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Rai Scuola, la nuova “linea Maginot” della sinistra. Ma l’Italia si può raccontare solo con Linea Verde?

by La Redazione
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Rai Scuola

Roma, 25 ago – Alla sinistra basta uno spostamento nel palinsesto per proclamare una nuova resistenza. Ogni programma diventa una trincea, ogni conduttore un dissidente, ogni decisione aziendale l’anticamera del regime panottico meloniano. Adesso è il turno di Rai Scuola, destinata a lasciare dal primo ottobre il canale 57 del digitale terrestre al nuovo progetto Italiana. Puntuale è partita la mobilitazione: petizioni, appelli in difesa del servizio pubblico e accuse a «Telemeloni». Sui social già si parla della sostituzione di un patrimonio di cultura con una «Rai Patria», primo effetto della «nuova scuola secondo Valditara».
Il meccanismo è sempre lo stesso. Non ci si domanda quale peso avesse realmente Rai Scuola nel 2026, quante persone la guardassero, che cosa producesse ancora e se la televisione lineare fosse il mezzo migliore per distribuire contenuti didattici. Si individua una nuova “ridotta della Valtellina”, ci si barrica dentro e si attende l’assalto immaginario di Giorgia Meloni. Come se il presidente del Consiglio passasse le giornate a decidere personalmente quale programma cancellare, quale conduttore epurare e quale documentario sui panda sostituire con un cinegiornale dell’Istituto Luce.

La sinistra proclama ogni giorno una nuova resistenza: oggi è “nessuno tocchi Rai Scuola!”

Uscendo per un momento dal melodramma quotidiano della sinistra, i numeri raccontano una storia più prosaica. Tra il 2015 e il 2021 Rai Scuola ha registrato generalmente uno share medio compreso tra lo 0,01 e lo 0,03 per cento. È salita allo 0,06 nel 2022, allo 0,13 nel 2023 e allo 0,14 nel 2024, per poi stabilizzarsi allo 0,13 nel 2025. La crescita è reale, ma coincide in larga parte con il trasferimento dal remoto canale 146 al più visibile 57. Nell’agosto 2023, secondo i dati ufficiali Auditel, Rai Scuola raccoglieva mediamente circa 12mila spettatori contemporanei nell’arco della giornata, arrivando a poco più di 22mila in prima serata. Non esattamente un fenomeno televisivo nazionale. Ma neppure un segnale completamente deserto. Anche online le dimensioni erano modeste. Nella settimana dal 18 al 24 maggio 2025 risultavano 85mila stream complessivi, contro i 264mila di Rai Storia e i 340mila di Rai 5. La durata media, però, superava i diciannove minuti: chi arrivava su quei contenuti tendeva quindi a utilizzarli davvero. Il Qualitel sull’offerta 2024 assegnava inoltre alla versione digitale di Rai Scuola un indice di soddisfazione di 8,1 su 10, fra i migliori dell’offerta Rai.

Il quadro è abbastanza chiaro, senza dover fare gli spietati: Rai Scuola era un servizio di nicchia, poco visto ma apprezzato da chi lo usava. Il suo patrimonio maggiore non era probabilmente il palinsesto lineare, bensì l’archivio di migliaia di lezioni e approfondimenti consultabili per materie e livelli scolastici. Durante la pandemia svolse inoltre una funzione concreta con La scuola in tivù, arrivando a produrre oltre 330 lezioni in collaborazione con il ministero dell’Istruzione. Più difficile individuare programmi davvero «memorabili». #Maestri, con Edoardo Camurri e ospiti come Alessandro Barbero, Luciano Floridi ed Eva Cantarella, ebbe una certa riconoscibilità, ma veniva trasmesso soprattutto su Rai 3 e Rai Storia. Memex – Nautilus, Newton, Storie della Scienza, Prospettive e Zettel Debate erano prodotti dignitosi e talvolta ottimi, rimasti però confinati a un pubblico già interessato. Nessun nuovo Alberto Manzi, nessun nuovo Quark, nessun programma capace di imprimersi nell’immaginario nazionale.

Oltre il melodramma, resta un palinsesto di nicchia e poco memorabile

Insomma, Rai Scuola non era né il tempio del sapere oggi descritto dai suoi difensori né il canale fantasma che potrebbero dipingere i suoi liquidatori. Era una piccola infrastruttura educativa, utile soprattutto come archivio digitale e progressivamente impoverita sul piano delle nuove produzioni. Discutere se avesse ancora senso mantenerne un segnale televisivo per ventiquattr’ore al giorno sarebbe non soltanto legittimo, ma doveroso. È proprio questa discussione che la retorica dell’epurazione rende impossibile.
Ma il riflesso conservatore della sinistra contemporanea è ormai fin troppo evidente. Qualsiasi elemento dell’apparato culturale sedimentato negli ultimi decenni viene trasformato in un presidio costituzionale nel momento esatto in cui qualcuno prova a modificarlo. Poco importa che un programma abbia esaurito la propria funzione, che un volto televisivo non sia proprietario a vita della propria poltrona o che una rete tematica possa essere ripensata alla luce dei cambiamenti tecnologici. Se la decisione arriva mentre governa il centrodestra, allora non può essere una scelta discutibile, sbagliata o persino stupida: deve necessariamente essere una purga.

Ma l’identità italiana è solo borghi e agri-turismo?

Lo stesso nome Italiana basta a provocare il tic nervoso. Parlare di identità italiana, territori e comunità diventa immediatamente «Rai Patria», come se l’esistenza stessa di una narrazione nazionale costituisse una deriva autoritaria. Il paradosso è che questa sovrapposizione impedisce di formulare la critica più seria al progetto: non che sia troppo identitario, ma che rischi di esserlo nel modo più innocuo, turistico e televisivamente prevedibile possibile. Nel comunicato di presentazione, la Rai spiega infatti che Italiana nascerà dall’esperienza di Linea Verde e partirà con un’«offerta di ribattuta»: repliche organizzate in tre blocchi da otto ore, successivamente integrate da rimontaggi, dirette e nuove produzioni. I temi annunciati sono borghi, paesaggi, artigianato, imprese, enogastronomia, turismo, folklore, ambiente e tradizioni popolari.
Tutto legittimo. Ma è davvero questo ciò che manca alla televisione pubblica italiana? Possibile che ogni tentativo della Rai di raccontare la nazione debba finire invariabilmente fra una sagra, un agriturismo, un sentiero panoramico e un’intervista al produttore del formaggio locale? Tra Linea Verde, Linea Blu, Linea Bianca, Camper, Geo, Kilimangiaro e innumerevoli rubriche di viaggio e cucina, il seminato turistico-paesaggistico-folclorico non sembra precisamente abbandonato.
Il rischio è che l’identità italiana venga ancora una volta ridotta a una cartolina per visitatori: borghi senza conflitti, comunità senza storia, tradizioni senza profondità, imprese trasformate in «eccellenze» da vetrina e territori raccontati soltanto attraverso ciò che può diventare una destinazione del fine settimana. L’Italia, però, non è un gigantesco albergo diffuso. È anche industria, tecnica, scienza, città, architettura, lavoro, trasformazioni demografiche, tensioni sociali, grandi infrastrutture e conflitti sul proprio futuro. Una televisione pubblica culturalmente ambiziosa dovrebbe saper raccontare tutto questo, non limitarsi a servire l’ennesimo tagliere di prodotti tipici.

L’Italia che non sa uscire dalla solita autorappresentazione

Per questo il dibattito sul destino di Rai Scuola rappresenta il grado di freschezza culturale italiana. Da una parte quello della sinistra, che trasforma ogni vecchio palinsesto in una linea Maginot contro il fascismo. Dall’altra quello di una Rai che, chiamata a elaborare una nuova narrazione nazionale, sembra conoscere soltanto il rassicurante universo paesano. Rai Scuola poteva probabilmente essere superata come canale lineare, a condizione di conservarne e rilanciarne online l’archivio, le competenze e le produzioni educative. Ma sostituirla con una lunga sequenza di repliche sui borghi non rappresenta necessariamente un salto in avanti. Non perché raccontare l’identità italiana sia pericoloso, se non del tutto sbagliato, come sostiene la sinistra, ma perché battere gli stessi sentieri porta sempre alla medesima autorappresentazione nazionale.

Vincenzo Monti

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