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Milano, 07 Ott – Nell’ottobre del 1950, Alan Turing – matematico, logico e crittografo britannico – provò a dare risposta ad una delle fondamentali questioni nella storia della cibernetica, della fantascienza e per estensione dell’umanità intera: una macchina creata dall’uomo potrà mai pensare come un uomo? E cosa significa pensare come un uomo?

Nel suo Computing machinery and intelligence – articolo apparso nell’antologia scientifica Mind – Turing propose un metodo empirico per dimostrarlo: vista l’impossibilità di provare che un qualsiasi sistema – compreso l’essere umano – pensi, a meno di sostituirsi ad esso, egli pose l’attenzione sulla capacità di una macchina di far credere all’uomo che essa pensi come lui. Ci riferiamo al c.d. Imitation Game, noto ai più come test di Turing. Il test consiste nell’isolare in tre stanze un esaminatore umano, un candidato umano e un “candidato” macchina. L’esaminatore comunica con entrambi tramite un elaboratore elettronico, e gli pone una serie di domande volte a stabilire chi dei due sia l’uomo e chi la macchina. Qualsiasi domanda è ammessa, ricordi, preferenze sessuali, calcoli o koan Zen. I due partecipanti, l’uno in buona fede e l’altro con astuzia algoritmica, fanno di tutto per dimostrare all’esaminatore di essere umani. Alla fine, questi deve pronunciare il verdetto. Se sbaglia, secondo Turing, saremo costretti ad ammettere che la macchina pensa. Sarà onere dell’uomo, in tal caso, dimostrare il contrario.

I fan di Ridley Scott (e quelli di Philip K. Dick) avranno certamente avvertito durante la lettura un piccolo ping nella loro mente, riconoscendo in esso il test di Voight-Kampff: lo strumento utilizzato dagli agenti della divisione Blade Runner per smascherare i replicanti. In occasione dell’uscita nelle sale italiane di Blade Runner 2049, sequel del capolavoro del 1982, ad opera del grandioso regista franco-canadese Denis Villenueve, abbiamo pensato di sottoporre la pellicola ad un piccolo test. Sarà vostro compito, alla fine della lettura, stabilire se esso merita o meno la visione.

Parlami di 2049.

“2049” è il seguito di Blade Runner. Sono passati trent’anni dalle vicende del primo film (ambientato nel 2019, ndr), la Wallace ha acquisito la Tyrell Corporation ed un miracolo sta per sconvolgere il mondo intero. L’agente speciale K., un replicante cacciatore di replicanti, è incaricato di indagare e per farlo dovrà mettersi alla ricerca dell’ex-agente Deckard, ma soprattutto alla ricerca di se stesso.

Com’è il 2049?

È cupo. Oscuro almeno quanto il 2019, se non di più. Le metropoli sono gigantesche, piovose e sempre buie. Led e neon, le uniche fonti asettiche di luce. Le abitazioni sono nidi d’ape monoporzione. Ologrammi e puttane, le uniche fonti di piacere. E poi le colonie extra-mondo: deserti abbandonati abitati da mostri di sabbia voluttuosi o discariche digitali, regno di schiavi-bambino e sfruttatori. Il 2049 è confusione, commistione e orrore. Ma esso è soprattutto e principalmente obsolescenza: finiti gli anni della scintillante e fluorescente digitalizzazione, restano soltanto puntine digitali sobbalzanti su dischi di Frank Sinatra. Immagini e suoni dilatati. Glitch istantanei del passato glorioso che fu e la Mente Sospettosa di Elvis ridotta a mero loop.

Cos’è 2049?

Il primo Blade Runner è stato una celebrazione dell’uomo attraverso il suo contrario. Non l’animale, ovviamente. Ma il simulacro, il golem, il replicante. È un film manicheo, biunivoco, fondato sul dualismo e l’alternatività. È l’uomo che s’innamora e soffre delle paure della macchina e sulla macchina che tenta di trasfigurarsi in uomo. È un film perimetrale fondato sul contenimento e l’avvicendamento dei limiti. Roy Batty e Rick Deckard, l’uno l’alter-ego dell’altro.

2049 è l’opposto ed il complemento ad uno di tutto ciò. È logico ed identitario, nella misura in cui non esiste alternanza al di fuori, ma ricerca all’interno. È la macchina-uomo, l’agente K. e/o Neander Wallace, che abbatte le barriere, ricerca il cosmos, ma si appresta a scatenare il caos. È totalizzante, mono-direzionale e (forse troppo, ndr) consequenziale. 2049 è ciò che Blade Runner non voleva e non poteva essere. Fortunatamente.

E adesso a voi: quant’è importante chiudere il cerchio? A) Molto, B) Niente, C) In parte, ma sappiamo da dove cominciare. Indicate la vostra scelta barrando la casella corrispondente.

Davide Trovato

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