Roma, 11 ago – Archiviate le polemiche sulla morte di Abderrahim Fakir al Pilastro, a Bologna, dopo che la sinistra, istituzionale e non, ha provato pure a metterci la pezza del giustificazionismo, arrivando a contestare lo Stato per mezzo del Comune e facendo leva sui “problemi” psichici del marocchino, la prima cosa che ci si chiede è dove fosse la famiglia. Dall’inizio della vicenda, ovvero da quando quel pomeriggio – e, perché no, tanti altri? – Fakir se n’è andato scorrazzando tutto solo per la città, fino agli attimi in cui è iniziata la follia che poi si è rivelata mortale.
Il mistero delle due mogli
La moglie dell’africano morto durante un fermo di polizia, Barbara, italiana ed emiliana, per tutelare i propri interessi – e difendersi dalle speculazioni social, almeno questa è la motivazione ufficiale – si è affidata all’avvocato Donata Malmusi, che conosceva bene Fakir, visto che lo aveva difeso nel 2022, quando aveva avuto problemi con la legge legati alla droga. Ma in questi giorni a Bologna è arrivata Myriam, la moglie di Fakir. Un’altra. La prima. Forse quella “vera”. È arrivata in aereo per seguire da vicino la vicenda. Fa molto più chic e molto meno compassione, ma questo è il momento di essere molto concreti e poco poetici. E non possiamo di certo pretendere che in Africa conoscano i tempi della giustizia italiana! Né la signora Barbara né il suo avvocato erano a conoscenza della presenza della moglie africana del de cuius. E il relativo certificato di matrimonio, a quanto risulta, sarebbe introvabile. Certificato che non era servito nemmeno quando, dopo due anni di matrimonio, durato dal 2010 al 2012, Fakir e la moglie italiana si erano separati. Separati, mai divorziati, e che avrebbero continuato a sentirsi spesso nell’ultimo periodo. Nonostante il matrimonio marocchino del 2015 con Myriam quando, almeno a detta dell’avvocato, Fakir avrebbe potuto “prendere i riti in moschea, a Casablanca”.
In Italia ha fatto come gli pare
Al di là della legge aggirata – o meglio, raggirata – e del divieto di poligamia previsto dall’ordinamento italiano, il giallo sulla morte dell’africano si tinge di un ulteriore interrogativo: per quale motivo Myriam, al grido di “giustizia per Fakir”, è approdata in Italia? La vicenda assume inevitabilmente anche una possibile dimensione economica, qualora venissero accertate responsabilità degli agenti coinvolti nel fermo e maturassero eventuali pretese risarcitorie. Ed è proprio per i risvolti che potrebbe aprire che la questione interessa, non certo per una propensione alla brutta storia da rotocalco.
La presa per i fondelli dell’Italia
Fakir, che aveva scelto di vivere in Italia, ha continuato a comportarsi secondo usi e costumi estranei all’ordinamento della Nazione che lo ha accolto, un Paese che dispone di regole precise in materia di matrimonio e stato civile. Il comportamento di Fakir pone allora una questione più ampia: quanto è semplice conoscere le falle dell’ordinamento italiano e sfruttarne cavilli, lacune e difficoltà nei controlli per fare sì non che la legge italiana venga rispettata, ma che venga aggirata? A Fakir – che con il matrimonio con la signora Barbara aveva acquisito la cittadinanza italiana, ma la cui vicenda personale passa per la separazione dopo soli due anni e per il successivo matrimonio in Marocco, nonostante continuasse a vivere in Italia, dove la nuova moglie era una perfetta sconosciuta persino alla moglie italiana da cui si era separato ma non divorziato e con la quale, a quanto risulta, continuava a sentirsi – “diventare” italiano interessava davvero? E perché? Il matrimonio, o almeno certi matrimoni, rischia di trasformarsi in sinonimo di “cittadinanza”, quasi fosse un’assicurazione sulla vita?
La complicità delle istituzioni italiane
Non ultimo c’è l’aspetto prettamente giuridico. La possibilità di conoscere l’ordinamento italiano abbastanza bene da individuarne falle e punti deboli pone inevitabilmente il problema dell’esistenza di reti, intermediari e ambienti capaci di facilitare situazioni familiari e anagrafiche difficilmente compatibili con il mos maiorum italiano. È qui che si inserisce anche una precisa visione ideologica della società: quella del meticciato, della promiscuità, dell’abbattimento progressivo di qualsiasi confine culturale. Prettamente, troppo spesso, tra uomo importato e donna autoctona. Meglio ancora se con prole, destinata a essere educata nel culto della “diversità”, inevitabilmente anche quella del padre, forestiero accolto che deve essere “integrato” attraverso la progressiva estensione di riti e costumi non locali ai figli. Oltre all’educazione “domestica” del nuovo nucleo familiare misto e multiculturale, non si può non notare la facilità con cui tutto ciò avviene in Italia. A partire dalle donne locali, sempre più cresciute nell’accettazione tout court, scambiata addirittura per accoglienza indiscriminata, imbottite di politicamente corretto e multiculturalità, fino ad arrivare alle istituzioni alle quali sembra possibile raccontare qualsiasi cosa.
Davvero di tutto. Fino al paradosso dell’uomo in età militare e riproduttiva che dichiara di avere perso i documenti durante la traversata e la cui identità deve essere ricostruita sulla base di dichiarazioni difficilmente verificabili. Per le istituzioni italiane il problema dell’identificazione reale di chi entra nel Paese resta troppo spesso secondario rispetto alla gestione amministrativa della sua presenza. Puoi avere una, due, tre mogli e dichiararne nessuna. Così come i figli. E mentre al cittadino italiano vengono richiesti certificati, versamenti e marche da bollo per qualsiasi pratica, nei confronti di chi arriva dall’estero il sistema mostra troppo spesso una tolleranza che rischia di diventare incapacità di controllo. Se questo, dunque, è l’atteggiamento della burocrazia del Bel Paese, che vigila sugli ingressi con la stessa superficialità con cui difende i confini nazionali, non si esagera se si arriva a parlare addirittura di complicità. Controlli incrociati con i Paesi d’origine insufficienti, difficoltà nel verificare le generalità, scarso rigore.
Il risultato è una sorta di autocertificazione permanente dell’irregolarità, amministrata da una burocrazia cieca e complice. Questa non è tolleranza: è capitolazione ideologica. Una Nazione seria pretenderebbe certezze su chi accoglie, in numero ristretto, sulla sua identità e sul suo passato; l’Italia preferisce invece troppo spesso girarsi dall’altra parte per non urtare la sensibilità di nessuno, tollerando che il proprio territorio si trasformi in un Far West dove le leggi dello Stato valgono meno di una dichiarazione resa davanti a uno sportello. Grazie alla parte di istituzioni complici e United Colors, siamo diventati la barzelletta d’Europa, un colabrodo istituzionale dove persino la sovranità anagrafica viene sacrificata in nome di un’accoglienza cialtrona e approssimativa. Una commedia contorta di identità sfuggenti e stati civili a geometria variabile che smaschera l’ennesima vergognosa realtà: in Italia chi arriva può troppo spesso raccontare la propria versione dei fatti contando sull’enorme difficoltà dello Stato nel verificarla. E, nel peggiore dei casi – o nel migliore, a seconda dei punti di vista – trasformarsi persino in un flusso di denaro proveniente dalle casse statali verso familiari rimasti dall’altra parte del Terzo mondo e improvvisamente riemersi quando la vicenda italiana diventa economicamente rilevante.
Il sangue versato a Bologna rischia così di diventare l’immagine del “modello Italia”, il risultato di un pressappochismo istituzionale che dura da anni. Finché continueremo a trattare i nostri confini e le nostre anagrafi come una porta girevole senza codice d’accesso, il prezzo da pagare sarà la sicurezza di tutti, e con essa la sopravvivenza del nostro popolo. È ora di finirla con la farsa del finto perdonismo: chi non è in grado di dimostrare chi sia e quale sia la propria situazione nel Paese d’origine non può pretendere che sia l’Italia ad assumersi ogni rischio e ogni conseguenza. L’Italia merita altro. E gli italiani non meritano tutto questo.
Tony Fabrizio