Home » In ogni caso nessun rimorso: la banda Bonnot

In ogni caso nessun rimorso: la banda Bonnot

by Roberto Johnny Bresso
0 commento

“Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti… Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso…”

Roma, 15 ago – In questa torrida estate continuiamo ad occuparci della storia, tra mito e leggenda, di alcune delle più famose bande criminali del passato. Oggi facciamo un viaggio oltralpe per raccontare le vicende della famigerata Banda Bonnot.

“Peggio per tutti”

Così scriveva, nella citazione riportata ad inizio articolo, Jules Bonnot nel 1912, su un suo quaderno di appunti prima di venire crivellato di proiettili dalla polizia accorsa nel numero di circa 500 agenti in un capanno nei sobborghi di Parigi per porre fine all’esistenza di quello che per pochi mesi divenne il nemico pubblico numero uno, a capo di una banda di rapinatori anarchici, conosciuta come Banda Bonnot.

Bonnot nacque nei pressi di Lione nel 1876 e lavorò prima in fonderia e poi divenne un meccanico di automobili. La sua storia poteva essere uguale a quella di tanti altri. E, di fatto, fino al dicembre del 1911 non ci sono tracce di Jules Bonnot nelle pagine della cronaca nera. In compenso la sua abilità con le automobili lo fece diventare a Londra niente meno che l’autista di Sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes.

Le imprese della Banda Bonnot

Legato al movimento anarchico (che subì una feroce repressione in seguito alle sue imprese violente) nell’arco di pochissimi mesi compì una serie di azioni violente e criminali, che terrorizzarono Francia e Belgio. La banda da lui capeggiata passò alla storia per essere stata la prima a fuggire a bordo di un’automobile dopo una rapina. Cosa che, ovviamente, aveva degli indubbi vantaggi pratici.

Le imprese della Banda Bonnot (commesse anche nel centro di Parigi) si riducevano a feroci scontri a fuoco con la polizia. E con chiunque avesse la sventura di capitare a tiro dei rapinatori. Tutti i membri della banda erano anarco-individualisti che avevano scelto di intraprendere una lotta al sistema che ebbe, fin dall’inizio, un chiaro intento suicida.

La vulnerabilità della società capitalista

Lo scopo infatti delle rapine non era quello di arricchirsi, ma di mostrare la vulnerabilità della società capitalista (tutte le rapine infatti si svolsero in pieno giorno), andando a colpirla proprio dove le stava più a cuore, vale a dire sul denaro.

Bonnot aveva raggiunto il punto di rottura e lo sapeva: il suo unico intento era creare il caos totale e scatenare il panico nella società borghese che disprezzava profondamente. Ovviamente non poteva durare a lungo e la sua spettacolare fine rende bene l’idea di quanta apprensione creasse soltanto l’esistenza di una figura del genere nella società francese di inizio secolo.

Del corpo di Bonnot non si ebbero mai notizie certe. La polizia sostenne che venne bruciato e le ceneri riposte in una tomba segreta. Nonostante la brevissima storia criminale della banda (dal dicembre 1911 all’aprile 1912), il suo impatto sociale è stato molto ampio. Sia per l’utilizzo dell’automobile, sia per creare disordine senza alcun reale scopo se non quello del disordine stesso. Come una sorta di Joker ante litteram. In campo cinematografico si segnala, nel 1969, La Banda Bonnot diretto da Philippe Fourastié, mentre nel 1994 Pino Cacucci ha scritto il romanzo In ogni caso nessun rimorso, basato appunto sulle imprese della banda.

Roberto Johnny Bresso

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati