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Antifascismo conservatore: il caso Passaggio al Bosco rompe la recinzione morale

by Francesco Clun
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Passaggio al Bosco antifascismo

Roma, 8 dic – Il caso (anche se pare imbarazzante dover usare questo termine) di Passaggio al Bosco a Più libri più liberi è stato raccontato come l’ennesima battaglia di difesa democratica. Appelli, raccolte firme, defezioni illustri, sdegno mediatico. La solita scena in cui il gesto più importante non è argomentare contro un’idea, ma impedirle di essere presente nello spazio legittimo. E in questo la polemica ha finito per mostrare qualcosa di più interessante del catalogo di uno stand: il vero volto dell’antifascismo militante contemporaneo che, in ultima analisi, si rivela come unastruttura di legittimazione attraverso un nemico creato su misura.

Passaggio al Bosco: l’ultima battaglia dei democratici

Un’identità che si definisce non in ciò che costruisce, ma in ciò che dichiara intollerabile. È un meccanismo semplice: se il fascismo è dappertutto, allora l’antifascismo è indispensabile ovunque. Se il fascismo non è visibile, allora bisogna scovarlo nella sfumatura, nel simbolo, nella genealogia, perfino nella curiosità storica. La funzione non è capire, ma classificare. Non è discutere, ma delimitare. Perché senza un fascismo da esorcizzare, gran parte di questa élite morale perderebbe ragione sociale e centralità culturale. In questo senso, Passaggio al Bosco è servito perfettamente allo scopo. Non perché un editore debba piacere o debba essere condiviso. Ma perché il suo catalogo è stato trattato come una prova vivente di impurità ideologica. E qui si vede l’aspetto più paradossale della polemica: si è passati dal giudizio letterario o storiografico alla richiesta implicita di espulsione simbolica. Come se pubblicare un testo su figure scomode del Novecento fosse, in sé, una colpa civile.

Antifascismo come pressione, intimidazione e colpevolizzazione

Ma allora la domanda è legittima: in democrazia la cultura è un sacramento amministrato dai custodi ufficiali della virtù? La risposta è evidente così come è intuitivo che, se un editore decidesse di ristampare alcuni tra i testi più controversi del Novecento, nessuno avrebbe il diritto di impedirglielo. Non perché esista un concetto di neutralità, ma perché la libertà culturale funziona così: si discute, si confuta, si analizza il pensiero, si denunciano le idee, ma non si trasforma una fiera del libro in un tribunale politico preventivo. Il punto non è condividere una linea editoriale. Il punto è rifiutare l’idea che esista una classe autorizzata a decidere chi meriti di esistere nello spazio pubblico. Ed è qui che l’antifascismo militante mostra una continuità storica che in molti faticano ad ammettere. La tendenza alla pressione, all’intimidazione morale, alla costruzione di un clima di colpa associativa non è un incidente recente. È una tradizione politica. Nel dopoguerra questa tradizione ha avuto anche momenti di violenza e di soppressione della parola; negli ultimi decenni ha raffinato i metodi: dai bastoni, che pur continuano ad esserci, si è passati alla distruzione della reputazione; meno piazza, in verità sempre più deserte, alle scomuniche preventive; dai grandi confronti, all’interdizione morale.

La mafia morale

Non serve immaginare complotti. Basta osservare il meccanismo di disciplina: la richiesta non è una mera contestazione dell’editore, ma una forma di obbligo morale che impone agli altri a prendere posizione contro di esso. Chi resta neutrale è sospetto. Chi difende la pluralità è complice. Chi invita a discutere è pericoloso. E questa non è cultura: è recinzione ideologica.È una forma di controllo sociale che assomiglia più a una mafia morale (antifascista n.d.r.) che a un dibattito pubblico moderno: pressioni, minacce di isolamento, omertà opportunistica. Tutto in nome di una superiorità etica dichiarata. È qui che emerge un punto spesso rimosso, oscuro e per alcuni impercettibile: la macchina identitaria dell’antifascismo di posizione ha bisogno di un nemico per rinnovare la propria ragione sociale. In questa logica, l’avversario non è un soggetto con cui misurarsi, ma un pretesto indispensabile per rimettere in moto il racconto del bene contro il male e, implicitamente, per rinnovare la propria ragion d’essere. Tolto il fascismo come si giustifica la propria esistenza e, quindi, la propria utilità sociale?

Passaggio al Bosco raccoglie i frutti dei boicottaggio

Ecco, quindi, che il boicottaggio non appare come un atto di forza legittimo, ma come un atto di auto-conservazione. Una reazione identitaria davanti a un mutamento di scenario perché quando la società esprime interesse per un’area culturale non omologata la risposta non è il confronto ma la demonizzazione. Su questo è interessante notare che chi non abbia la necessità di un nemico per legittimare la propria esistenza, come Massimo Cacciari, abbia riconosciuto la legittimità della presenza in fiera: chi non ha bisogno di una legittimazione contrappositiva può permettersi l’argomento; chi vive di scomuniche, invece, deve imporre il veto. E poi arriva il dato più rivelatore: lo stand di Passaggio al Bosco è stato, nella prima giornata, tra i più cercati e frequentati. Questo fatto, al di là della curiosità, è una fotografia politica che dice qualcosa di più crudo: l’antifascismo militante che pretende di parlare a nome del popolo oggi pare parlare soprattutto a nome di sé stesso. La forbice tra l’autorappresentazione di un blocco culturale e la realtà della domanda pubblica sembra essersi allargata.

La democrazia dell’esclusione

Il paradosso finale, quindi, è tutto qui: in nome della democrazia si chiede una forma di esclusione preventiva. In nome della Costituzione si invoca una pratica che somiglia più all’inquisizione culturale che al pluralismo. Chi viene accusato di fascismo rivendica il diritto di stare al tavolo della discussione; chi si proclama antifascista pretende di scegliere chi può sedersi. E quando questo accade, non si sta più difendendo la libertà. Si sta difendendo un monopolio che si pretende di controllare con patenti di legittimità dispensate senza alcuna legittimazione.

Francesco Clun

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