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Seconda puntata della nostra inchiesta sulla crisi del sistema bancario italiano.
Le puntate precedenti:

spread bancheRoma, 28 gen – E se la crisi delle banche non fosse colpa delle banche? Sembra un gioco di parole o – a seconda delle interpretazioni – un cortocircuito logico, dato che il sistema bancario è spesso additato come il principale responsabile di tutti i guai economici contemporanea. E non senza ragione: l’esplosione della bolla dei mutui subprime è stata tutta opera del sistema finanziario, andatosi a scontrare con i suoi stessi limiti. Lì eravamo però dall’altra sponda dell’atlantico, qui siamo in Europa o, meglio, in Italia. E le cose vanno un po’ diversamente.

Montepaschi è tutta roba del Partito Democratico e delle sue aspirazioni egemoniche, è vero. Ed è altrettanto vero che le scelte gestionali di Unicredit non hanno aiutato l’istituto milanese, così come non sono state sicuramente lungimiranti quelle di Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti, Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Ma si tratta di reazioni fisiche, non chimiche: salvo disastri conclamati a tutto è bene o male possibile mettere una pezza, sia pur a costo di qualche sacrificio. Nel caso italiano invece no, le pezze creano guai più grandi dei buchi. Perché? Appunto perché non sono le banche le responsabili della crisi che le sta prendendo in questi mesi.

Cinque anni fa, la paura che trascinava i mercati al ribasso si chiamava spread. Paura frutto di un timore irrazionale, innescato da vendite massicce quanto sospette messe in atto da Goldman Sachs e Deutsche Bank e che fecero crollare i nostri indici, portando addirittura al cambio di governo con l’arrivo di Mario Monti. Nel frattempo il debito non è sceso, il deficit veleggia a livelli costanti, la disoccupazione è aumentata e la domanda interna ridotta al lumicino. Eppure lo spread non fa più paura. Questo perché è intervenuta la Banca centrale europea, attivando una serie di strumenti che hanno permesso di rintuzzare gli attacchi di chi tentava la speculazione contro il debito sovrano. Insieme allo scudo di Draghi, da Monti in avanti abbiamo però sperimentato anche l’austerità e cioè la svalutazione interna, unica strada percorribile per svalutare in un contesto di cambi fissi. Sappiamo bene a cosa ha portato: l’Italia ha rinunciato allo strumento espansivo del moltiplicatore della spesa pubblica, di fatto azzerando qualsiasi prospettiva di crescita, ormai rassegnatasi ad essere una magra stagnazione. Crollo della domanda, mancata crescita: un combinato disposto micidiale per il sistema del credito, che non fa più il suo mestiere perché non vede possibilità di rientrare dagli affidamenti concessi, i quali nei fatti non rientrano innescando l’esplosione delle sofferenze. Con un ulteriore problema non da poco: le banche registrano i crediti in difficoltà ad un valore attorno al 40% dell’esposizione, mentre il mercato per acquistarli è disposto a pagare in genere non più del 20%. Una differenza abissale: se gli istituti dovessero convergere fra valore nominale e valore di mercato molti bilanci registrerebbero buchi ben superiori ai 200 miliardi lordi di sofferenze ‘ufficiali’.

Per il grande malato Monte dei Paschi di Siena è dovuto intervenire il ministero dell’Economia con un esborso considerevole per, di fatto, (ri)nazionalizzare la banca. Servirà? Il credito deteriorato di Stato non è migliore del credito deteriorato privato per cui no, non sarà questa la soluzione, se non nell’ottica di privatizzati i (furono) profitti e socializzare le attuali perdite. La filosofia economica serve però a poco: il nodo centrale è che senza uno strutturale aumento del Pil e senza inflazione la mole potenzialmente esplosiva non può decrescere a livelli fisiologici. Corollario: con l’euro e la necessaria austerità per salvare la moneta unica saremo mai in grado di ricominciare a crescere?

Filippo Burla

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3 Commenti

  1. Mi piacerebbe credere che questa idea degli americani di togliere l’euro e farci ritornare alla lira salverebbe magicamente l’Italia da tutto, ma così non è. Perchè accanto alle cose positive per l’Italia se si esce dall’Euro ci sono altre negative. E tornando alla lira non cambierebbe affatto la nostra classe dirigente.
    Il Pil si aumenta tutelando le imprese. Abbiamo migliaia di imprese che sono state distrutte dalle banche. Tantissime altre che sono state distrutte dalle tasse. Tantissime altre stanno al limite. Insomma, fra mancanza di credito, credito ad usura, tasse superaltissime e concorrenza estera…..stiamo letteralmente sprofondando. E poi, sinceramente, stiamo spendendo miliardi (non milioni) su miliardi sull’immigrazione. Abbiamo ancora grosse imprese partecipate dallo Stato con buoni patrimoni finanziari. Basterebbe una legge per difenderci dagli attacchi.
    A medio e lungo termine i vantaggi della svalutazione della lira verrebbero meno e la globalizzazione continuerebbe la sua opera distruttiva.
    Il problema, a mio parere, resta sempre e comunque Politico.

    Che poi mi chiedo, non è che qualcuno vuole la svalutazione della lira per fare qualche operazione tipo 1992?

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