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Roma, 24 apr – Con la decisione di staccare una maxi cedola da 2,9 miliardi – dei quali 870 milioni fra i due soci pubblici Cassa Depositi e Prestiti e ministero dell’Economia – Eni si conferma, fra le società partecipate pubbliche, la più generosa e disponibile nel puntellare le sempre traballanti casse dello Stato. Con un rapporto fra dividendo e valore corrente delle azioni che supera il 5% lordo, il cane a sei zampe segna un record da fare invidia anche ai più redditizi fondi d’investimento.

Non è però solo Eni – che sì, ha chiuso l’anno scorso a -1,5 miliardi, ma in netto miglioramento rispetto ai quasi 9 miliardi di rosso del 2015 – a far sorridere i bilanci pubblici. Segue a ruota Enel, che quest’anno verserà al ministero, che la controlla con il 23,5%, oltre 400 milioni di dividendo. Numeri in continua e costante crescita anche per Ferrovie dello Stato, che segna il settimo anno consecutivo in attivo segnando +772 milioni e prepara il bonifico per staccare sempre a via XX Settembre una cedola da 300 milioni di euro. Cambio di rotta pure in casa Finmeccanica, tornata a corrispondere un appannaggio ai suoi azionisti – 80 milioni in totale, 24 al dicastero di Padoan – dopo sei anni. Ancora meglio per la contabilità pubblica va con Poste Italiane, che si appresta a versare un dividendo straordinario da un miliardo di euro. Senza poi considerare gli apporti di Snam, Saipem (forse finalmente fuori dai marosi), Terna e Fincantieri.

Se i bilanci non sono un’opinione, quelli delle partecipate pubbliche rappresentano numeri da patrimonio miliardario. Un patrimonio in mano allo Stato da decine di miliardi, che logica vorrebbe fosse gestito in un’ottica di lungo termine e non come se il governo fosse un generico risparmiatore che passa a maggio per il dividendo (e ad aprile ogni tre anni per i nomi da mettere in consiglio di amministrazione) e poco più. La realtà, specialmente per le società più redditizie, è invece un’altra. E parla di cessioni e piani di ‘razionalizzazione’, due parole per nascondere una svendita cominciata ad inizio anni ’90 e mai del tutto conclusa.

Ferrovie sono sul menù già da un paio d’anni e, se ufficialmente la quotazione in Borsa è rinviata all’anno prossimo e dunque lasciata nelle mani del nuovo governo, al netto della polemica interna al Pd sull’opportunità di proseguire sulla strada delle cessioni di Stato l’impressione è che sia solo questione di tempo. Stesso discorso per Poste Italiane, con l’esecutivo che ha già messo sul piatto il 30% di sua proprietà dopo lo sbarco a Piazza Affari e le triangolazioni con Cdp che fra avanti e indietro sono costate all’erario 300 milioni.

La storia si ripete con Enel ed Eni, ufficialmente non in listino ma sempre sotto l’attento occhio della direzione privatizzazioni del ministero. Una quota di Enel (il 5,74%) è stata ceduta non più tardi di due anni fa, Eni invece dopo il trasferimento a Cassa Depositi e Prestiti (via Goito controlla oggi il 25,76% della società, all’Economia è rimasto il 4,34)  sembra più tranquilla, ma l’estate scorsa si sono rincorse voci su possibili operazioni, fra cui quella dell’allora ministro degli Interni Angelino Alfano che si diceva pronto “a una discussione senza tabù” di Eni ed Enel, ma anche di Finmeccanica. Proprio su quest’ultima si stanno concentrando, ultimamente, alcune nubi. L’improvvida sostituzione dell’amministratore Mauro Moretti con l’ex numero uno di Unicredit, Alessandro Profumo, non depone infatti a favore del futuro della società della difesa, dell’aeronautica e dell’elettronica, che con l’ex ad di Ferrovie aveva trovato una nuova strada per uscire dalla gravissima crisi nella quale era sprofondata.

Filippo Burla

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