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mediobanca lireRoma, 28 gen – Lo studio doveva rimanere segreto e destinato a pochi clienti scelti di Mediobanca tanto da essere, ciascuna copia, contrassegnata da nome e cognome del destinatario. Se dopo gli economisti (un tempo considerati fra i non ortodossi, ora decisamente meno) anche la finanza comincia a prepararsi allo scenario di uscita dell’Italia dall’euro, allora c’è da cominciare a porsi qualche domanda sul destino della moneta unica. Specie se i benefici, almeno sul medio termine, rischiano di essere maggiori dei costi. Nonostante i tentativi di mantenere il più stretto riserbo sulle pagine scritte dal centro studi del salotto buono dell’alta finanza tricolore, Nicola Porro de Il Giornale ne è venuto in possesso.

Mediobanca, in estrema sintesi, non esclude la possibilità che l’Italia abbandoni davvero la moneta unica. Dal 2008 ad oggi non abbiamo centrato un anno che fosse uno di crescita (di crescita seria s’intende, non la stagnazione sotto l’1% spacciata per aumento del Pil), perdendo sette punti di Prodotto dal 2008 ad oggi. Nel frattempo il divario di produttività con Germania e Francia è andato ampliandosi raggiungendo il 20%: “è come correre una gara con Bolt, e per di più azzoppati”, spiega Porro con un’efficace metafora. Il perché è presto detto: con una moneta rivalutata fortemente dall’ingresso nello Sme ad oggi, recuperare tale scarto è pressoché impossibile. Se non, appunto, ritornando alla moneta nazionale cui seguirebbe una decisa svalutazione di mercato della stessa.

Se tutto rimanesse com’è, la mancata crescita farebbe penzolare sempre più minacciosa la spada di Damocle sul nostro debito pubblico. Il quale continua a crescere perché non riusciamo a ripagarlo proprio a causa dell’asfissia del Pil. Un circolo vizioso che porta anche all’aumento degli interessi sullo stesso, peggiorando se possibile la situazione. Nulla di nuovo sul fronte occidentale, si direbbe, ma Mediobanca approfondisce la questione ed analizza – è la prima volta che una tale istituzione lo fa – l’ipotesi di ridenominazione del debito in lire, cioè l’uscita dell’Italia dall’euro con conversione di Bot e Btp nella nuova divisa nazionale, svalutata di circa il 30%. Se fossimo usciti nel 2013, avremmo risparmiato sul rimborso del debito qualcosa come 285 miliardi. Oggi ne risparmieremmo “solo” 8, mentre dall’anno prossimo saremo in perdita. Il perché è presto detto: dal primo gennaio 2013 le emissioni di titoli di Stato sono soggette alle Cac, le clausole di azione collettiva che prevedono la rinegoziazione degli stessi solo previo accordo con i creditori. Niente più lex monetae, per la quale il debito sovrano è denominato nella moneta avente corso legale, ma necessità di un compromesso con i detentori dei titoli per “convincerli” ad accettare un pagamento in moneta svalutata. Gli 8 miliardi di risparmi evidenziati da Mediobanca si riferiscono dunque ai titoli emessi entro la fine del 2012, i quali vanno ovviamente a scadenza con il passare del tempo e sono rimpiazzata da nuovi titoli che sottostanno alla disciplina Cac: se l’Italia ripristinasse la propria moneta dovrebbe in sostanza pagare con una lira svalutata un debito che in buona parte rimarrebbe in euro, con tutti i problemi conseguenti. Tralasciando la volontà della politica che potrebbe in ogni caso proporre soluzioni negoziate a noi più favorevoli (ragioniamoci: se il debito sono i 2200 e passa miliardi allora il problema non è del debitore ma anche e soprattutto del creditore) e dunque addirittura più vicine ai 285 che non agli 8 miliardi o alla perdita secca, la conversione del debito in lire insieme alla svalutazione della moneta “possono supportare – scrive Mediobanca – una sostanziale decurtazione del debito e, insieme a una politica monetaria ritornata sovrana, creare le condizioni per un genuino rilancio dell’economia italiana“.

Filippo Burla

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4 Commenti

  1. se lo dice Mediobanca…
    certo a me fa sorridere che certe istituzioni che hanno contribuito a causare buchi incredibili di bilancio si preoccupino di come risolvere il problema del debito pubblico e addirittura trovino la soluzione sicura: uscire dall’euro…
    cmq l’ambasciatore americano in Italia sembra sia d’accordo anche lui….

  2. anzi era il futuro ambasciatore in Ue che comunque ci sta spiegando cosa fare della UE. A quanto pare non ci sarà più.
    Insomma questo nuovo Presidente Usa più che agli Usa pensa alla UE, a noi

  3. Se a noi italiani non ci pensiamo noi, non ci pensa nessuno (tanto meno banche e politici). E’ più probabile che si siano fatti due conti e con la manovrina che hanno ipotizzato, gli stolti che hanno acquistato i titoli di stato marci potranno, coi loro sudati risparmi, ripagare i debiti creati dalla stagnazione dell’economia. Mentre se apettano ancora un po’ il debito sarà tale che neanche i nostri (nemmeno di quelli non stolti), saranno sufficienti a salvare per l’ennesima volta il culo a chi ci ha inculato e, per ingordigia, non ha saputo accontentarsi dei troppi soldi che aveva fatto. Donald Trump è meglio di Obama… E cosa ci vuole? prendi un qualsiasi operaio bianco avrà sicuramente più cervello di sta scimmia, ma basta beatificarlo. Non è né Mussolini né tanto meno Hitler. Sono anni che il dollaro americano prende schiaffi dall’euro. A lui frega solo che l’America torni una potenza economica di rilievo e se per fare questo deve cancellare gli accordi commerciali facendo uscire l’america dal patto atlantico (se vi foste illusi che avrebbe chiuso la base nato di Vicenza e tutte le altre basi americane in Italia e in Europa, mi spiace deludervi), ma uscire dal patto atlantico ha significato far uscire l’America dagi accordi commerciali con i paesi che affacciano sull’atlantico, perché chiudere la NATO (che ricordo non è e non corrisponde minimamente all’esercito e all’organizzazione delle Nazioni Unite UN) in questo momento storico/geopolitico sarebbe un errore madornale.

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