Roma, 16 apr – Tra il 5 e l’8 maggio 1932 si tenne a Ferrara, su iniziativa del ministro delle Corporazioni Bottai, un convegno cui parteciparono seicento tra accademici, politici, sindacalisti ed esperti di corporativismo. Obiettivo del consesso era fare il punto sull’ordinamento corporativo fascista, a cinque anni dalla promulgazione di quella Carta del Lavoro alla quale Bottai, con Alfredo Rocco, aveva dato un fondamentale contributo. Si trattava inoltre di precisare i contorni del progetto corporativo, che nella visione dei suoi fautori si presentava ora come motivo di originalità del fascismo nei confronti di altri modelli politici; ora come strumento essenziale per risolvere i problemi sociali emersi dalla crisi del 1929; ora come giustificazione stessa della «missione storica» del regime fascista. Il convegno si svolse in un clima pacato fino a quando intervenne Ugo Spirito, la cui relazione (Individuo e Stato nella concezione corporativa) ebbe sui congressisti, come riferirono alcuni testimoni, l’effetto di una «bomba».

La duplice provocazione di Ugo Spirito

Spirito, nato nel 1896, era una delle giovani leve dell’intellighenzia fascista e, all’inizio degli anni Trenta, già vantava un curriculum di tutto rispetto. Filosofo allievo di Giovanni Gentile, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali fascisti, collaboratore dell’Enciclopedia italiana, aveva maturato un forte interesse per i temi economici, tanto da fondare nel 1927 il bimestrale Nuovi studi di diritto, economia e politica, da lui diretto con Arnaldo Volpicelli. All’appuntamento ferrarese, Spirito volle dunque dire la sua, e scosse la platea con la teoria «comunistica» della corporazione proprietaria, cui affiancò l’idea «eretica» del superamento dell’antitesi tra fascismo e bolscevismo. Come ha osservato Ruggero Zangrandi (Il lungo viaggio attraverso il fascismo, 1971), «contrariamente a quanto sarebbe portato a pensare chi s’è fatto un’idea della complessa realtà fascista in base alla versione di certi storici, lo Spirito non fu tratto in arresto seduta stante», anche se vi fu chi propose addirittura un pellegrinaggio alla lapide dei caduti del fascio, per lavare l’onta delle affermazioni «bolscevizzanti» del filosofo. È pur vero che Spirito, nella sua autobiografia (Memorie di un incosciente, 1975), avvalorò l’idea di una persecuzione ai suoi danni successiva al congresso, culminata nella decisione del ministro dell’Educazione De Vecchi di allontanarlo dalla Scuola corporativa di Pisa per «cacciarlo» all’università di Messina, con l’accusa di «fare del comunismo». È però altrettanto vero che De Vecchi, agendo così, si limitò ad applicare la legge, basandosi su un concorso vinto nel 1933 dallo stesso Spirito. Dalla vicenda, dunque, non emerge affatto il profilo di un perseguitato politico, tanto più che, dopo Ferrara, il filosofo continuò a scrivere per riviste del regime, partecipò a una commissione giudicatrice dei Littoriali nel 1935, e fu poi conferenziere in diverse città per l’Istituto fascista di cultura.

Le corporazioni nell’ordinamento fascista

In cosa consisteva, comunque, la teoria spiritiana della corporazione proprietaria, e in che rapporto stava con il corporativismo per come si configurò nell’ordinamento del regime? Rispondere a queste domande significa fare due passi indietro e uno in avanti rispetto al convegno ferrarese, ricostruendo per sommi capi la storia dell’ordinamento corporativo fascista almeno fino a metà degli anni Trenta. La normativa del 1926 sulla disciplina dei rapporti di lavoro, innanzitutto, introduceva le corporazioni come organi di collegamento tra le «organizzazioni sindacali nazionali dei vari fattori della produzione» (le associazioni imprenditoriali e quelle delle maestranze), articolati per rami produttivi o categorie di imprese. La Carta del Lavoro del 1927, dal canto suo, menzionava la corporazione come «organizzazione unitaria delle forze della produzione», ossia dei datori di lavoro e dei lavoratori inquadrati nelle rispettive associazioni professionali (le confederazioni padronali e i sindacati fascisti). Le corporazioni vere e proprie, infine, prendevano vita nel 1934, quando la diatriba tra sostenitori degli organi «di categoria» e fautori di quelli a «ciclo produttivo» si risolse a favore dei secondi: furono infatti istituite ventidue corporazioni, otto a ciclo produttivo agricolo, industriale e commerciale; altrettante a ciclo industriale e commerciale; sei per il settore dei servizi.

L’economia corporativa contro l’individualismo liberale

Gli enti corporativi ufficiali includevano dunque le rappresentanze delle categorie professionali e avevano una duplice funzione: conciliare le vertenze collettive e svolgere un ruolo di organizzazione delle forze produttive per una crescita dell’economia nazionale. Non era però esattamente questo ciò che aveva in mente Spirito, propugnando la corporazione proprietaria. Certo il filosofo, nel maturare la sua visione corporativa, si era mosso nel solco del pensiero gentiliano e della dottrina nazionalistica. Per Spirito, infatti, l’economia corporativa postulava come soggetto economico non l’individuo astrattamente inteso, né lo Stato astrattamente contrapposto all’individuo, ma l’individuo visto idealisticamente in identità con lo Stato. Inoltre, la critica spiritiana dell’economia classica e del laissez-faire si ricollegava a quella di Rocco, fondata sulla contrapposizione di un’economia «nazionale» a quelle liberale e socialista, accomunate da un individualismo imperniato sull’icona dell’homo oeconomicus, con i suoi fini particolari in concorrenza con quelli degli altri individui. Si trattava, dunque, di premesse teoriche tutto sommato in linea con quelle del corporativismo ufficiale. Ciò non toglie, però, che la proposta formulata da Spirito si discostava sensibilmente dalla corporazione definita dalle norme del 1926 e dalla Carta del Lavoro, indentificandola piuttosto con l’impresa; anzi, a essere precisi, con l’impresa sottratta alla proprietà privata dei mezzi di produzione.

La corporazione proprietaria

Secondo Spirito, infatti, occorreva superare la dicotomia tra corporazione e impresa e portare il corporativismo nel cuore del «fatto produttivo», cui era rimasto fino ad allora estraneo. L’azienda stessa, dunque, si doveva trasformare in corporazione; e ai suoi membri, i «corporati» (l’insieme cioè degli impiegati, dei tecnici e degli operai), andava trasferito il capitale detenuto dagli azionisti. Le maestranze prendevano così possesso dell’azienda, detenendone la comproprietà azionaria, e la gestivano per la parte di loro spettanza in conformità allo specifico grado gerarchico. Le corporazioni allora divenivano, per Spirito, «organismi produttivi appartenenti ai produttori»; in esse il capitale si fondeva con il lavoro, il capitalista coincideva con il lavoratore e quest’ultimo era «immediatamente interessato al rendimento del suo lavoro», in quanto esso si convertiva in aumento di reddito del suo capitale. Le corporazioni proprietarie, tuttavia, non erano intese come monadi isolate e scollegate dalla dimensione politica; esse infatti stavano «in rapporto organico tra loro», e il sistema delle corporazioni (che già la Carta del 1927 definiva organi statali) si identificava con lo Stato, inteso come «realtà stessa della corporazione vista nel sistema nazionale». Il passaggio alla corporazione proprietaria doveva comunque avvenire per gradi, tramite provvedimenti preparatori quali l’istituzione di un controllo statale sulle società anonime e forme di azionariato operaio.

Corporazione proprietaria e dissoluzione del sindacato

Oltre all’accusa di «filo-bolscevismo» mossa a Spirito dai fascisti intransigenti, però, la teoria della corporazione proprietaria suscitò reazioni negative anche tra i corporativisti più innovatori come Bottai. Costui infatti, intervenendo all’assemblea ferrarese, pur elogiando Spirito, ne sconfessò le posizioni che, a suo dire, non segnavano «un passo innanzi nel corporativismo, ma un passo fuori del corporativismo». Il problema, per il ministro, non era tanto la vicinanza della teoria spiritiana al comunismo, quanto il fatto che un elemento del corporativismo, il sindacato, in quell’idea corporativa «integrale» scompariva, «risolto» nella corporazione proprietaria. Si trattava, per Bottai, di un corollario inaccettabile, nella misura in cui prestava il fianco alle tendenze conservatrici che vedevano nel corporativismo uno strumento utile ad «affossare», più che a valorizzare, il sindacalismo fascista. La proposta di Spirito, infatti, non capiva il valore del sindacato nell’impianto corporativo, che era «niente affatto provvisorio, bensì fondamentale e definitivo». Senza contare, inoltre, che essa peccava di astrattezza, misconoscendo la realtà degli interessi di classe in contrasto tra loro: una realtà, ammoniva Bottai, che il fascismo non ignorava, pur mirando a superarla. Alla fine, la proposta della corporazione proprietaria cadde nel vuoto, per riemergere in forma attenuata solo al crepuscolo del fascismo, con la socializzazione delle aziende del 1944: una decisione di quella Repubblica sociale italiana cui Spirito, paradossalmente, scelse di non aderire.

Corrado Soldato

 

Bibliografia e sitografia

Alberto Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi, Torino 1995.
Renzo De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936, Einaudi, Torino 1974.
Giordano Bruno Guerri, Giuseppe Bottai un fascista critico, Feltrinelli, Milano 1976.
Gianpasquale Santomassimo, Ugo Spirito e il corporativismo, «Studi storici», gennaio-marzo 1973.

https://www.treccani.it/enciclopedia/ugo-spirito_%28Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Filosofia%29/

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