Roma, 25 ago – Prendete un ultrasessantenne con un passato nelle Brigate Rosse, mettetelo di notte davanti a una lapide sul Lago di Como e guardatelo mentre strappa un mazzetto di fiori. È la grande epica resistenziale fatta immagine. La notizia è di quelle che farebbero sorridere, se non fosse per la mestizia di fondo: il Tribunale di Como ha assolto Cecco Bellosi. Il motivo? Togliere le rose dalla teca di Giulino di Mezzegra – dove l’accusa gli contestava anche il danneggiamento della lapide dedicata a Benito Mussolini e Claretta Petacci – non è reato. Il gesto di spiumare due steli recisi viene elevato ad «atto simbolico in un luogo divisivo». Insomma, il verdetto della giustizia umana assolve il blitz botanico, confermando che la guerra di liberazione, oggi, si combatte con le cesoie da vasetto.
Assolto Cecco Bellosi, il terrorista dei fiori
Avessero un briciolo di audacia – quella vera, intellettuale e storica – questi nostalgici del ciclostile la smetterebbero di prendersela con la ghiaia e i petali. Il vero coraggio consisterebbe nel dire finalmente la verità su come morì Sua Eccellenza. E consisterebbe nel porre una domanda elementare alla quale nessuno si è mai degnato di rispondere con lucidità: cosa c’entrava Claretta Petacci? Quale crimine aveva commesso, se non quello di amare un uomo? Per di più scortata al massacro senza uno straccio di processo, uccisa per la sola colpa di essere lì. Compagno Cecco, però, la stoffa dell’eroe non ce l’ha. Dopo essere stato scoperto e indagato per danneggiamento aggravato, l’11 maggio 2023, ha finito per rivendicare di aver tolto i fiori dalla lapide, sostenendo però di non averla danneggiata. I fiori sì, dunque; ma non il solito tic di prendersela con le targhe.
Immediatamente si era attivato il soccorso rosso militante: il senatore Tino Magni aveva presentato un’interrogazione parlamentare sulla vicenda. Al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, l’esponente di Sinistra Italiana ha chiesto quali misure intendesse adottare per porre fine a queste manifestazioni di apologia del fascismo. Che tale non è. Il giudice, infatti, ha assolto il cestinatore di rose perché «togliere i fiori a Mussolini non è reato, ma un gesto simbolico». Non si sa, però, chi abbia danneggiato la lapide, poiché non è stata provata la riconducibilità del danneggiamento a Cecco Bellosi. Considerando l’audacia e l’incoerenza, il nonno-bandito in servizio permanente effettivo non è stato così virile da intestarsi per intero quanto gli veniva contestato. È stato capace di rinnegare la deflorazione per poi rivendicarla, ma non il danneggiamento della lapide.
Eppure, nelle sue farneticazioni, ha affermato più volte che quella lapide non dovrebbe trovarsi lì e che il luogo dovrebbe invece ospitare un omaggio alla 152ª Brigata Garibaldi. Per il togato di turno, però, quanto dichiarato non ha valore di prova. Resta il fatto che questi portatori del fazzoletto rosso ormai sbiadito al collo vorrebbero decidere anche chi abbia avuto il diritto di esistere e chi no.
L’antifascismo fuori tempo massimo
L’antifascismo contemporaneo, avendo fallito tutte le battaglie del presente e risultando incapace di produrre un solo pensiero egemone sul mondo moderno, ha bisogno di inventarsi i draghi da combattere. Quando esaurisce le idee, restano i fantasmi; quando mancano le proposte, ci si accanisce contro le lapidi. È la ritirata strategica di una retorica che deve continuare a fabbricarsi eroi di cartone contro la storia. Per far pattugliare il proprio perimetro ideale, questa narrativa corre subito a cercare legittimazione nella solita giurisprudenza dei vincitori. Una linea d’ombra che parte dalla macelleria messicana di Piazzale Loreto, passa per il tribunale di Norimberga – dove si pretendeva di giudicare in base a norme inventate a posteriori da chi le bombe le aveva sganciate – e arriva fino alle aule dei tribunali di provincia dei giorni nostri.
Resta però un nodo che nessun cavillo potrà mai sciogliere: può davvero la legge degli uomini legalizzare la totale assenza di coraggio? Può un timbro di tribunale nobilitare la miseria di chi non tollera nemmeno la presenza di sei fiori posati su un sasso? Se proprio vogliamo sottilizzare sul piano legale, togliere gli omaggi lasciati da altri avrebbe quasi il sapore di un’appropriazione indebita o, quantomeno, di una patetica intemperanza da cortile. Eppure, gli antifa da passeggio insistono e continuano a sferrare fendenti contro il vuoto. Incapaci di capire che l’unico risultato di questa guerriglia è fare la figura di comparse di fronte a chi, piaccia o non piaccia, continua a vincere e a fare paura persino da morto.
La sconfitta della memoria
Quando la lotta politica si riduce a vandalismo non è la storia a essere riscritta, ma la statura di chi pretende di rappresentarla. Si può anche ottenere il timbro dell’assoluzione del tribunale, ma nessuna sentenza riuscirà mai a trasformare un dispetto notturno in un atto d’eroismo. Alla fine, resta soltanto la triste immagine di un antifascismo che si accontenta di vincere la sua patetica guerra contro i fiori di Mussolini. Una farsa grottesca, che non poteva che portare ad un epilogo all’acqua di rose.
Tony Fabrizio