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Roma, 23 gen – Carlo Cottarelli, l’ex commissario alla spending review, è tornato a far parlare di sé. Secondo l’economista lombardo, “nei prossimi tre anni il debito pubblico dovrebbe crescere di ben 55 miliardi in più di quanto sarebbe spiegato dall’andamento del deficit”. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani diretto dallo stesso Cottarelli. È importante, altresì, sottolineare che quest’analisi si basa sui dati presentati nella Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2017 del settembre scorso. Ergo, qualsiasi forza politica presente in Parlamento avrebbe potuto denunciare quest’asimmetria, ma così non è stato.
Detto ciò rimane un dubbio: qual è il motivo di questa discrepanza? Secondo l’Osservatorio “Uno dei motivi è che ci sono operazioni che, sulla base delle convenzioni statistiche adottate in Europa, non devono essere considerate nel calcolo del deficit ma devono comunque essere finanziate indebitandosi. Una di queste operazioni è il pagamento di spese relative ai contratti derivati. Queste spese, sulla base delle convenzioni europee, non contribuiscono a formare il deficit. Visto che però devono comunque essere finanziate, creano debito”. Pertanto anche in presenza di politiche di austerità, il debito cresce lo stesso. I contratti sui derivati sottoscritti dal Tesoro puntavano ad ottenere un guadagno legato all’aumento dei tassi di interesse ma gli stessi tassi, per effetto del Quantitative easing della Banca centrale europea, sono andati giù e alla fine a guadagnarci sono state solo le banche.

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Carlo Cottarelli, ex commissario alla “spending review”

Il tema è già stato affrontato varie volte, per questo è sorprendente un economista del calibro di Cottarelli (docente universitario e funzionario del Fondo Monetario Internazionale) se ne sia accorto solo ora. Eppure per un anno (novembre 2013- ottobre 2014) è stato per un anno commissario straordinario per la Revisione della spesa pubblica. Molti, prima di lui, avevano stigmatizzato l’uso di strumenti di finanza speculativa (derivati) per ripianare il debito pubblico, ultima in ordine di tempo la magistratura contabile. Il 13 dicembre scorso Massimiliano Minerva, sostituto procuratore presso la Procura regionale del Lazio della Corte dei Conti, davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sulle banche sul tema dei derivati sul debito pubblico ha sottolineato la “sostanziale inadeguatezza delle strutture ministeriali, soprattutto per quanto riguarda la valutazione del rischio”. Inoltre, sempre secondo Minerva, “l’amministrazione al momento della sottoscrizione di prodotti finanziari non è pienamente consapevole delle alee che assumeva”.
Ciò che ha detto il procuratore non è opinabile, i dati parlano da soli: al 31 dicembre 2016 il valore di mercato di tutti gli strumenti derivati sul debito era negativo per 37,9 miliardi. Tra 2013 e 2016 l’impatto sul bilancio pubblico è stato negativo per ben 24 miliardi: 13,7 di esborsi effettivi, il resto come conseguenza di aggiustamenti contabili. Eppure Cottarelli da commissario della spending review aveva altre priorità. Nel marzo del 2014 il professore lombardo presentò in un’audizione al Senato un documento di 72 pagine in cui annunciava un mirabolante piano di tagli che avrebbe modernizzato l’Italia diminuendo la spesa corrente. Oggi, numeri alla mano, ci spiega che il nostro indebitamento non dipende dallo stipendio dell’assessore provinciale ma soprattutto da alcune “spese” che non vengono considerate nel calcolo del deficit come ad esempio il costo dei derivati sottoscritti negli anni passati da Palazzo Chigi. Si spera, dunque, che chi, in futuro, avrà il compito di rivedere la spesa pubblica prenderà atto delle conclusioni a cui è giunto l’ex funzionario del Fmi.
Salvatore Recupero



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