Roma, 17 ago – Bisogna riconoscere ad Alexandria Ocasio-Cortez una certa capacità di sintesi, anche quando la sintesi non è sua. Intervistata da ABC, la deputata democratica ha ripreso una battuta del consigliere socialista newyorkese Chi Ossé: «Woke one was crazy». Il primo woke era folle. Poi ha spiegato meglio: durante il Covid la finestra di Overton si spalancò, entrarono nel dibattito proposte di ogni genere e la retorica utilizzata allora non è quella che i progressisti utilizzerebbero oggi. Quando il giornalista le ha elencato alcune posizioni contenute nel programma nazionale dei Democratic Socialists of America – abolizione della polizia e delle carceri, amnistia generalizzata, abolizione del Senato, proprietà pubblica delle industrie essenziali – la Ocasio-Cortez ha risposto semplicemente che no, non le condivide. Meglio parlare di affitti, spesa, salari e sanità.
Un progressivo riassorbimento del woke
Qualcuno potrebbe leggerci una tardiva confessione. Da queste parti, del resto, il funerale del woke lo avevamo già annunciato all’inizio del 2024, quando perfino Repubblica cominciava a spiegare che «il troppo woke stroppia», Disney scopriva improvvisamente di dover vendere film e le grandi aziende iniziavano a raffreddare quella miscela di DEI (Diversity, Equity and Inclusion), ambientalismo corporativo, rappresentazione post-identitaria e militanza simbolica che aveva raggiunto il proprio apice dopo la morte di George Floyd e il successivo ciclo Black Lives Matter. Poi, nel 2025, è arrivata la conferma più plastica di quel riposizionamento: Meta, insieme ad altri colossi della Silicon Valley, ha iniziato a smontare pezzo dopo pezzo l’architettura interna del paradigma woke. Non solo il ridimensionamento delle politiche DEI, ma anche la rimozione di quelle micro-simboliche “bandierine” che avevano segnato l’epoca precedente: dai programmi di inclusione spinta fino alle scelte più paradossali, come la distribuzione di assorbenti nei bagni maschili negli uffici della Silicon Valley, del Texas e di New York, giustificata in nome dei dipendenti non binari o in transizione. Una misura che, al di là delle intenzioni, si era trasformata nel simbolo di una sovrascrittura ideologica della realtà materiale.
Non si è trattato di un caso isolato. Tra 2024 e 2025 una serie di grandi corporation – da McDonald’s ad Amazon, da Walmart a Ford – ha progressivamente ridimensionato o abbandonato programmi strutturati di inclusività e diversità, sostituendoli con un linguaggio più neutro e orientato alla performance e ai risultati. Come ha sintetizzato un dirigente di Amazon, l’obiettivo non è più la moltiplicazione dei programmi, ma la costruzione di una cultura “più realmente inclusiva” attraverso metriche verificabili e obiettivi aziendali. Ultimamente, invece, è stato Larry Fink a spiegare che il pendolo era andato «troppo avanti». BlackRock ha ridimensionato alcune delle politiche che pochi anni prima sembravano costituire il nuovo catechismo obbligatorio della grande finanza. Il punto, allora come oggi, non era gridare vittoria. Era capire che il capitalismo non aveva improvvisamente ritrovato il “buon senso”: aveva semplicemente cambiato necessità. E proprio per questo la frase di Ocasio-Cortez, e l’eco che ha ottenuto, merita attenzione. Perchè dimostra qualcosa di più interessante del semplice “avevamo ragione”: la fase “mitologica” del woke può essere finita precisamente mentre comincia la sua fase politica.
Dall'”eccesso ideologico” alla nuova sinistra
Il 2020 non è stato semplicemente un momento di “eccesso ideologico”, ma una tipica fase di mobilitazione mitopoietica: un ciclo in cui un insieme di simboli, narrazioni e rituali serve a rendere politicamente disponibile un nuovo campo di conflitto. Le ginocchia a terra, i quadrati neri sui social, le statue abbattute, i manuali di antirazzismo obbligatorio, il blackwashing ossessivo sui prodotti cinematografici, la revisione dei canoni di bellezza femminili e le corporate che per qualche mese si comportano come dipartimenti di studi culturali non sono fenomeni estetici isolati, ma dispositivi di sincronizzazione simbolica. Servono a produrre un linguaggio comune e, soprattutto, a segnalare l’ingresso di nuovi criteri di legittimità pubblica. In termini sociologici, questa è la fase “mitica” di un ciclo politico: non perché sia irrazionale, ma perché lavora sulla produzione di significato prima che sulla sua traduzione istituzionale. Il mito è una struttura narrativa che consente a domande latenti (disuguaglianza, razza, violenza istituzionale, patriarcato) di diventare dicibili e aggregabili in un’unica grammatica morale. È ciò che rende possibile la coalizione, non ciò che la sostituisce.
Ocasio-Cortez oggi lo ammette quasi candidamente parlando della finestra di Overton. Ma la dinamica è più precisa di quanto la metafora suggerisca: una volta che una finestra di legittimità si apre, non si richiude semplicemente; si istituzionalizza. Le idee che attraversano la fase mitica non restano identiche a sé stesse: vengono selezionate, tradotte, depurate e infine incorporate in apparati stabili – partiti, amministrazioni, policy, linguaggi tecnici. È qui che si colloca l’errore interpretativo più comune: leggere il riflusso del woke come una smentita del fenomeno, invece che come la sua transizione di fase. Netflix, Disney o le campagne pubblicitarie sono la superficie visibile di un momento estetico ormai concluso; ma la vera eredità del ciclo non è estetica, è infrastrutturale.
La sinistra delle grandi coalizioni
Ed è qui che diventano interessanti casi politici come Zohran Mamdani e Abdul El-Sayed, anche se il punto non si esaurisce affatto nel perimetro americano. Mamdani è diventato sindaco di New York costruendo buona parte della propria proposta attorno al costo della vita. La sua amministrazione parla di abitazioni accessibili, trasporti, servizi e difesa degli affittuari; il piano abitativo presentato a maggio prevede la costruzione di 200 mila nuove case a prezzi accessibili e la conservazione di altre 200 mila nel prossimo decennio. El-Sayed, appena uscito vincitore dalle primarie democratiche per il Senato in Michigan, utilizza una formula ancora più elementare: togliere il denaro dalla politica, rimetterlo nelle tasche degli americani, approvare Medicare for All. Parla di supermercato, affitto, ospedale, salari e sindacati. Sarebbe difficile trovare qualcosa di meno “woke” nella confezione. Ma lo stesso schema, con varianti locali, si ritrova ormai anche fuori dagli Stati Uniti. Nel Regno Unito, ad esempio, la traiettoria di una parte del Labour post-Corbyn e delle amministrazioni municipali progressiste si è progressivamente spostata su un lessico molto più materiale: housing crisis, costo dell’energia, trasporti pubblici, salari reali. Anche quando la cultura politica resta intrisa di multiculturalismo e diritti civili, la competizione elettorale si gioca sempre più su affitti e bollette che su battaglie simboliche. In Francia, La France Insoumise di Mélenchon rappresenta un caso ancora più esplicito: dentro un impianto ideologico che conserva elementi fortemente identitari e post-coloniali, la campagna politica si è sempre più centrata su inflazione, potere d’acquisto, pensioni e conflitto sociale. L’asse non è più soltanto “riconoscimento”, ma redistribuzione, con una retorica che torna a parlare di popolo contro élite economiche prima ancora che di minoranze contro maggioranze culturali.
In Italia, il cosiddetto “campo largo” progressista mostra una dinamica simile, seppur più confusa: la tenuta delle coalizioni dipende sempre meno da un’agenda culturale coerente e sempre più dalla capacità di tenere insieme domande sociali molto concrete – sanità territoriale, salari stagnanti, precarietà abitativa, costo della vita – che attraversano elettorati diversi e spesso incompatibili sul piano ideologico. Anche qui, il vocabolario del woke sopravvive come strato superficiale, mentre la sostanza della competizione politica si sposta altrove. Eppure è precisamente questo il punto. La sinistra radicale, su entrambe le sponde dell’Atlantico, sta imparando a separare il proprio programma politico dall’estetica che lo aveva accompagnato nel ciclo precedente. Ocasio-Cortez può prendere le distanze dall’abolizione della polizia mentre rimane iscritta al capitolo newyorkese dei DSA. Può liquidare la retorica del 2020 e contemporaneamente salutare come una «renewal» del Partito democratico l’avanzata della nuova sinistra socialista.
La sinistra non potrà più essere non-woke
Qualche giorno fa The American Spectator ha pubblicato un articolo dal titolo volutamente brutale: “Why All Leftism Is Now Far Left”. La tesi di Itxu Díaz è che temi che nel Novecento sarebbero appartenuti alla sinistra radicale – politica di genere, multiculturalismo, frontiere, revisione della storia, abolizionismo penale – abbiano progressivamente colonizzato il campo progressista nel suo complesso. Preso alla lettera, naturalmente, “tutta la sinistra è estrema” è falso. Esistono moderati democratici negli Stati Uniti, socialdemocratici europei, amministratori pragmatici ecc. Ma la provocazione intercetta un fenomeno reale: è quasi del tutto scomparsa quella sinistra che poteva essere socialista sull’economia, nazionale sulla comunità, popolare nei costumi e perfettamente estranea alla costellazione ideologica costruita attorno a genere, intersezionalità, ambientalismo e terzomondismo. La vecchia sinistra poteva litigare sul salario senza necessariamente dover avere una teoria della fluidità di genere. Poteva difendere il welfare senza considerare la frontiera una forma di violenza. Poteva organizzare operai senza immaginare la propria missione storica come rappresentanza universale di ogni minoranza possibile. Ora, invece, tutta la sinistra deve mettere nel proprio bagaglio un po’ di woke, anche se vuole parlare di sanità, infrastrutture e lavoro. Il woke ha cambiato drasticamente il significato di “essere di sinistra”.
Dentro questa trasformazione si inserisce anche un fenomeno che meriterebbe di essere analizzato senza caricature: la crescente convergenza politica tra progressismo occidentale e parte delle comunità musulmane. Non per la fede personale in sè, che da sola non dimostra nulla. Ma perché questioni come Gaza, Israele, immigrazione e discriminazione sono diventate punti di mobilitazione attraverso i quali una parte dell’elettorato musulmano entra stabilmente nelle nuove coalizioni progressiste. El-Sayed sostiene apertamente l’embargo sulle armi a Israele e l’abolizione dell’ICE, mentre contemporaneamente costruisce la propria campagna intorno a Medicare for All e al costo della vita. In questo senso, “woke” e lotta di classe non sono poli opposti, ma due momenti della stessa dialettica storica che tende a ricongiungersi dopo una fase di gestazione e separazione apparente.
Dal mito alla politica: cosa succede ora?
Insomma, possiamo anche ridere delle battute sul «Woke 1» e assistere alle parabole dei candidati democratici che non hanno più voglia di discutere dell’abolizione della polizia. Il carnevale, almeno al momento, sembra essere finito. Ma le finestre di Overton funzionano precisamente così: alcune proposte entrano, altre vengono respinte, altre ancora diventano così normali da non aver più bisogno dell’etichetta che le aveva introdotte. Il vero successo di un’ideologia arriva quando non ha più bisogno di presentarsi come ideologia. Nel 2020 il woke è stata un’esplosione mobilitante, un mito vero e proprio con simboli, sacerdoti e liturgie. Intanto però ha selezionato quadri, modificato coalizioni, spostato priorità ma soprattutto ha cambiato il vocabolario politico di un’intera generazione.
È qui, semmai, che dovrebbe cominciare una riflessione meno consolatoria per la destra. Perché se una parte di essa ha avuto il merito di riconoscere molto presto la natura ideologica del fenomeno woke, troppo spesso ha scambiato questa capacità diagnostica per una politica. Ha imparato perfettamente il mito dell’avversario senza riuscire a costruirne uno proprio. Per anni ha saputo dire che cosa non voleva: la cancel culture, l’immigrazione senza limiti, la fluidità di genere, l’ambientalismo punitivo, la riscrittura del passato. Molto meno chiaramente è riuscita a dire quale forma di società, quale idea di popolo, quale rapporto tra lavoro, tecnica, famiglia, Stato e nazione dovesse prendere il loro posto. E qui il problema diventa brutalmente politico, più che semplicemente culturale. Un mito non si sconfigge con idee “migliori”, o dimostrando che quelle degli altri sono scientificamente “false”, ma quando un’altra rappresentazione del mondo diventa abbastanza potente da produrre linguaggio, uomini, istituzioni e comportamenti.
Sergio Filacchioni