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Roma, 23 gen – Almaviva l’ha fatta franca, o almeno così pare. Donatella Casari, giudice del lavoro del tribunale di Roma, respinge il ricorso collettivo intentato dalla quota più cospicua degli ex dipendenti della sede romana del colosso dei call center. Questa è stata una vera e propria doccia gelata per i dipendenti licenziati un anno fa. A novembre, infatti, Umberto Buonassisi, collega della dottoressa Casari, aveva disposto il reintegro di 153 di loro.
Il giudice romano, due mesi prima, aveva usato parole durissime nei confronti di Almaviva: “La scelta dell’azienda, (che aveva complessivamente lasciato a casa 1.666 persone nello stabilimento di Roma) si risolve in una vera e propria illegittima discriminazione: chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità di orario e di mansioni) e lo stesso tfr, in spregio alle norme del codice civile e costituzionali “ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato”. Inoltre, nella stessa sentenza si poteva leggere che il comportamento del contact center rappresentava: “Un messaggio davvero inquietante anche per il futuro e che si traduce comunque in una condotta illegittima perché attribuisce valore decisivo ai fini della scelta dei lavoratori da licenziare, pur se tramite lo schermo dell’accordo sindacale, ad un fattore (il maggiore costo del personale di una certa sede rispetto ad altre) che per legge è invece del tutto irrilevante a questo fine”.
Nello stesso Tribunale quasi sessanta giorni dopo arriva un pronunciamento che va nella direzione opposta. Donatella Casari respinge il ricorso dei dipendenti licenziati. Il giudice punta il dito contro i lavoratori sostenendo che “è contraddittorio che i dipendenti romani lamentino che a loro non sia stato applicato il medesimo trattamento riservato ai colleghi in esubero della sede di Napoli, poiché questi ultimi erano stati destinatari della medesima proposta dai primi rifiutata”. Insomma, i dipendenti romani, per usare un’ espressione cara alla Fornero, sono un po’ choosy.
Infine, conclude la giudice Casari: “La scelta dell’imprenditore di ridurre il personale ai fini dell’abbattimento dei costi di esercizio costituisce estrinsecazione incensurabile della libertà di impresa garantita dall’articolo 41 della Costituzione. I residui spazi di controllo devoluti al giudice in sede contenziosa non riguardano più gli specifici motivi della riduzione del personale, ma la correttezza procedurale dell’operazione, ivi compresa la sussistenza dell’imprescindibile nesso causale tra il progettato ridimensionamento e i singoli provvedimenti di recesso”.
Il tribunale di Roma, dunque, si spacca in maniera clamorosa sulla vicenda dei 1.666 lavoratori della sede romana di Almaviva (licenziati in blocco il 22 dicembre del 2016). Vedremo chi avrà ragione. Intanto, l’avvocato dei 500 ex Almaviva, Ernesto Maria Cirillo, promette battaglia: “Si va avanti fino in fondo, perché i conti si fanno alla fine. Resta una rabbia enorme da trasformare, però, in forza”.
Salvatore Recupero

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