È ora di dircelo chiaro e tondo. Una volta per tutte: Cicerone ha stancato tutti. Senza voler scomodare nessuno ovviamente. Chi scrive non ha pretese di verità assolute, tantomeno quelle da professorini in erba. Perché ha rotto? Semplice, perché ancora oggi rappresenta tutto ciò che di estraneo si contrappone ad una giusta cultura, basata su pensiero ed azione e non solo parole. Non quella cultura manichea del bene e del male, ma una ben più importante: quella dell’esempio. Spesso e volentieri lo studio classico dei ginnasi porta all’erronea interpretazione dei fatti, soprattutto quando si parla del mostro sacro delle versioni. Uno studio semplicemente linguistico che ha portato folte schiere di giovani a considerarlo fuori dal suo tempo: in pratica una comoda tabella su cui affinare il proprio studio di Latino. Per carità, non dolet, però sarebbe ora di affrontare anche la questione storica, o sarebbe meglio dire stilistica, dei personaggi che i nostri studenti trovano sui libri. Soprattutto ora che siamo imbottiti dentro le classi di educazioni civiche e progetti didattici indirizzati alla formazione dei “cittadini europei”, lo stile degli uomini che fanno parte del nostro immaginario andrebbe rivalutata in ottica di esempio per i nostri giovani. Su cosa vogliamo fondare questa cittadinanza consapevole? Su pigrizia e facili vie o sul coraggio dell’impegno politico?

La storia non è una materia inerte

Non c’è errore più grande che considerare la storia come “lettera morta” e i suoi protagonisti come pratici specchi in cui ritrovare soltanto la propria immagine riflessa. Insomma, qualcuno ve lo doveva dire e se già non vi fosse bastato il libro di Massimo Fini del 1996 dedicato al congiurato per antonomasia e alla sua nemesi accusatrice, il quadro della congiura di Catilina assume i connotati di un’antica profezia dei nostri tempi e un monito di coraggio per le nuove generazioni che sono al bivio della storia: partecipazione alla politica o abbandono della piazza? Il piedistallo sul quale la storia ha collocato questi due uomini in perenne discordia merita di essere rispolverato. Non per qualche velleità revisionista ma per il bene e la salute dei nostri tempi. Perché almeno un poco la si faccia finita con i cattivi maestri, i quali si sa fanno più danni di qualsiasi guerra.

Normalmente, quando si parla di Lucio Sergio Catilina e la sua impresa lo si fa soltanto per biasimo, nel migliore dei casi, o per denigrazione senza scrupoli nel peggiore. Questo perché il personaggio così com’è giunto a noi ha avuto tradizione e trasmissione solo tra i suoi principali nemici. Tutte le fonti che sono giunte a noi sulla sua vita sono state quelle dei suoi acerrimi rivali, Cicerone in testa, e quindi di natura mai benevola. È come se qualcuno, tra trecento anni, dovesse farsi un’idea su di voi prestando fede soltanto ai verbali delle riunioni di condominio in cui il vostro vicino vi ha dipinto come mostro. Scherzi a parte, sulla sua figura si allunga l’ombra della pratica, tutt’altro che recente, della damnatio memoriae con tutto ciò che di terribile comporta il passare ai posteri come il male assoluto. Non c’è niente di più diseducativo per i nostri studenti apprendere dei fatti storici non in chiave tragica, ma nella chiave ermeneutica del bene contro il male. Pedagogia erronea che porta alla definitiva abolizione del pensiero critico, base di qualsiasi educazione.

Una questione di memoria

Come sappiamo la memoria è un’arma a doppio taglio: se da un lato il ricordare ci rende umani, dall’altro ci rende schiavi di chiunque possa usare quei ricordi contro di noi. È per questo che bisogna dire le cose come stanno: Catilina fu probabilmente il primo rivoluzionario della storia, almeno così come lo intendiamo noi oggi, un rivoluzionario ante-litteram che precede di secoli le istanze più rivoluzionarie di cui è stato gravido il secolo scorso. La condanna della sua memoria fu una scelta politica estrema e ben precisa, direttamente proporzionale alla minaccia che il congiurato e i suoi uomini avevano portato al cuore della Repubblica di Roma. Ma perché? Cosa succede a Roma nel primo secolo avanti Cristo? Chi era in realtà Catilina? Mi avvarrò dell’accompagno di Fini, che nei suoi ritratti “scomodi” riesce sempre a profondere anima e corpo.

Secondo Sallustio fu un uomo «di indole trista e malvagia», che «fin dall’adolescenza trovò piacere nelle stragi, nelle rapine, nelle discordie civili e fra esse passò i suoi anni giovanili». Secondo Fini, Cicerone ha «gonfiato a dismisura l’importanza della congiura per farsi bello», mentre Sallustio era mosso «dall’esigenza pamphlettistica di scagionare Cesare» dall’accusa di aver partecipato alla congiura di Catilina. Insomma, Catilina è il cattivo… o così hanno provato a spiegarcelo a scuola, prendendo spunto dalle celeberrime orazioni di Cicerone: Quo usque tandem abutereCatilinapatientia nostra! Mi viene da chiedere per quanto Cicerone abuserà della nostra…

Catilina: biografia di uno scorretto

Nato a Roma nel 108 a.C. da una famiglia patrizia tra le più antiche dell’Urbe, la gens Sergia, che si voleva affondasse la sua origine in quel Sergesto compagno di viaggio dell’eroe fondatore Enea. Una stirpe nobile ma disgraziata, sicuramente aristocratica ma senza un’eccesiva ricchezza ed opulenza. Si narra fosse “alto, asciutto, atletico, nevrile”, dotato di “una spavalderia, un’audacia, un coraggio spinti fino alla temerarietà” e con una fama di grande seduttore, tanto che venne addirittura accusato di aver violato una Vestale, tale Fabia, cognata di Cicerone, che forse proprio da allora gli giurò inimicizia eterna. Un Don Giovanni del primo secolo avanti Cristo, poco avveduto ma estremamente passionale. Fu combattente fedele accanto a Lucio Silla, per cui svolse compiti ingrati come spesso accadeva tra le fazioni civili, sicuramente dettati da ardori giovanili. Insomma, la nostra Repubblica ha dato la medaglia a Tito, concedeteci almeno il dovere di un soldato e la passione di un giovane appena adoloscente. Tra i trenta e i quarant’anni percorse tutto il cursus honorum, da questore a edile a pretore, senza approfittare di particolari appoggi politici o finanziari e senza (come spesso era uso durante il cursus) depredare finanziariamente le province governate.

Pochi lo sanno, ma tentò tre volte di venire eletto console, tra il 66 e il 64 a.C. Fu sempre fermato dalla feroce ostilità dell’oligarchia aristocratica, che riuscì sistematicamente ad impedire la sua nomina attraverso escamotages legali e processi truffaldini messi in atto non solo dal nemico di sempre, Cicerone (diversissimo da lui per “temperamento, abitudini, attitudini, carattere, concezione della vita”), ma anche da falsi amici e alleati più pragmatici e meno idealisti, quali Crasso e Giulio Cesare. Nel 66 a.C. la candidatura di Catilina fu stoppata da un’accusa di estorsione per la sua attività di governatore in Africa. L’accusa era stata presentata fuori tempo per cui Catilina fece ricorso e lo vinse. Ma ormai i termini per la candidatura erano scaduti: la giustizia ad orologeria non è certo un’invenzione di oggi… e infatti nel 65, sempre inseguito dall’accusa di estorsione, non poté presentarsi. Nel 64 fu assolto con formula piena e si ricandidò al consolato ma il Senato, con una legge ad hoc, provvide a togliergli gran parte della base elettorale, formata per la stragrande maggioranza di contadini provenienti dalle campagne. Ciò nonostante Catilina finì terzo, primo dei non eletti.

Le idee che mossero la congiura

Perché questo boicottaggio lucido e sistematico nei suoi confronti? Per le sue idee, che mal si sposavano con quelle di una Repubblica oligarchica, corrotta, ipocrita ed eticamente ingiusta. Fu un eversore sì, di un sistema che non rispecchiava una visione etica e morale veramente Romana, in cui il ventre economico non poteva prendere il sopravvento sulle virtutes dettate dai padri. Fu esponente di punta, insieme al più giovane Cesare, del partito popolare, nonostante provenisse da una delle più nobili e antiche famiglie quirite perchè assunse su di sé la causa del popolo romano e di quei settori della società del tempo come liberi, schiavi, donne e giovani, che non avevano voce né rappresentanza politica.

Il suo scontro con Cicerone andrebbe meglio rappresentato come lo scontro fra il rappresentante dei grandi latifondisti italici e la massa dei diseredati, degli emarginati, dei disoccupati e dei veterani di guerra (base cospicua dei suoi fedeli) Uno scontro di interessi tra una casta e una parte di società che proprio la politica di rapina dei senatori, ormai senza più memoria delle antiche virtù e dediti solo all’accumulo parassitario di denaro, aveva ridotto in completa miseria.

Infatti una grande bagarre si scatenò attorno alla proposta di legge agraria del tribuno Servilio Rullo (alle cui spalle c’era Catilina) che prevedeva una redistribuzione delle terre, nell’equa misura di dieci iugeri a testa, a favore di coloro che non ne avevano alcuna. Si trattava di terre che appartenevano allo stato e quindi la lex Rullia non ledeva in alcun modo il diritto di proprietà, ma i latifondisti, attivando il prode Cicerone, vi si opposero strenuamente perché molti di loro, nel frattempo, le avevano occupale arbitrariamente e le sfruttavano con il lavoro degli schiavi. Una situazione molto simile al Messico di inizio novecento, dove il presidente Porfirio Diaz inseguiva proprio una politica di svendita ed occupazione dei pueblos e del loro terreno in favore di aziende private. Terreni affidati ai contadini da nessun diritto se non quello del sangue e dei secoli di lavoro.

Bene e male? Interessi diversi

Catilina fu quindi il primo rivoluzionario apparso sulla scena della storia, difensore degli interessi dei ceti deboli contro quelli del grande capitale parassitario che proprio contro di lui scatenarono guerra senza quartiere. Fra le sue proposte più estremiste si ricorda anche l’annullamento di ogni tasso di interesse usuraio e l’annullamento dei debiti contratti con usura. Se vi ricorda qualcosa siete sulle antenne dei Cantos. With usura… Arriviamo infine al 63 a.C., anno in cui l’aristocrazia senatoria, pur di sbarrargli la strada, ricorse a degli autentici brogli a favore del suo avversario, Murena Brusoli di cui lo stesso Cicerone dà involontariamente conto nella sua orazione Pro Murena. Fu solo a questo punto che Catilina, esasperato ed incalzato dagli eventi, decise di ricorrere alle armi. Chi non lo avrebbe fatto? Sicuramente non qualcuno di vile, o almeno non qualcuno legato ad un interesse prettamente materiale.

Abbandonato infine anche da Cesare, Catilina morì in battaglia sul campo di Fiesole, nel 62 a.C., circondato dai suoi fedelissimi che insieme a lui ed in netta inferiorità numerica troveranno la morte contro ventimila romani inviati dal senato per fermarli.

Tremano i polsi rileggendo quello che fu il suo discorso ai commilitoni, soldati, fratelli di una vita, nella fredda mattina di gennaio in cui i due destini di Roma si scontravano. Non un filo di retorica, solo una certezza: la vittoria o la morte. L’unica salvezza per i ribelli era vincere la battaglia e poi… chissà, magari marciare su Roma. Non sarebbero stati certo perdonati, la sfida lanciata con la congiura non avrebbe lasciato superstiti. In ogni caso, seppur in netta inferiorità numerica la battaglia durò più del previsto. Le forze governative dovettero ricorrere all’uso straordinario dei pretoriani che, infastiditi da un coinvolgimento non pianificato, si lanciarono nella mischia con inaudita ferocia. Catilina fu trovato in mezzo ad un mucchio di cadaveri. Respirava ancora. Fu decapitato, ancora cosciente, perché il generale Antonio non ebbe il fegato di farlo curare per portarlo in tribunale. Forse un piccolo onore tributato da un soldato alla sua lotta, un tributo che solo un’anima di guerriero sa concedere.

Catilina: un esempio per noi

Dopo la battaglia – scriverà proprio Sallustio – si poté constatare quanta audacia e quanta energia regnassero fra i soldati di Catilina: ognuno di essi copriva dopo morto, con il proprio corpo, il posto che vivo, aveva tenuto in battaglia. Di Catilina, arrivati a questo punto, rimane il ritratto di un uomo coerente che sicuramente stona un po’ con il nostro tempo, in cui ben pochi tra gli occidentali sono ancora pronti a morire per un’idea. Ciò che ci circonda, infatti, è la fine dell’idea di bella morte in favore di un quieto e melenso vivere. Forse è proprio per questo che a quelli di casa nostra piace tanto Cicerone, ai professori, ai giornalisti, ai sapientoni da salotto e tv. Forse troppe cose li rendono vicini all’avvocato di Arpino: la retorica, il parlar rotondo, il trombonismo, la tartuferia, la difesa degli interessi consolidati e del denaro, il trasformismo e, soprattutto, l’intima e profonda vigliaccheria.

Cicerone, dal canto suo, implorerà miseramente per la sua, molto tempo più in là di questa piccola grande storia. Catilina invece si congeda dalla vita come uomo d’onore, in primis, ritrovato avvinghiato a molti nemici e ancora legato ad un filo di vita, e coerente in secundis perché sposa la sua causa fino alle estreme conseguenze.

Questi due personaggi non potevano che avere un’idea assolutamente contrapposta di cosa fosse e dovesse essere Roma. Uomo di diritto e di mediazione il primo, uomo impulsivo e d’azione il secondo. Sicuramente il primo più adatto a sopravvivere al suo tempo, drammaticamente distaccato dalla realtà il secondo, legato ad una visione etica, guerriera ed eroica di una Roma arcaica scomparsa per sempre.

Eppure, come scriverà l’autorevole storico Theodor Mommsen sarà «il più vile degli uomini di stato romani» a sconfiggere il più coraggioso. Strana materia la storia: è certo che come avrà a scrivere Robert Brasillach, alcuni uomini non sono fatti per la pace e la mediazione. «Non ci si immaginerebbe mai Alessandro Magno saggio e anziano legislatore d’oriente». Che vuoldire? Che gli spiriti che illuminano il mondo bruciano il loro tempo. Non sono fatti per portare nel mondo la pace e la stabilità, l’interesse e il compromesso, ma la spada e la rivoluzione. Una lezione di storia e di vita tra le più alte: dovrebbe essere pietra angolare all’interno delle scuole per farla finita con la cultura nozionista e per recuperare un’idea di volontarismo e partecipazione politica indispensabile per il nostro futuro come l’aria che respiriamo.

Sergio Filacchioni

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1 commento

  1. Battaglia di Pistoia e La Congiura di Catilina…un vero e proprio monstrum ovvero un essere unico e prodigioso

    “L’argomento stesso sembra esortarmi, poiché la circostanza mi ha fatto ricordare dei costumi della città, a ritornare indietro e a descrivere con poche parole le istituzioni degli antenati in pace e in guerra, in che modo abbiano governato lo stato e quanto grande l’abbiano lasciato, e come essendo mutato poco per volta sia diventato da bellissimo e ottimo, pessimo e scelleratissimo.”

    https://telegra.ph/Lera-della-Regressione-e-Il-Boschetto-di-Satana-03-30

    By Manlio Amelio in Exquisite Cadavre avec… il Boschetto di Satana e l’Esercito dei Morti…

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