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bunear[1]Palermo, 22 lug – Ieri a Palermo sono state condannate tre persone per tentato omicidio, rapina, lesioni, spaccio di droga ed estorsione. Tali reati sarebbero stati compiuti secondo i giudici con l’aggravante dell’associazione mafiosa. Stavolta, però, nessuno si chiama Turi, Calogero o Saro. Non hanno soprannomi incomprensibili per chi vive aldilà dello Stretto. A finire alla sbarra sono: Austine Johnbull, considerato il capobanda (dodici anni e quattro mesi), Vitanus Emetuwa (dieci anni e otto mesi) e Nosa Inofogha (dieci anni e sei mesi).  Facciamo un passo indietro. I fatti oggetto del processo hanno luogo a Palermo nella notte del ventisette gennaio 2014. La polizia trovò due persone ferite per terra. I malcapitati erano stati assaliti a colpi di ascia e machete, sono rimasti sfregiati in modo permanente al viso e in altre parti del corpo. L’azione fu compiuta nel cuore di Palermo al mercato Ballarò.

La mafia nigeriana è sbarcata in Sicilia? L’ascia e il machete al posto della lupara? Pare di sì.  Un comunicato della Consap (Confederazione Sindacale Autonoma di Polizia) lancia l’allarme sul fenomeno delle mafie d’importazione. La nota del sindacato così recita: “Il centro storico di Palermo, con in testa Ballarò, grazie a questa intercultura della delinquenza è diventato una polveriera. Potrebbe anche non scoppiare in maniera fragorosa ma espandersi ed estendere i suoi interessi per la città, cambiandone la mappa criminale”. Il Consap inoltre teme che dopo le numerose operazioni di polizia e le centinaia di arresti eseguiti negli ultimi anni, per sopperire alla carenza di manovalanza la mafia potrebbe aver trovato qui un nuovo terreno fertile dove “investire” per il suo futuro e controllare porzioni di territorio. Insomma toccherà ai nigeriani fare i picciotti. Anche in questo caso gli stranieri fanno i lavori che gli italiani non vogliono o non possono più fare.  Il problema, però, non riguarda solo Palermo e non è una novità. Vediamo perché. Un’informativa dell’Ambasciata nigeriana a Roma del 2011 lanciava alle nostre istituzioni un vero e proprio alert: “Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali”.

Vediamo, ora, come si muovono i mafiosi di colore. I boss africani hanno portato in Italia le regole dell’associazione Black Axe (ascia nera) nata negli anni settanta come confraternita religiosa all’interno dell’Università di Benin City e diventata una banda criminale. Si trattava di giovani ricchi e violenti. Oggi la Black Axe è una banda criminale con regole molto rigide, riti di affiliazione. Nel loro modus operandi ci sono anche rapine, mutilazioni, omicidi rituali, in Nigeria come in Italia. Molte, infatti, sono le città italiane in cui i boss nigeriani la fanno da padrone: Caserta, Torino, Brescia, Roma. Solo per citare i casi più noti. Un’organizzazione dotata di grande duttilità capace di inserirsi bene anche in contesti differenti.

Circa un mese fa Il Venerdì settimanale di approfondimento del quotidiano La Repubblica, citava i risultati a cui era giunto uno dei massimi studiosi italiani in materia. Si tratta del sociologo Francesco Carchedi, docente alla Sapienza. Secondo Carchedi: “Si calcola che le donne nigeriane che esercitano la prostituzione in Italia sono oggi tra le quattordici mila e le diciotto mila. Da questo traffico nasce un giro d’affari enorme, che oscilla tra i 1,3 miliardi e i 1,7 miliardi di euro. Cifre che vengono a loro volta reinvestite nel commercio di stupefacenti ma anche nel traffico d’armi, con introiti stellari”. Sempre a proposito di prostituzione Carchedi sottolinea due cose assai importanti. In primis, oggi, questi boss sfruttano le leggi sul diritto d’asilo: “La criminalità coglie tutte le opportunità, anche quello di piegare il diritto d’asilo ai propri interessi”. Una bella prospettiva per la ragazza in cerca di fortuna: dal barcone al marciapiede. In secundis, Carchedi, sottolinea il ruolo della “maman: figura femminile dall’aura quasi mistica. Donna di fortissima autorità, reclutatrice, sfruttatrice, cassiera. La maman ha alle proprie dipendenze dei boys, guardie del corpo e assistenti tuttofare. Nella fascia più bassa di questa piramide ci sono le giovani mandate a vendersi – anche nei pressi dei centri d’accoglienza per richiedenti asilo, da cui escono e rientrano dopo essersi prostituite e poi uomini e donne utilizzati per lo spaccio e i maschi sfruttati per lavoro e accattonaggio. Il tutto controllato dai boss che stanno in Nigeria”.

Dagli spunti del docente de La Sapienza possiamo trarre qualche considerazione.  I boss africani si rafforzano con l’immigrazione e corrompendo i politici nigeriani. Le risorse accumulate qui vengono trasferite in patria, dove la forza economica e politico-sociale dell’organizzazione si decuplica.
Alla luce di queste considerazione non stupisce affatto che anche in terre ad alta densità criminale si siano inserite queste bande.

Nella terra del Gattopardo tutto poi è possibile: anche passare dalla lupara bianca alla magia nera.

Salvatore Recupero

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1 commento

  1. Basta minkiate basta fuffa renziana basta essere vittime. Assaltiamo i palazzi del potere impicchiamoli questi pezzi di merda.
    Napolitano Renzi Grasso e Boldrini. Italia agli italiani fuori chi non può integrarsi o non vuole farlo.

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