi economici e sociali di classi particolari». Se poi un’ulteriore parvenza di corporativismo «alla fascista» si ebbe in Germania con il varo di diciotto Comunità aziendali del Reich (Reichsbetriebsgemeinschaften) distinte per ramo economico, il nocciolo del sistema tedesco restava tuttavia non la corporazione sindacale in senso italiano, bensì l’azienda.

A essa infatti era dedicata la prima sezione della Legge sull’ordinamento del lavoro nazionale del 24 gennaio 1934, che definiva l’impresa una comunità produttiva i cui membri dovevano agire in sinergia non solo «per l’incremento dei fini aziendali», ma anche e soprattutto «per il bene comune del popolo e dello Stato». Si presti comunque attenzione alla peculiarità dell’idea nazionalsocialista di azienda: più che un’associazione meramente economica, infatti, essa era concepita, in stile prettamente germanico, come un’istituzione di tipo «feudale» in cui l’imprenditore-capo (Führer) e le maestranze-seguito (Gefolgschaft) intessevano, con il supporto di un consiglio fiduciario (Vertrauensrat), relazioni non tanto caratterizzate dalla mediazione di interessi materiali contrapposti, quanto piuttosto imperniate sul reciproco rispetto dei valori etico-razziali della fedeltà e dell’onore sociale – gli stessi valori a cui il Daf era chiamato a educare, come detto, le forze economiche della nuova Germania.

Ugo Spirito: difetti e pregi del corporativismo tedesco

L’ordinamento giuslavoristico introdotto dal regime hitleriano attirò comunque da subito l’attenzione dei corporativisti italiani, assai sensibili a tutte le iniziative che, all’estero, facessero intuire la progettazione di un sistema anche solo vagamente corporativo. Tra questi interpreti non mancò il filosofo Ugo Spirito che, nel 1932, aveva suscitato accese polemiche con la teoria delle «corporazioni proprietarie». Il pensatore aretino, già allievo di Giovanni Gentile, pubblicò nel 1934 un saggio sul Corporativismo nazionalsocialista in cui illustrò difetti e pregi della legislazione tedesca appena entrata in vigore, mettendola a confronto con il corporativismo italiano e, soprattutto, con il «corporativismo integrale» da egli stesso teorizzato.

Da un lato, secondo Spirito, con la nuova normativa – che manteneva inalterato, peraltro, il carattere privatistico dei rapporti di proprietà – lo Stato hitleriano non diventava ipso facto uno Stato corporativo, giacché la sua struttura non si identificava ancora con «l’organismo delle corporazioni come sistema di aziende». Essa piuttosto conservava, nel Ministero del lavoro del Reich e nei fiduciari (Treuhänder) da esso dipendenti, la scissione, da Spirito aborrita, tra gerarchia statale e organizzazione aziendale.

Dall’altro lato, invece, Spirito ravvisava con soddisfazione, nel sistema germanico imperniato sull’impresa-comunità, il tentativo di dare all’economia corporativa un’impronta diversa da quella tipicamente sindacale del modello italiano. Per Spirito, in sintesi, la normativa tedesca (di recentissimo conio, quindi ancora da valutare negli sviluppi futuri) aveva il merito di prefigurare, seppure in forma nebulosa e parziale, un sistema di corporativismo aziendale – quel sistema cioè di imprese trasformate in corporazioni e organicamente inserite nel cuore dello Stato verso cui avrebbe dovuto orientarsi, negli auspici del filosofo, il corporativismo dell’Italia fascista.

Corrado Soldato

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