Roma, 24 ago – La sentenza mediatica è arrivata con una puntualità che la diagnosi, a quanto risulta, non avrebbe avuto. Anna Rosa Bartolotta, quattro anni e mezzo, è morta dopo un primo accesso al pronto soccorso concluso con una diagnosi di tonsillite essudativa febbrile; la difterite sarebbe stata riconosciuta soltanto in seguito. I genitori, che non avevano vaccinato la bambina, sono già diventati il volto perfetto della colpa. La Procura li ha iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo per omissione, anche per consentire loro di partecipare con propri consulenti all’autopsia. Un dettaglio decisivo: l’autopsia deve ancora stabilire con precisione la causa della morte e gli eventuali nessi causali. Ma nel tribunale dei titoli la prudenza è un lusso riservato ad altri.
Il caso di difterite a Palermo riapre la caccia alle streghe
La mancata vaccinazione appare una scelta grave e scientificamente indifendibile. Ma proprio perché è grave non può diventare il lasciapassare per chiudere ogni altra domanda. Da una parte, per le loro scelte, madre e padre vengono descritti come irresponsabili prima ancora che sia accertato il nesso tra omissione e decesso; dall’altra, i sanitari che visitarono la bambina sono, correttamente, “ascoltati” e non processati sui giornali né, al momento, in tribunale. Benissimo il garantismo per i medici, ma perché lo stesso garantismo sembra evaporare quando si parla della famiglia dello Zen? Se la diagnosi iniziale è stata quella di tonsillite, occorre verificare tempi, sintomi, protocolli, dimissioni e possibilità concrete di riconoscere prima la malattia. Non per inventare colpe mediche, ma perché la responsabilità non può essere monouso: severissima verso chi non vaccina, improvvisamente felpata quando entra in scena l’apparato sanitario. Facendo così dell’Italia un Paese malato di doppiopesismo.
Wakefield usato come manganello non è scienza
La convinzione, condivisa anche dai genitori palermitani, che i vaccini provochino l’autismo nasce anche dal disastro scientifico firmato nel 1998 da Andrew Wakefield: dodici bambini, un disegno di studio inadeguato, conflitti d’interesse e conclusioni che non dimostravano alcun rapporto causale. L’articolo fu poi ritirato e una mole enorme di studi ha escluso il legame tra vaccini e autismo. La scienza, però, serve a correggere gli errori, non a distribuire patenti di inferiorità morale. Liquidare una famiglia come “complottista” è facile; spiegare perché una falsità continui a circolare, interrogarsi sul perché non si sia riusciti a conquistare la fiducia di una parte della popolazione e verificare tutte le possibili omissioni è più faticoso. E soprattutto rovina la comoda sceneggiatura con un solo colpevole.
Le malattie non leggono i comunicati politicamente corretti
La difterite non era stata eradicata dal pianeta, ma era diventata rarissima in Europa e anche in Italia, dove l’ultimo decesso risale al 2006, vent’anni fa. Nel 2022 l’Unione europea e lo Spazio economico europeo hanno registrato 320 casi, contro una media di circa 21 l’anno prima del 2020; molti riguardavano migranti arrivati di recente ed esposti durante il viaggio. Dal 2023 sono stati segnalati altri 234 casi, anche tra senzatetto, persone ospitate o impiegate nei centri di accoglienza, consumatori di droghe e soggetti non vaccinati. Dirlo non è razzismo: è epidemiologia. Ipocrisia è invece fingere che rotte, condizioni di viaggio, sovraffollamento, lacune vaccinali e accesso precario alle cure non abbiano alcun rilievo, salvo poi scoprire il problema quando arriva in un reparto pediatrico. Un problema, rilevato anche dall’Oms, che approda nei nostri nosocomi ma che parte principalmente dall’Africa e, in particolare, da aree del Niger, della Somalia, della Guinea, del Mali, dell’Algeria, del Ciad e della Mauritania. Oltre che da India, Pakistan, Nepal e Malesia. La domanda principale che nessuno ha ancora posto, allora, è: nello specifico caso, tra la difterite e i flussi migratori esiste una correlazione?
La prevenzione deve riguardare anche l’immigrazione
Il punto è che i flussi migratori possono trasportare anche malattie e qualunque sistema serio controlla i rischi sanitari reali senza vergognarsi delle parole. Chi arriva da aree interessate da focolai, chi ha attraversato rotte lungo le quali la difterite circola o chi vive in condizioni di sovraffollamento deve poter ricevere valutazioni mediche, screening mirati e vaccini tempestivi. “Poter ricevere” significa organizzare servizi accessibili e, quando il rischio lo richiede, protocolli sanitari effettivi: non abbandonare le persone in strutture indegne e poi accusare di xenofobia chi domanda se la sorveglianza funzioni. La dignità di chi arriva e la sicurezza di chi già vive qui non sono interessi opposti. Lo diventano soltanto nella propaganda. Perché, dunque, non vaccinare anche chi arriva e chi resta nei centri di accoglienza? Perché non predisporre controlli e vaccinazioni già al momento dello sbarco?
La morale selettiva non salva vite
I genitori dovranno rispondere delle loro scelte se l’inchiesta dimostrerà che hanno avuto un ruolo causale nella tragedia. Ma lo stesso metro deve valere per ogni anello della catena: informazione sanitaria, pediatria territoriale, pronto soccorso, diagnosi, sorveglianza epidemiologica, controlli e condizioni di accoglienza. Non si può invocare la scienza per inchiodare una famiglia e poi dimenticare il metodo scientifico quando impone di attendere l’autopsia, misurare i fatti e verificare tutte le responsabilità. Altrimenti non è prevenzione: è una liturgia pubblica con una vittima, un colpevole designato e una serie di assoluzioni preventive. Ancora una volta, in un altro ambito, due pesi e due misure.
Tony Fabrizio