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Leone XIV e i minori migranti: la nuova parola d’ordine è «dignità»

by Tony Fabrizio
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Roma, 14 ago – Non è ancora la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, la centododicesima, che cade tra poco più di un mese, esattamente il 27 settembre – per la Chiesa, perché sul tema esiste addirittura un doppio appuntamento, tanto che l’Onu celebra la Giornata internazionale per i migranti il 18 dicembre – eppure Papa Leone XIV ha sentito il bisogno di portarsi avanti. Lo ha fatto con un messaggio dedicato soprattutto ai minori migranti, nel quale la parola chiave è «dignità», e lo ha fatto con tempi vagamente sospetti.

Lo ha fatto alla vigilia di Ferragosto, ovvero non quando la Chiesa cattolica, con la sostituzione operata alle credenze pagane, ricorda il dogma dell’Assunzione di Maria Vergine in Cielo, ma quando i soliti beninformati preannunciano una nuova probabile invasione a Ceuta. Avevamo già spiegato dalle colonne di questo giornale come i fatti di Ceuta significhino un vero e proprio attacco all’Europa, ma stavolta, per far sì che le cose vadano in maniera diversa – leggi: meglio – le istruzioni ci vengono direttamente dal Sommo Pontefice.

Per una nuova Ceuta, preghiamo

Parole non politiche, ma politicizzate, che sono quantomeno necessarie, poiché la situazione che l’exclave spagnola in Marocco sta vivendo in questi giorni testimonia una verità scomoda che sarebbe impossibile far passare per cosa buona e giusta. A Ceuta si sono visti gruppi di giovani, in larghissima parte maschi e in giovane età, arrivare in massa e mettere a soqquadro un’intera cittadina, con bivacchi che hanno letteralmente annullato la normale vita della gente del posto. Donne che hanno paura persino a portare a spasso il cane, risse continue, degrado ovunque, totale assenza delle condizioni igienico-sanitarie per gente che vive all’addiaccio – fonti locali riferiscono casi di scabbia, tubercolosi, impetigine e diarrea infettiva – e spiagge che fino allo scorso anno erano il fiore all’occhiello del turismo e dell’economia locale trasformate in baraccopoli, con rifugi di paglia e cartone diventati il nuovo volto della costa spagnola. La parola dignità predicata da papa Prévost, però, mal si concilia con questa triste realtà. Anzi, si coniuga esattamente all’opposto. Sarà forse questo il fine ultimo, il principio e la fine, la buona novella da propinare alla gente di Ceuta affinché stavolta sia tollerante & accogliente?

Il vademecum benedetto

Un vero breviario urbi et orbi, quello del Papa americano, indirizzato tanto alla società civile quanto alle istituzioni, ma con una novità rispetto al passato: non più solo i migranti, ma l’attenzione concentrata sui minori migranti. E, si sa, i giovani sono il futuro, in questo caso anche dei flussi migratori. Una condizione, quella dei minori, che va anteposta a qualsiasi cosa, persino alla condizione stessa di migrante, casomai qualcuno non iniziasse più nemmeno a farci caso. Si legge infatti nel messaggio: «È un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di migrante». Il Pontefice insiste quindi sulla particolare vulnerabilità di bambini e adolescenti coinvolti nei flussi migratori, ricordando quanti siano costretti ad abbandonare la propria terra per guerre, povertà, violenze e disastri, quanti abbiano perso familiari o siano stati separati da essi e quanti tentino successivamente il ricongiungimento. Se non fosse per il ricongiungimento, ormai impossibile, sembrerebbe potersi riferire persino al genocidio in corso a Gaza, dove si stima che gli orfani superino le sessantamila unità.

Combatti il rimpatrio (o la remigrazione)

Ma il ricongiungimento auspicato da Prévost sembra essere propedeutico e strumentale a un altro concetto chiave: il rimpatrio. Per non chiamarlo remigrazione. Infatti, l’inquilino del soglio pontificio non si risparmia dal ricordare «la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio». Rimpatrio che, nei casi in cui avviene, può conseguire anche a provvedimenti di espulsione legati a reati gravi o alla perdita dei requisiti necessari per restare nel Paese. Eppure il problema posto dal Pontefice sembra essere anzitutto quello della separazione. Il nodo culturale rimane così sullo sfondo: che cosa accade quando modelli sociali, comportamenti e concezioni della convivenza risultano radicalmente incompatibili con quelli della nazione che offre ospitalità? E laddove emergono ostacoli, ci pensano i soloni dell’accoglienza a fare da sponsor, insieme a quelle istituzioni – politica, magistratura, scuola e Chiesa in primis – che operano per una progressiva assimilazione culturale degli stranieri.

Nessuna vera visione, se non perseguire il disegno

Nessuna analisi profonda e tristemente seria da parte del Capo della Chiesa, purtroppo. Nessun flagello da far abbattere sui governanti locali e nessuna carezza del Papa ai bambini ai quali andrebbe prioritariamente garantito il diritto a non emigrare. A non staccarsi dalle loro famiglie. Nessuna cacciata dal tempio per chi lucra sul fenomeno migratorio, sui veri colpevoli – esecutori e mandanti – dei disastri del mare e nessuna benedizione per chi intercetta in mare aperto queste carrette di nuova manovalanza che verrà poi accolta in patria attraverso regolarizzazioni e decreti sui flussi. Ormai è pratica ordinaria. Se non accogli sei tu il cattivo. E, se accogli, devi preservare la dignità dei minori, perché il fine ultimo dell’opera decostruttiva è la messa sotto processo degli europei. Lo spiega ottimamente Adriano Scianca nel suo L’identità sacra, quando descrive il migrante come un eterno convalescente delle ferite dei soprusi passati e l’europeo come un eterno esempio di traboccante salute.

Siamo colpevoli di essere nati in questa parte del pianeta e non avremo possibilità di redenzione. L’espiazione passa solo attraverso l’accoglienza, la sostituzione, la cancellazione del nostro popolo. Certo, basterebbe guardare molte delle immagini arrivate da Ceuta per capire quanto sia fragile la rappresentazione indistinta di una massa composta esclusivamente da disperati in fuga dalla fame. Anche il discorso secondo cui i migranti farebbero semplicemente «i lavori che gli italiani non vogliono più fare» appare sempre più insufficiente a spiegare il fenomeno. E allora il focus cambia: non più i padri, ma i figli. Non più il lavoro, ma la dignità. Non più l’accoglienza del migrante, ma la dignità della persona. È il prossimo passo per demolire l’ultima barriera tra lo straniero e l’autoctono: la «dignità» che passa per la persona, abita le nostre case e frequenta i nostri letti.

Tony Fabrizio

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