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Campi di internamento per salvare la democrazia americana

by Valerio Savioli
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Roma, 2 mar – “È giunto il momento che gli Stati Uniti provvedano ad internare personalità come Tucker Carlson, Candace Owens e Nick Fuentes”. Internare?! Proprio così. Perché le attuali condizioni negli Stati Uniti – da stato di guerra – parrebbero imporre misure drastiche da applicare a coloro che si allontanano pericolosamente dai binari della ragion di Stato. I campi d’internamento, d’altronde, non sarebbero una novità nella storia americana.

I campi d’internamento statunitensi

E che le ragioni dello Stato in questione siano quelle di Israele e non degli stessi Stati Uniti, poco importa. E poco conta porsi determinate domande, perché: “Il Primo Emendamento [che dal 1791 vieta al Congresso di limitare le libertà fondamentali, NdA] non è un patto suicida. Proprio come la ‘Greatest Generation’ neutralizzò le minacce nel 1942, dobbiamo impedire agli influenti di rivoltare i nostri soldati contro il Comandante in Capo prima che le linee del fronte crollino”.

Per chi non lo sapesse, durante la Seconda guerra mondiale, il governo degli Stati Uniti istituì campi di internamento per i giapponesi americani in seguito all’ordine esecutivo 9066, firmato dal presidente Franklin D. Roosevelt nel febbraio 1942. Questi campi facevano parte di un processo di trasferimento forzato e di incarcerazione di circa 120.000 persone di origine giapponese, tra cui cittadini statunitensi, dalla costa occidentale. Il riconoscimento della violazione dei cosiddetti diritti civili arrivò postuma, tramite scuse da parte di Washington.

Da chi viene l’appello?

Il prezzo dell’ipocrisia non si separa dall’offesa che questa porta in dote. Raffinata consuetudine come utile viatico alla sua ripetizione. Sovrano è, quindi, chi decide sullo stato di eccezione. È nella qualificazione del nemico che si gioca la partita decisiva.

Ci si dovrebbe quindi domandare chi sia a decidere l’elasticità delle maglie di questo stato d’eccezione e quanto questa possa, alla stregua di una camicia di forza, costringere al silenzio le voci dissidenti. Da chi viene, quindi, questo appello? Il responsabile è lo storico e giornalista Yair Kleinbaum che, dalle colonne del notiziario ebraico JFeed, firma: “Carlson, Fuentes e Owens devono essere incarcerati in un campo di internamento in stile Seconda Guerra Mondiale”.

Il paradosso

Il paradosso vuole che a reclamarne l’internamento sia un giornalista di origini ebraiche: “Siamo arrivati ​​a un punto in cui non abbiamo altra scelta che agire con decisione e arrestarli. […] Una volta vinta la guerra e neutralizzata la minaccia, potremo liberarli”. Le loro colpe? “Sono colpevoli di: Incitamento all’ammutinamento tra i soldati, Cospirazione col nemico, Codardia di fronte al nemico, Demoralizzazione”.

Poveri americani, poveri occidentali: in guerra senza saperlo e senza deciderlo, proprio perché determinate guerre non hanno una fine ma bensì un fine. E allora si proceda con le decimazioni. Quelle liberaldemocratiche, sia ben inteso.

Ma il celebre Primo emendamento? “Non è un patto suicida”. Un po’ come il tanto declamato diritto internazionale che “è importante fino a un certo punto”. Affermazione ascritta al mai-sufficientemente-informato e tristo ministro degli esteri italiano che, al netto delle amare risate generate in questa e altre occasioni, è semplicemente la cartina di tornasole dell’ordine basato sulle regole. Dei vincitori. E degli intoccabili. Per chi rimane… Vae victis!

Valerio Savioli

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