Roma, 15 set – A Modena, nel cuore di via Emilia Centro, un uomo ha trasformato un normale sabato pomeriggio di maggio in una scena di terrore: un’automobile lanciata contro i passanti, persone travolte, una donna morta, un’altra rimasta gravemente mutilata, diversi feriti e, subito dopo, un coltello di venti centimetri impugnato contro chi cercava di fermare l’aggressore. L’autore dell’attacco, il trentunenne Salim El Koudri, di origine marocchina, è stato arrestato e la successiva attività investigativa ha portato gli inquirenti a esaminare anche alcuni video trovati sul suo telefono, nei quali emergerebbero contenuti di forte odio verso l’Occidente e riferimenti compatibili con una possibile matrice ideologica dell’azione.
Fin qui ci sono i fatti, o almeno quelli che devono essere ricostruiti attraverso le indagini e gli accertamenti giudiziari. Il problema, però, comincia proprio nel momento in cui i fatti smettono di essere compatibili con la narrazione che una certa politica sembra avere già pronta per ogni occasione.
Modena, parola d’ordine: minimizzare
Perché a Modena, prima ancora che si asciugasse il sangue sull’asfalto e fosse completato il lavoro dei soccorritori, è entrata in funzione una macchina molto più sofisticata di quella utilizzata per accertare la dinamica dell’attacco: la macchina della derubricazione. È quella macchina che non nega necessariamente ciò che è accaduto, ma ne modifica immediatamente il vocabolario, sposta l’attenzione, introduce attenuanti sociologiche, raccomanda prudenza e, soprattutto, cerca di impedire che una parola considerata politicamente scomoda possa entrare nel dibattito pubblico prima ancora che gli investigatori abbiano terminato il loro lavoro. La parola, naturalmente, è “terrorismo”.
Ed è proprio qui che la vicenda di Modena diventa qualcosa di più di un drammatico fatto di cronaca. Diventa la fotografia di un problema politico e culturale che riguarda ormai l’intero sistema occidentale: la crescente difficoltà delle istituzioni nel riconoscere una minaccia quando riconoscerla comporta mettere in discussione le proprie rassicurazioni, le proprie politiche e, soprattutto, le proprie responsabilità.
La reazione politica e istituzionale
Da una parte il sindaco Massimo Mezzetti, che nelle prime ore si è mosso dentro il consueto perimetro interpretativo del disagio sociale e delle difficoltà di integrazione; dall’altra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, apparso altrettanto rapido nel raffreddare l’ipotesi di una matrice eversiva. Politicamente sono su fronti opposti e sarebbe assurdo sostenere il contrario, ma davanti a questo episodio le loro posizioni hanno prodotto almeno una singolare convergenza: la necessità di abbassare immediatamente la temperatura delle parole, quasi che il vero pericolo fosse descrivere troppo presto la realtà e non quello di non averla saputa prevenire.
Sia chiaro: nessuno pretende che un ministro o un sindaco trasformino una conferenza stampa nelle prime ore di un’indagine in una sentenza definitiva. Sarebbe irresponsabile. Ma esiste una differenza enorme tra la prudenza investigativa e la rimozione preventiva di determinate ipotesi, soprattutto quando la dinamica dell’aggressione è di una gravità tale da imporre alle autorità di prendere in considerazione ogni possibile matrice, compresa quella terroristica.
Se è terrorismo, va chiamato terrorismo
E infatti la realtà, ancora una volta, ha avuto la cattiva educazione di non rispettare il copione. I quattro filmati recuperati dagli investigatori nel telefono di El Koudri, secondo quanto emerso dall’attività investigativa, hanno restituito un quadro che merita di essere analizzato senza pregiudizi e senza scorciatoie: monologhi registrati poco prima dell’attacco, espressioni di odio verso la civiltà occidentale, riferimenti ideologici e una rabbia che non può essere liquidata semplicemente come un dettaglio folkloristico della personalità dell’aggressore. Saranno naturalmente le autorità giudiziarie, sulla base del complesso delle prove, a stabilire quale sia stata la reale motivazione dell’azione e quale qualificazione giuridica debba essere attribuita ai fatti.
Ma proprio questa cautela, che dovrebbe essere sacrosanta nell’accertamento giudiziario, non può diventare il pretesto per una prudenza politica permanente, quella per cui ogni volta che compare un possibile movente jihadista o islamista si preferisce parlare di disagio, follia, marginalità, mancata integrazione o generica violenza urbana, salvo poi scoprire mesi dopo che la realtà era molto meno rassicurante di quanto raccontato nelle prime ore. È una forma di ipocrisia istituzionale particolarmente pericolosa perché produce un paradosso: per non alimentare paure si finisce per alimentare la sfiducia; per non offrire argomenti a chi strumentalizza la sicurezza si finisce per convincere una parte crescente dei cittadini che le istituzioni nascondano deliberatamente ciò che accade; per evitare generalizzazioni si arriva talvolta a non nominare neppure il fenomeno specifico che si dovrebbe combattere.
E qui occorre fare una distinzione che dovrebbe essere ovvia, ma che solo la politica sembra non voler capire: riconoscere la possibile o accertata matrice terroristica di un attentato non significa accusare una comunità, una religione o un’etnia. Significa attribuire la responsabilità a chi l’ha commesso e individuarne, sulla base delle prove, il movente. Confondere le due cose è intellettualmente disonesto e politicamente irresponsabile. Ma non si può, per questo, evitare di accertare la realtà dei fatti. Non è xenofobia chiamare terrorismo il terrorismo, quando gli elementi investigativi e giudiziari ne dimostrano la natura. Non è razzismo chiedere se un attacco abbia una matrice jihadista. Non è sciacallaggio domandare perché un individuo radicalizzato sia arrivato a compiere un’azione violenta e se qualcuno avrebbe potuto accorgersene prima. Al contrario, sarebbe profondamente irresponsabile impedire queste domande proprio perché potrebbero risultare scomode.
La parte più inquietante della vicenda, infatti, non riguarda soltanto ciò che è avvenuto in quella strada di Modena, ma ciò che accade dopo, quando l’emergenza finisce e comincia il tempo delle responsabilità. Perché se la matrice terroristica sarà confermata dagli accertamenti giudiziari, allora sarà inevitabile domandarsi non soltanto che cosa abbia spinto l’aggressore ad agire, ma anche se vi siano state carenze nella prevenzione, nella raccolta delle informazioni, nella valutazione dei segnali di radicalizzazione e nella capacità delle istituzioni di riconoscere tempestivamente il pericolo. Ed è precisamente su questo terreno che la politica tende a diventare improvvisamente afona.
Il gattopardismo come cancro italiano
Non si vedono dimissioni, non si vedono significative correzioni di rotta – la remigrazione è una parola tabù, ma abusata nella propaganda elettorale – non si vede quasi mai quella forma di responsabilità politica che, in una democrazia, dovrebbe seguire agli errori più gravi. Si assiste invece al consueto rituale dell’emergenza, seguito dalla rimozione dell’emergenza stessa, come se il problema consistesse soltanto nel superare il ciclo mediatico della notizia. La vittima torna a essere una persona privata, l’aggressore diventa una pratica giudiziaria, i cittadini riprendono la loro vita quotidiana e la politica può tornare a occuparsi delle proprie priorità, possibilmente senza dover spiegare troppo. È questo il meccanismo che bisogna spezzare. Perché una nazione seria non deve né criminalizzare collettivamente né minimizzare individualmente; deve perseguire i responsabili, prevenire gli attacchi, controllare chi rappresenta un concreto rischio per la sicurezza e, soprattutto, dire ai cittadini la verità sulla base di ciò che le indagini accertano. Tutto il resto è propaganda, sia quando viene usata per gonfiare un episodio oltre ciò che le prove consentono, sia quando viene usata per ridurlo a qualcosa di più innocuo di ciò che realmente è. Se gli accertamenti dimostreranno che quello di Modena è stato un attentato terroristico, allora bisognerà avere il coraggio di chiamarlo per nome. Un attentato terroristico resta tale indipendentemente dall’origine dell’attentatore, dalla sua storia personale o dalle difficoltà politiche che la sua qualificazione può creare a chi governa. Ma proprio l’origine dell’aggressore, il suo percorso, l’eventuale radicalizzazione e il contesto nel quale questa è maturata diventano elementi da analizzare, non dettagli da cancellare perché politicamente scomodi. E soprattutto non si può pretendere che siano i cittadini a pagare il prezzo della prudenza semantica delle istituzioni.
I precedenti che hanno sbianchettato il problema
L’Italia e l’Europa hanno già conosciuto gli effetti devastanti della sottovalutazione del terrorismo, della radicalizzazione e delle reti che possono alimentarlo. Hanno conosciuto attentati, morti, feriti e città trasformate in obiettivi. Non possono permettersi di ripetere l’errore più antico: vedere il pericolo soltanto quando è diventato impossibile negarlo. La sicurezza non è una concessione della politica, così come la verità non è una variabile dipendente dalla convenienza elettorale. Il cittadino ha diritto a sapere che cosa è accaduto, quali sono le ipotesi investigative, quali responsabilità emergono e quali contromisure vengono adottate. Ha diritto, soprattutto, a pretendere che chi governa non confonda la difesa della società con la difesa della propria narrazione.
Perché il rischio, alla fine, non è soltanto che qualcuno possa colpire ancora. Il rischio è che, mentre gli investigatori cercano di capire come sia stato possibile un attacco, la politica sia già impegnata a spiegare perché non sarebbe poi così grave, perché non bisogna generalizzare, perché bisogna aspettare, perché bisogna usare le parole giuste. Le parole giuste, però, sono quelle vere. E se la verità che emerge dalle indagini è quella di un attacco terroristico, chiamarlo diversamente per imbarazzo politico, interesse elettorale o paura delle conseguenze sociali non è moderazione: è una forma di resa. Una resa tanto più pericolosa quanto più viene compiuta in nome della prudenza. Perché una nazione non si distrugge soltanto quando viene attaccata. Può cominciare a distruggersi anche quando chi ha il compito di difenderla smette di riconoscere ciò che la minaccia.
Tony Fabrizio