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Carducci-Giosue1Roma 27 lug-  Il 27 luglio del 1835 nasceva a Pietrasanta, in provincia di Lucca, Giosuè Carducci. Ribelle, selvatico, amante della natura tanto da possedere, da bambino, una civetta, un falco e un lupo casa. Grazie al padre e alle letture di “Storia Romana” di Rollin e “Storia della Rivoluzione Francese” di Thiers cominciò a formare il suo pensiero classico-romantico e rivoluzionario. Fu amante della patria e ispirandosi alla rettitudine morale di Parini e alle poesie di Foscolo, criticò aspramente la situazione politica dell’epoca che vedeva l’Italia in mano a regnanti stranieri. Dai suoi due poeti ispiratori prese quindi l’amore per i classici, per la morale, arrivando però ad una visione personale della religione che espose nel sonetto “Il dubbio” in cui manifestò il suo essere religioso ma anticlericale.

Quando Garibaldi partì per la spedizione dei Mille, Carducci non partì per rimanere ad accudire la madre malata. Addolorato di non poter contribuire alla causa garibaldina scrisse l’ode “Sicilia e la Rivoluzione”, di cui il passo “Uno il cuore, uno il patto, uno il grido, nè stranieri nè oppressori mai più”. E’ un vero e proprio inno dell’amor patrio che per tutta la vita del “Poeta Nazionale” fu centrale nella sua visione della vita. La sua adesione alla causa garibaldina e mazziniana lo portò ad essere iniziato nella Loggia “Galvani” di Bologna negli anni in cui la Massoneria incarnò i valori del patriottismo e del Risorgimento italiano.
Agli occhi della critica questo è sicuramente un punto a sfavore del Carducci, che per non farsi mancare niente lesse autori con Proudhon che gli aprì gli occhi sulla realtà della Chiesa traditrice del mandato divino. Un vero colpo al cuore per i sostenitori antirisorgimentali e fautori del Papa Re.

Dopo aver letto Proudhon e Hugo scrisse l’inno “A Satana”, dove il Demonio veniva celebrato da Carducci come una vera e propria musa ispiratrice dei poeti, ma che agiva anche nell’ebbrezza del vino che rallegrava i convivi e nell’amore per le donne. Negli anni successivi all’Unità d’Italia, in pieno trasformismo, raggiunse un ruolo centrale nella vita culturale e nella struttura ideologica dell’Italia umbertina tant’è che fu molto vicino a Francesco Crispi.
Nonostante ciò non fu mai di orientamento monarchico ma, anzi, un fervente repubblicano. Convinzione ideologica che permeò la sua poetica di laicismo al quale si approcciò grazie alla letteratura francese e tedesca.

Nel 1870, la spedizione di Garibaldi a Roma creò in lui un’esaltazione incredibile che però fu subito smorzata dalla morte dell’amico Cairoli e dalla prigionia dello stesso Garibaldi. A seguito dell’attentato di Monti e Tognatti a Roma, che provocò la morte di 23 soldati francesi, Carducci compose un’ode in loro memoria in quanto furono ghigliottinati in piazza. Questo fatto creò un’ulteriore spaccatura tra lui e il mondo della Chiesa: criticò fortemente Pio IX, immaginato sorridente durante la decapitazione dei due garibaldini. Arrivarono però gli anni in cui la sua rabbia diminuì e nelle sue opere non apparve più la critica sociale. Attaccò solamente il cattolicesimo esaltando l’Impero Romano.

Il suo impegno civile si esplicò nell’elezione a deputato al Parlamento per il collegio di Lugo di Romagna su richiesta dei cittadini. Fu un ruolo simbolico ma da vedere come una volontà spontanea per dare il proprio contributo alla nazione. Nonostante il suo indirizzo ideologico, tra i suoi ammiratori si può annoverare la regina Margherita di Savoia che lo volle insignire con la croce al merito di Savoia che però il Carducci rifiutò. Dopo il loro incontro il vate mise in progetto “Alla regina d’Italia” ricevendo però accuse di essersi convertito alla monarchia da parte dei repubblicani che lo avevano “eletto” loro poeta di partito. Ma mai errore fu più grande, poiché Carducci non appartenne mai a nessun partito. Rispedì difatti le accuse al mittente con l’articolo del 1882 “Eterno feminino regale” in cui chiarì che l’unica costante della sua vita fu l’amore per la patria. Nel 1890 fu nominato senatore: durante il mandato portò avanti la sua lealtà verso Crispi anche quando fu sfiduciato e attaccato da ogni fazione politica.

Fu amante del bello, della natura. Un’innamorato dell’Italia. Fu capace di recuperare e rielaborare la prestigiosa tradizione latina e di fonderla con il culto del passato e con l’affermazione del valore atemporale della poesia.
Di carattere schietto e contrario al doppiogiochismo, fu attratto dal tardo romanticismo di Prati e Aleardi, in quanto per lui l’Unità d’Italia andava raggiunta con forza e virilità. Non con pianti e sogni di future e improbabili rivoluzioni compiute da “qualcuno”. Per lui l’impegno civile era un qualcosa da apporre davanti a tutto e da attuare subito e in prima persona.
Morì di cirrosi epatica a Bologna nel 1907.

Chiudiamo il suo ricordo con un passo delle ” Odi Barbare” , nate come operazione contenutistico-ideologica, che mira a restaurare lo spirito e il valore decantato nei classici, per dare a Roma, all’Italia e al mondo civile, una testimonianza di attaccamento profondo e sentito alla cultura, alla storia, all’arte latina. Carducci concepiva la visione di un nuovo e solenne trionfo, che tutto il popolo d’Italia, ritornato libero celebrerà sul fatidico colle, mentre Roma l’accoglierà in un abbraccio tra passato, presente, futuro un trionfo ancor più magnifico, quando il cielo sereno tonerà (segno di buon auspicio) e canti di gloria si diffonderanno per l’infinito.

“Te redimito di fior purpurei
april te vide su ‘l colle emergere
da ‘l solco di Romolo torva
riguardante su i selvaggi piani:

te dopo tanta forza di secoli
aprile irraggia, sublime, massima,
e il sole e l’Italia saluta
te, Flora di nostra gente, o Roma.”

Federico Rapini 

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