Ugo-Tognazzi-CornaMilano, 28 ott – Il professor Erminio Bonafè (Georges Wilson), noto filosofo antifascista, così giustificava l’aggressione appena avvenuta ad opera dei partigiani: “Non hanno picchiato te, ma la tua divisa!”. Al che Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi) – graduato della milizia ed aspirante Federale – prontamente risponde: “Sí, ma nella divisa c’ero io!”.

Ieri correva il venticinquesimo anniversario della morte, per un’emorragia cerebrale, di Ugo Tognazzi: attore, regista, sceneggiatore teatrale, cinematografico e televisivo, ma soprattutto “mostro” della commedia all’italiana.

Nato a Cremona il 23 marzo del ‘22, Tognazzi c’era stato davvero in quella “divisa”. Anzi, nonostante “l’esordio” a soli quattro anni al teatro Doninzetti di Bergamo, fu proprio in quei panni che cominciò a sviluppare la sua vis teatrale: chiamato alle armi durante la Seconda Guerra Mondiale, comincia presto ad organizzare spettacoli di varietà per i suoi commilitoni. Dopo l’8 settembre aderisce alle Brigate Nere, per poi trasferirsi infine a Milano per lavoro. Il suo esordio ufficiale sarà nel 1950, con un film diretto da Mario Mattòli, I cadetti di Guascogna, al fianco di Walter Chiari – altro grande della commedia italiana con il quale Tognazzi aveva già collaborato, durante il periodo di arruolamento di quest’ultimo nella Decima Mas, in Radiofante, trasmissione radiofonica destinata alle truppe milanesi della Repubblica Sociale Italiana.

Il successo televisivo però arriverà qualche anno dopo, quando si unirà nel varietà Un due tre con l’altro “camerata ragazzino” della televisione italiana: Raimondo Vianello. E chissà che più tardi lo stesso Vianello – bersagliere volontario della Rsi – non stesse pensando proprio a loro, ai “grandi in camicia nera” del piccolo schermo, Tognazzi e Chiari, quando dichiarerà a Marcello Veneziani: “I giovani che sono andati a Salò dovrebbero essere più rispettati se non altro per i loro ideali ispiratori. Chi è andato su sapeva di finire male. Non va abiurato”.

Dopo diverse farse televisive e cinematografiche, Tognazzi passa finalmente alla commedia all’italiana: collaborerà, interpretando magistralmente personaggi emiliani, con Alberto Bevilacqua  e poi con Bernardo Bertolucci, vincendo nel 1981 – con La tragedia di un uomo ridicolo – la Palma d’Oro al Festival di Cannes come miglior attore protagonista. Legatissimo alla sua terra, ed in particolare a Cremona, non mancherà di riportare il suo dialetto e la sua comicità sullo schermo. Basterà ricordare i personaggi de La marcia su Roma (1962, Dino Risi) e del sopracitato Il Federale (1961, Luciano Salce).

I ruoli però che lo consacrano a mito del cinema italiano sono ben noti:  chi non ricorda il Conte Mascetti e le sue immancabili supercazzole in quel capolavoro del Cinema che risponde al nome di Amici Miei? E cosa dire dell’onorevole Giuseppe Tritoni e della sua anti-storica uguaglianza de Vogliamo i colonnelli? Tognazzi riuscì come pochi a mostrare vizi e virtù degli italiani, riuscendo sempre ad inserire parte di sé in tutti i suoi ruoli. Ed in effetti era solito dire: “Col personaggio devo andare d’accordo, altrimenti niente. Il gusto masochista di sospettarsi traditi come ne “Il magnifico cornuto” ce l’ho anch’io. Il piacere di lasciarsi divorare da una donna come ne “L’ape regina” l’ho provato, l’ottusità ostinata de “Il federale” la capisco e la smania di conquistare la ragazzina di “La voglia matta” l’ho avuta. In “Ménage all’italiana” gli sceneggiatori hanno messo interi episodi della mia vita. Insomma, ai miei personaggi faccio fare le cose che farei io nella vita”.

Era proprio così Tognazzi, ricco di quello spirito goliardico che riuscirà addirittura a portare alla ribalta della stampa italiana. È infatti il 1979 quando, in combutta con il giornale satirico Il Male, organizza uno dei più clamorosi scherzi mediatici della storia: accetta di farsi fotografare con le manette ai polsi, trasportato dalla polizia. La foto finì su tre finte edizioni de Il Giorno, La Stampa e Paese Sera, annunciando “Arrestato Ugo Tognazzi: è il capo delle BR” , e scatenò il panico mediatico in tutta la Penisola. Solo qualche tempo dopo, per giustificarsi dell’accaduto, l’attore dichiarerà di aver rivendicato il proprio “diritto alla cazzata”.

Dopo il cinema, negli anni ’80 si dedicherà al teatro, per poi infine “ammalarsi” di depressione e morire il 27 ottobre di venticinque anni fa. Di fronte a questo gigante dello spettacolo italiano non resta che il silenzio ed il ricordo. E d’altronde, come rimproverava al Necchi (Duilio Del Prete) in Amici Miei: “Senti, Necchi, tu non ti devi permettere di intervenire quando io faccio la supercazzola!”.

Davide Trovato

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