Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 3 set – La morte di Luigi Cavalli-Sforza, di cui hanno dato notizia anche i media di massa, segna la scomparsa di uno studioso italiano cui si devono alcuni sostanziali progressi nell’analisi delle differenze e della storia genetica della nostra specie. Il suo monumentale Storia e geografia dei geni umani (Adelphi, Milano 1997), le cui conclusioni sono divulgate e riassunte nel più accessibile Geni, popoli e lingue (Adelphi, Milano 1996), per quanto in parte superato da studi ancora successivi, contiene una messe di dati e notizie fondamentali, e come gli studi indoeuropei hanno consentito mediante la linguistica e la mitologia comparate di infrangere il muro della scrittura nella ricostruzione della storia più lontana, usa la genetica delle popolazioni contemporanee per spingere lo sguardo ancora più in là nel nostro passato, talora confermando, talora rimettendo in discussione le precedenti ipotesi archeologiche, mitiche e paleontologiche. D’altronde, l’autore è anche responsabile di alcuni studi fondamentali sulla circolazione genica e sulla deriva genetica in micropopolazioni sostanzialmente coabitanti, ad esempio tra cittadine e villaggi nella diocesi di Parma o nella tribù venezuelana degli Yanomama, in rapporto a circostanze quali la distanza e le barriere geografiche.
A tale titolo, io stesso lo citavo ripetutamente in un saggio, Biopolitica. Il nuovo paradigma apparso in prima edizione nel 2005, e che si occupa in particolare del futuro della nostra specie, nella misura in cui la difesa e sviluppo della sua biodiversità tradizionale, che ipotizzo essere da sempre almeno in parte un fatto culturale, è destinato a diventarlo sempre di più un prodotto appunto culturale, e al limite tecnologico, quand’anche non sia destinata viceversa ad attenuarsi progressivamente in un processo di omologazione e normalizzazione planetaria che a sua volta è soprattutto, ma non solo, culturale. Paradosso vuole che Luigi Cavalli-Sforza, la cui onestà intellettuale nel riportare ed illustrare i risultati di una vita di studi è fuori discussione, nella interpretazione dei medesimi, ed ancora più nei giudizi di valore che ne trae in rapporto alla situazione ed alle prospettive della nostra specie e delle società che la compongono, abbia in realtà una posizione di indifferenza se non ostilità per la diversificazione tra le popolazioni al cui studio ha dedicato l’intera sua vita professionale. La cosa non è particolarmente inaudita. Al contrario di quanto supponeva certo transumanismo ingenuo, esistono eccome ingegneri che aborrono la trasformazione tecnologica della nostra società, e studiosi di informatica che invocano moratorie sullo studio in materia di intelligenze artificiale, Ian Wilmut, il famoso biologo cui dobbiamo la nascita di Dolly, il primo esperimento confermato di clonazione di mammiferi, è un arrabbiato bioluddita. Craig Venter, noto per aver completato in anticipo sul progetto pubblico al riguardo la prima mappatura del genoma umano e che nel 2010 ha annunciato di aver completato la prima cellula in grado di riprodursi dotata di un DNA interamente sintetico, aborre l’idea dell’applicazione delle biotecnologie alla nostra specie. Dopotutto, Nobel, inventore della dinamite, era un pacifista, e Snorri Sturleson, cui dobbiamo la suggestiva ricostruzione eddica della religione scandinava, e per estensione germanica, senza la quale davvero poco sapremmo al riguardo, era almeno nominalmente cristiano.
A Luigi Cavalli-Sforza, cioè ad una persona che ha passato la vita a studiare le differenze di profilo genetico delle varie popolazioni umani, ciò è valsa una sbrigativa santificazione da parte della cultura dominante che nelle brevi eulogie pubblicate in questi giorni ne hanno echeggiato una qualifica di “studioso che ha dimostrato l’inconsistenza scientifica del concetto di razza umana” – concetto che continua per altro ad essere utilizzato in ambiti che vanno dai programmi di affirmative action, alle indagini di polizia che debbano prendere in considerazione i tratti somatici delle persone ricercate, ai reati di discriminazione, per finire con la costituzione italiana in vigore. Tesi invero diffusa quanto bizzarra, contando che le razze animali e vegetali, come un genere o una famiglia sempre in biologia, o un lingua, o uno stile architettonico non sono affatto – salvo per chi ne abbia un’idea platonica o neopositivista – un oggetto o una “essenza” o una teoria che possa essere provato o disprovato, ma semplicemente un criterio di classificazione, certamente arbitrario e privo di confini netti, ma nondimeno utile a chi ad esempio voglia acquistare un collie anziché un chichuaha, o intenda cominciare un allevamento di mucche frisone, e debba rivolgersi al giudice perché si è visto invece consegnare delle vacche chianine. D’altronde, è stupido pensare che la relativa questione abbia a che fare con pesi e misure, tanto indiscutibili quanto irrilevanti, sul grado di differenziazione esistente tra la varie popolazioni attuali in rapporto alle differenziazioni interne tra individui, o a quella interspecifica che ci vede ad esempio condividere il 98% dei nostri geni con gli scimpanzè, che pure malgrado iniziative come il Progetto Grande Scimmia che mira a veder loro riconosciuto un qualche status di soggettività giuridica negli ordinamenti europei sono, a differenza foss’anche di un embrione un neonato anencefalo, automaticamente esclusi dal novero degli individui nati “ad immagine e somiglianza” alla cui identità biologica vadano automaticamente ricollegate conseguenze.
Il dibattito riguarda piuttosto, come si diceva, da un lato una fondamentale opzione differenzialista, che vede il ramificarsi e diversificarsi bioculturale dei gruppi umani, e il loro possibile ulteriore fiorire futuro, come una ricchezza portatrice di senso, e dall’altro la scelta messianica ed anti-identitaria per un’entropia sociale, consapevolmente abbracciata, che va al di là di una “globalizzazione” meramente politica ed economica. In questo, Cavalli-Sforza, la cui opera è assolutamente preziosa dal punto di vista scientifico, ma la cui scelta di valori personale, malgrado le accuse e i sospetti di cui è stato talora oggetto, è assolutamente conforme a questa seconda, e oggi dominante, visione del mondo, tanto da concludere Geni, popoli e lingue come segue: «L’avvenire genetico dell’uomo è molto poco interessante [corsivo nostro], perché è probabile che non ci saranno grandi cambiamenti, e certo meno di quanti ne siano avvenuti sinora […] La forza che cambia in modo più importante la nostra biologia è la selezione naturale, che agisce tramite le differenze di mortalità e fertilità tra gli individui. La medicina ha quasi abolito la mortalità prima dell’età riproduttiva, e la fertilità dovrà abbassarsi a valori molto modesti per dominare l’esplosione demografica che ci minaccia. Se tutte le famiglie avessero due figli e nessuna mortalità prima della riproduzione, la selezione naturale scomparirebbe completamente. La deriva genetica – un’altra causa dell’evoluzione – è quasi completamente congelata, all’attuale livello di densità della popolazione. Le mutazioni possono essere considerate, in questo momento, pericolose, in quanto causa di mutamenti del DNA potenzialmente nocivi, ed è perciò probabile che verranno limitate ed evitate per quanto possibile. A questo punto la trasformazione biologica dell’uomo si arresta. Ciò sarà vero, naturalmente, se l’uomo non avrà la follia di cambiarsi volontariamente [corsivo nostro]. Per fortuna le possibilità dell’ingegneria genetica nell’uomo sono ancora pressoché nulle [!]. Altrimenti, potrà esservi sempre qualche pazzo che voglia creare razze migliori. In un futuro ancora più lontano ci vorranno controlli speciali, come quelli attuali per le esplosioni atomiche, per essere sicuri di risparmiare ai nostri discendenti gli incubi del Mondo Nuovo di Huxley…  Per fortuna [ed ecco che viene di nuovo ripreso il tema della fede in questa versione laica della Provvidenza, e nel fatto che possa essere evitato ciò che in tutta evidenza è per l’autore moralmente “insopportabile”] sarebbe molto difficile tenere a lungo nascosto un vivaio di esseri umani destinati a preparare un’umanità diversa per il mondo nuovo».
E ancora: «Vi è comunque un grande cambiamento genetico che sta per avere luogo nella specie umana, a causa delle migrazioni che portano ad una mescolanza continua e complessa. Alla fine di questo processo, e se – come sembra probabile – esso continuerà, si avrà un’umanità meno varia in un senso molto preciso: diminuiranno le differenze tra i gruppi. Vi saranno meno ragioni per il razzismo, il che sarà un vantaggio. In questo processo, comunque, ci sarà un cambiamento del tipo medio della popolazione. Almeno oggi, i vari gruppi etnici mostrano tassi di riproduzione molto diversi. Gli europei sono demograficamente stazionari, o quasi, mentre le popolazioni di molti dei paesi non industrializzati sta aumentando ad una velocità che non si è mai vista sulla Terra. Il tipo europoide, dunque, diminuirà di frequenza relativa». A tali conclusioni è facile opporre che è proprio nel Mondo Nuovo di un progetto di umanità “normalizzata” su scala planetaria che siamo oggi immersi sino alle narici; e che il controllo umano e politico del destino biologico della specie e delle sue popolazioni, sino alla manipolazione diretta del corredo genetico e delle linee germinali, potrebbe certamente agire in funzione di un’accelerazione del processo, ma parimenti potrebbe essere (e in un certo contesto ideale certamente sarebbe) indirizzato a scopi esattamente opposti. D’altronde, a tale normalizzazione, e in particolare all’estinzione (salvo un modesto riassorbimento) di alcune componenti etniche dell’umanità contemporanea, in particolare la… nostra, non è possibile opporre unicamente la “difesa” dei fattori tradizionali che le hanno prodotte. Il genio è fuori dalla bottiglia. La tecnologia dei trasporti esiste, così come l’uniformizzazione degli ambienti; le barriere naturali hanno perso di significato, non solo grazie al predominio globale dell’ideologia universalista, ma all’estensione globale delle comunicazioni audiovisive, con le conseguenze che abbiamo visto in termini di tendenza al monoglottismo planetario; parimenti, difficilmente sono destinati a scomparire i portati della medicina moderna o la disponibilità di metodi anticoncezionali sicuri e affidabili.
Va del resto sottolineato che questo è non solo un frutto diretto del compimento dell’avventura del “secondo uomo”, ma un portato dello specifico europeo nel quadro di quest’ultima. Scrive Spengler, in L’uomo e macchina: «La cultura faustiana dell’Europa forse non è l’ultima [tra le “culture superiori” del secondo uomo] ma è certamente la più potente. […] E’ anche la più tragica di tutte. […] Una volontà di potenza, che irride tutti i limiti di tempo e di spazio, che ha per meta lo sconfinato, l’infinito, assoggetta interi continenti, e da ultimo abbraccia tutto il globo con le forme del suo traffico e delle sue comunicazioni e lo trasforma con la violenza della sua energia pratica e i prodigi dei suoi processi tecnici». Perciò, le razze e le popolazioni e le culture umane, se continueranno ad esistere, non potranno come dicevamo che essere pienamente artificiali, in un senso ulteriore rispetto a quello già insito nella “natura culturale” che può essere considerata propria in generale dell’uomo: potranno cioè esistere solo in quanto, come sottolinea Cavalli-Sforza, direttamente e deliberatamente progettate e create, sulla base di criteri, non “razionali”, ma direttamente dipendenti dalla visione del mondo, e dalle scelte affettive ed estetiche, dei loro artefici.
Tale possibilità è ben presente anche a dichiarati fautori della fine della storia filosoficamente ben più attrezzati di Cavalli-Sforza. E’ così un autore di lucidità indiscutibile come Jürgen Habermas a mettere in guardia contro quello che egli considera lo “scenario spettrale” di un “comunitarismo genetico”, in cui diverse culture potrebbero portare avanti una «auto-ottimizzazione genetica del genere umano in direzioni diverse, finendo così per mettere in discussione l’unità della natura umana come fondamento rispetto al quale tutti gli uomini avevano potuto finora intendersi, e mutuamente riconoscersi, quali membri di una stessa comunità morale» (anche se in realtà ciò che Habermas presenta qui come stato “naturale” e tradizionale è ciò cui è semmai proprio il mondo contemporaneo a tendere, per la prima volta nella storia).
Stefano Vaj

3 Commenti

  1. Mi inchino al grande scienziato,ma per me l’ingegneria genetica è un vaso di pandora pieno di promesse: creare superuomini praticamente immortali,con organi artificiali che permettano loro di sopravvivere a quasi ogni trauma ,malattia o sostanza tossica è fantascienza,ma non del tutto impossibile

  2. Le razze esistono eccome, questi scienziati comunistoidi del cazzo possono dire quello che vogliono e pontificare il meticciato universale ma è la diversità che fa la ricchezza di questo martoriato mondo………ci saranno scienziati, musicisti o avvocati bianchi,neri gialli o mulatti ma ognuno sarà diverso dall’altro e le cazzate inqualificabili che ci vorrebbero tutti figli di un presunto ominide africano resteranno tali per sempre e purtroppo impunite………..poi , chi vuole ascoltare i racconti marziani di skypd24 e di altro sinistrume vario , che restano validi per gli allocchi e per coloro che credono a dumbo,l’elefantino volante , non sara’ certo un problema vedere lo scempio che i presunti fratelli di DNA di feccia varia stanno producendo nella latrina e cloaca italiana. Auguri

Commenta