Roma, 7 apr – La recente uscita del libro Il «Gioco degli Imperi», la Guerra d’Etiopia e le origini del secondo conflitto mondiale, volume fondamentale del Prof. Eugenio Di Rienzo, consente di tornare sul tema scottante che ha segnato la storiografia italiana dal dopoguerra ad oggi: il fascismo. L’autore sottolinea come l’impresa etiopica non fu solamente retorica di potenza e volontà di dominio, ma pura geopolitica: la mossa del regime era dettata dalla necessità del riassetto degli equilibri mediterranei vitali per la sovranità italiana. «Il Duce perseguiva così quel disegno di ”interesse nazionale”, volto a fare dell’Italia una grande potenza; un disegno che il fascismo aveva in parte ereditato dalla classe politica liberale (si pensi solo a Crispi), fondato sul progetto di espansione coloniale nel Corno d’Africa, e anche, possibilmente, verso il Medio Oriente e gli Oceani», ha scritto Giampiero Berti. In buona sostanza l’Italia non raccoglieva altro che alcune linee guida di politica estera liberali, riuscendo a portarle a compimento “vendicando Adua” e urtando inevitabilmente gli interessi dei maggiori Imperi del pianeta, Francia e Gran Bretagna, gli stessi che dall’Unità d’Italia fino alla «vittoria mutilata» avevano tenacemente cercato di soffocare e controllare l’azione internazionale del nostro paese. Non furono considerazioni morali a dettare le sanzioni e la guerra che arrivò di lì a poco, ma la disperata necessità di difendere i propri «spazi». Il conflitto fu provocato infatti «anche dalla miope scelta politica, fatta da Anthony Eden e da parte della classe dirigente inglese, di arrestare durante la crisi etiopica l’ineluttabile declino del British Empire in ogni modo, con tutti i mezzi e anche a scapito della “sicurezza collettiva” europea», ha notato Emilio Gin. Gli Imperi che controllavano con il pugno di ferro la maggior parte delle terre emerse erano mossi da una precisa politica di «equilibrio di potenza vecchio stile» (come riconoscono storici inglesi come A.J.P. Taylor e Richard Overy), la stessa che nel 1916 (accordi Sykes – Picot) aveva prodotto la spartizione del Medio Oriente, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, e il suicida Trattato di Versailles (1919), che umiliava la Germania ponendo le premesse per futuri conflitti. Quelle appena descritte sono le stesse istanze che mossero gli Stati Uniti, che arriveranno in appoggio di Londra e Parigi poco tempo dopo lo scoppio del conflitto. Intervento inevitabile, visto che F. D. Roosevelt aveva già disegnato gli assetti mondiali insieme all’Inghilterra stilando la Carta Atlantica ben prima dell’ingresso in guerra. Per convincere una popolazione americana in larga parte neutralista ad accettare queste decisioni ci volle un episodio controverso come Pearl Harbor: la guerra per le elites al potere rappresentava l’occasione di uscire dalla crisi economica (che ancora mordeva), conquistare nuovi mercati, stabilire la supremazia del dollaro e soggiogare definitivamente l’Europa. Obiettivi che Washington raggiunse al di là delle più rosee aspettative, e per i quali anche l’alleanza con Stalin poteva essere giustificata. La retorica che ancora parla di crociate democratiche in nome della lotta all’espansionismo e al razzismo andrebbe quindi perlomeno rivista, considerato che le politiche di potenza, di forte riarmo e il pregiudizio razzista erano patrimonio indiscusso di tutte le democrazie occidentali, colonialiste e animate da uno spirito illuminato e progressista imbevuto di «senso di superiorità culturale e razziale», per citare ancora Overy.

Una «terza via» che attende ancora di essere espressa in tutte le sue potenzialità. Al netto dei tragici errori, si dovrebbe rileggere senza pregiudizi in sede storica l’esperienza fascista, per ripartire dagli spunti migliori che animarono quella stagione, densa di slanci culturali (si rilegga Il Ventennio degli Intellettuali di Giovanni Belardelli) e sforzi legislativi (pensiamo al Codice Civile). Non solo il corporativismo e la socializzazione, l’edificazione dello Stato sociale e una politica estera basata sull’«interesse nazionale», ma la costruzione di una «religione civile» nazionale, la fierezza dell’identità e il popolo inteso come «armonico collettivo». Quest’ultimo concetto voleva le masse inserite nello Stato sempre più concretamente “superando” la Rivoluzione Francese e le finzioni della democrazia delegata, irregimentandole in uno sforzo comunitario ed entusiasta che portò alla costruzione di infrastrutture e città come mai nella storia unitaria («il marmo che vince la palude» direbbe qualcuno). Temi che dovrebbero tornare all’ordine del giorno nell’attuale Italia vecchia e rassegnata, votata al suicidio culturale, economico, politico, dove si è arrivati a parlare di «migrazioni barbariche» sui libri di storia, invece che di «invasioni», per non urtare la sensibilità radical chich e favorire meglio la nostra scomparsa. L’impoverimento culturale sta accelerando la fine della sovranità italiana, quella ricordata ogni giorni dalla presenza di basi americane nella penisola e da vicende come quella dei Marò, e il cui recupero è invece un’esigenza vitale per chi ama il tricolore. Nulla è perduto, la storia è sempre «aperta» a ogni possibilità, ricordava Giorgio Locchi. Supremi arbitri rimangono le radici, il senso comunitario e la Volontà.
Agostino Nasti