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Europei di nuoto: non è solo nero l’oro che luccica

by Tony Fabrizio
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Roma, 17 agosto – La sinistra nostrana ha scoperto che Sara Curtis ha la pelle scura ed è subito scattata la solita pantomima ideologica. Ma il cortocircuito è, al solito, ridicolo.

La sinistra e la realtà 

Roma, 17 ago – Il meccanismo è sempre lo stesso, rodato, collaudato con la precisione svizzera dei peggiori uffici propaganda: basta un tono di melanina leggermente più accentuato del solito, un record mondiale infranto in vasca e il riflesso pavloviano dei professionisti del politicamente corretto si attiva all’istante. Sara Curtis, giovanissimo fenomeno dei podi, è stata arruolata d’ufficio — non del tutto a sua insaputa, viste certe magliette con slogan ben orientati che la ragazza esibisce volentieri per la gioia del padrone di turno — come nuova icona dello ius soli. È diventata, nel giro di qualche titolo di giornale, il manifesto vivente dell’integrazione a trazione progressista. L’avanguardia illuminata di un’Italia multietnica destinata a soppiantare quella stantia, arretrata e stancante dei nostri padri.

Peccato per loro che la realtà, come spesso accade quando si tenta di piegarla alla retorica, sia una faccenda estremamente più banale, burocratica e meno lirica.

Sara Curtis, un fatto elementare 

La Curtis, infatti, è italiana per il tanto vituperato ius sanguinis: figlia di un padre originario del frusinate e di mamma nigeriana. Nessun barcone da esibire in prima pagina, nessuna naturalizzazione d’emergenza firmata tra i lacrimoni, nessun trattamento disumano da sbandierare in parlamento per strappare mezzo punto percentuale nei sondaggi. La favoletta petalosa, pietistica e multicolore si schianta contro un fatto elementare: burocrazia e genetica italiana al cento per cento.

L’ossessione cromatica degli “antirazzisti”

Ma il vero capolavoro d’ipocrisia non sta nemmeno nella scarsa aderenza ai fatti. Sta nella vertigine di un cortocircuito culturale in cui i sedicenti antirazzisti finiscono per applicare l’unico, vero criterio razziale in circolazione: quello cromatico.

Per la stampa mainstream e la cultura woke, la prestazione sportiva non ha alcun valore in sé. Non contano i muscoli, i tempi, i sacrifici in vasca. Conta soltanto quanto quella medaglia sia spendibile sull’altare della narrazione. Se l’Italia fa incetta di record e appesantisce il palmarès, gli antitaliani per costituzione polverizzano ogni vittoria che non sia politicamente “corretta”.

Il palmarès italiano

Agli Europei giovanili del 2026 abbiamo assistito a una pioggia di medaglie e record straordinari: 12 ori e 37 podi complessivi. Un dominio assoluto. Chiara Pellacani ha letteralmente dominato nei tuffi conquistando da sola la metà degli ori totali. Ginevra Taddeucci ha fatto il vuoto nelle acque libere. Nicolò Martinenghi e Simona Quadarella hanno trasformato la vasca in un monopolio azzurro. Eppure, nel gran bazar dell’informazione orientata, il merito puro è una categoria che non vende.

Se non ti presti allo slogan, finisci tra le brevi di pagina venti. Semmai, i giornali preferiscono indugiare sui retroscena melensi: la piccola Sara che entra in vasca nonostante l’estrazione di un dente; la volata negli States per “capire la mentalità dei campioni”; la mattina in cui la ragazza non sente la sveglia per lo stress universitario e il coach (perché chiamarlo allenatore fa troppo poco yankee) la dispensa generosamente dalle vasche.

La spinta al revisionismo: la poco sportiva guerra civile

Il massimo del compiacimento si raggiunge però quando si tenta la guerra di religione interna. Tutti a godere per quei 17 centesimi limati nei 100 metri stile libero rispetto a una Federica Pellegrini marchiata con la colpa di essere “troppo bianca” e troppo poco allineata. Un paragone che non regge dal punto di vista sportivo e storico. Ma si sa: questa è gente che ha il brutto vizio di leggere il passato con gli occhiali ideologici del presente per poi pontificare, reinventare e riscrivere a proprio uso e consumo.

La religione woke e la misura del talento

La narrazione woke si rivela così per quello che è sempre stata. Un moralismo da salotto che seleziona, filtra e cancella i successi reali per sostituirli con la propria propaganda. Un sistema che pretende di insegnare la tolleranza e finisce per valutare l’essere umano esclusivamente in base alla sua utilità politica.

Come le quote rosa: dove un posto nel mondo ti spetta per genere e non per quanto hai dimostrato di valere. O la retorica sul femminicidio: che stabilisce per legge che una vita umana valga più di un’altra solo se rientra nel perimetro del maschio demonizzato da condannare a reti unificate.

La religione contemporanea funziona esattamente così: non importa quanto vali, importa solo a cosa servi. Se la tua storia non aiuta a demolire l’identità nazionale o a alimentare la solita sbornia immigrazionista, semplicemente non esisti. Un sistema malato, ipocrita e profondamente ridicolo che misura il talento col bilancino della convenienza. Una pagliacciata che non fa nemmeno più rabbia: fa soltanto pietà. La stessa pietà che si prova a vedere chi non vede il bagliore dei tanti ori azzurri, ma rimane accecato dal solo nero.

Tony Fabrizio

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