Roma, 23 lug – Di Salim El Koudri non se ne parlava più. Appartiene alla schiera degli utili idioti usa e getta che, fatto il proprio lavoro, si depone in soffitta e piano piano viene “graziato” dalla memoria di popolo con la damnatio memoriae. Così, quando gli saranno riconosciuti permessi premio e sconti di pena o l’avvocato – specialista del settore, manco a dirlo – riuscirà nel proprio lavoro di farlo passare per infermo mentale e, quindi, scarcerarlo, passerà come qualcosa di normale, di un conto saldato con la giustizia. O, molto più probabilmente, di incompatibilità carceraria. Nonostante fossero passati nemmeno due mesi esatti, il caso di Modena era già bollato come archiviato. Fino a ieri mattina, quando Monica Esposito è morta.
La prima morte di Modena e la riabilitazione dell’attentatore
La signora, italiana, bianca, forse cristiana, che quel 16 maggio in una via dello shopping di Modena era a passeggio con il marito – ancora malconcio anche lui – era una degli otto anonimi che Salim trovò in strada, fece finire sotto le ruote della sua macchina e che non si era mai ripresa dal giorno della tragedia.
Cinquantacinque giorni di agonia che alla fine l’hanno portata alla morte. Sofferenza raddoppiata per i familiari e da ieri amplificata per tutti. Hanno provato a giustificare Salim: era depresso, era arrabbiato perché in tasca gli rimaneva poco. E hanno anche dispensato colpe al capro espiatorio preferito: colpa dell’Italia che lo ha accolto, ma non come diceva lui. Nessuno ha chiarito la natura degli incontri che il giovane africano pare avesse fatto prima di mettere in atto il suo (?) piano stragista. Così come nessuno ha chiarito quale depressione ti porta ad avere un coltello in auto e a scappare con questo, dopo l’investimento di tutto l’investibile.
Prima ancora della giustizia riabilitativa, per Salim c’era stata addirittura l’assoluzione mainstream: la turista tedesca a cui l’attentatore aveva tranciato di netto le gambe con la propria auto, l’unica ad aver guadagnato i microfoni delle emittenti locali e nazionali, dall’ospedale emiliano e prima di tornare in Germania aveva fatto sapere che aveva perdonato il laureato che le aveva tagliato le gambe con la sua auto. Questo il solo messaggio amplificato e questa l’ultima puntata della saga. Fino a ieri mattina.
La piazza dell’azione sarà quella della reazione
Eppure da oggi non servono le piazze per lavare pubblicamente le coscienze mai pentite, la solidarietà che si misura in gradimento elettorale, declinazione più aberrante della generale politica, o le passerelle su cui fare sfilare il cordoglio in doppiopetto. Arrivano tardi e non serviranno contro il nuovo El Koudri a evitare una nuova signora Esposito. La prova lampante è la piazza convocata a Bologna dal sindaco Matteo Lepore qualche giorno fa. Non serve nessuna trovata scenica, sempre posteriore, se non postuma e tarda, se non si capisce che in questo caso che non differisce da mille altri purtroppo troppo simili ci sono assassini, vittime e, purtroppo, dei complici. Interni. Che sono nemici.
Se non si decide da che parte stare. Se non si capisce che la bodycam addosso a macchinisti e controllori sulle ferrovie per contrastare le aggressioni, totalmente a opera di extracomunitari, ha la stessa valenza di chiedere più polizia per contrastare l’insicurezza diffusa in città, anziché porre un limite alla presenza di gente che dimostra di non essere e non volere essere compatibile con il nostro modo di vivere. Porre un limite al numero degli ingressi, lavorare seriamente – ora che una proposta di legge di iniziativa popolare è arrivata in Parlamento – sulla remigrazione.
La tattica dell’attentato nero su bianco
Ecco cosa è possibile leggere nel libro “Islam: una guida chiara e semplice” della studiosa Paola Kafira: “La tattica di scagliarsi con l’auto sugli infedeli si è consolidata in Europa e Nord America a seguito di un comunicato di un portavoce dello Stato Islamico. In un documento del 2014 il portavoce dell’Isis Abu Muhammad al-Adnani disse ai musulmani in Occidente che in assenza di armi da fuoco o di cavalli, potevano uccidere gli infedeli con coltelli o con la macchina: O muwahhid (monoteisti), non lasciate che questa battaglia vi sfugga ovunque voi siate. Dovete colpire i soldati, i sostenitori e le truppe dei taghut (degli infedeli).
Colpite i loro poliziotti, i loro membri dei servizi di sicurezza e di intelligence, nonché i loro agenti traditori. Distruggete i loro letti. Rendetegli la vita amara e teneteli occupati coi loro problemi interni. Se potete uccidere un miscredente americano o europeo — specialmente i francesi sprezzanti e immondi — o un australiano, o un canadese, o qualsiasi altro miscredente tra i miscredenti che stanno conducendo la guerra, inclusi i cittadini dei paesi che sono entrati nella coalizione contro lo Stato Islamico, allora affidatevi ad Allah e uccideteli in qualsiasi modo o maniera possibile… Se non riuscite a procurarvi una bomba artigianale o un proiettile, allora scegliete un americano miscredente, un francese o uno qualsiasi dei loro alleati. Fracassategli la testa con una pietra, o sgozzateli con un coltello, o investiteli con le vostre macchine, o gettateli giù da un luogo elevato, o strangolatelo, o avvelenateli”.
La vera portata dell’attentato
In un simile contesto che inizia a chiamare le cose col proprio nome, a partire dall’attentato terroristico di Modena perché tale è stato, Monica Esposito diventa un ulteriore elemento utile ad allungare quella lista di europei macellati da coloro che scappano dalla guerra, da chi dobbiamo integrare, dai seviziati nei lager libici, dai “laureati” che abbiamo accolto ma non abbastanza. E che pretendono di farci sentire in colpa per essere impazziti. E la piazza a favore di chi la convoca ha la stessa fragile tenuta del silenzio istituzionale.
A partire da quello del Sindaco del capoluogo emiliano Massimo Mezzetti che, dopo l’invito a restare uniti l’indomani dell’attentato, dopo aver premiato sul pubblico palco i due stranieri che erano arrivati dopo che Luca Signorelli – nemmeno invitato alla cerimonia – aveva bloccato l’africano stragista, dopo aver minacciato di denunciare chi avesse parlato di attentato – ieri egli stesso ha utilizzato proprio questo termine per riferirsi ai fatti del 16 maggio – oggi invita a “mettere da parte tutte le polemica e a far prevalere l’umana vicinanza”. Chissà se il marito di Monica Esposito riuscirà a mettere da parte ogni polemica e far prevalere l’umana vicinanza a chi ha procurato la morte della moglie e probabilmente gli ha impedito anche di partecipare al funerale.
Una sfida epocale
La sfida epocale di valenza vitale è proprio quella della gestione del flusso migratorio perché, a tali azioni, verranno necessariamente a contrapporsi delle inevitabili reazioni da parte degli autoctoni.
Monica Esposito è morta per che cosa ancora non si sa. Il marito, se ancora non lo sa, è vedovo e il perché ancora non si sa. L’avvocato Fausto Gianelli, coordinatore provinciale dei Giuristi democratici e difensore del marocchino, è già al lavoro perché l’accusa, a cui molto probabilmente non seguirà corrispondente pena, adesso è cambiata in quella di omicidio. Intanto, l’unico a gioire di soddisfazione è proprio El Koudri: aveva scelto di diventare un assassino e da ieri (finalmente) lo è diventato.
Tony Fabrizio